Non è raro che vi siano resse davanti alla maestosità del Colosseo, tra fotografie a pagamento di improbabili centurioni del tempo che fu.

Antico come solo il “bagarinaggio” sa esserlo, già nell’estate era scoppiato il caso, seguito ovviamente dall’antitrust, sull’impossibilità da parte dei turisti e non, di acquistare tramiti i siti appositi ed ufficiali, i biglietti per visitare il Colosseo. L’autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato più volte negli anni, nei confronti di alcuni fornitori di servizi di intermediazione e vendita dei biglietti (anche per il Palatino, per il Foro Romano e la Domus Aurea), delle istruttorie. I biglietti della discordia, venduti anche “in massa” ai turisti, avrebbero anche dei costi nettamente superiori, rispetto a quelli erogati dalla società ufficiale (CoopCulture), con varie possibilità di maggiorazione, in seguito ad ulteriori servizi che vanno dalla guida turistica (ovviamente non autorizzata e quindi fai da te), all’audio lingua (multilingua), oltre al prelievo presso il proprio albergo, con tanto di giro turistico. Ma, anche nel mirino dei funzionari del garante dell’antitrust e della finanza, ci sarebbe anche la CoopCulture, che non avrebbe tutelato gli acquirenti, non predisponendo strumenti idonei ad impedire ai “rivenditori non riconosciuti”, di accaparrarsi i biglietti, per poi rivenderli al doppio del prezzo comprato (spesso per opera di società estere).