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Intervista con lo  psicologo-psicoterapeuta Bernardo Paoli.Parliamo del suo nuovo libro “Il Manuale delle tecniche psicologiche”scritto con Enrico Parpaglione, della Terapia breve delle Esperienze di Equilibrio, della professione di psicologo e dell’appuntamento in teatro con la “lezione-spettacolo” sul narcisismo

 

Lo scorso agosto è uscito il “Manuale delle tecniche psicologiche” scritto da Bernardo Paoli ed Enrico Parpaglione, con il contributo di numerosi psicologi e psicoterapeuti di diversi orientamenti clinici. Bernardo Paoli è psicologo-psicoterapeuta e ipnotista, scrittore e aforista, coach e formatore in comunicazione efficace e problem solving creativo; e ha ideato la Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio. Con lui abbiamo parlato del libro, delle novità che contiene, ma anche di tanti aspetti della sua professione di psicologo, e del suo prossimo appuntamento in teatro: una lezione-spettacolo sul narcisismo.

 

Intervista con lo  psicologo-psicoterapeuta Bernardo Paoli

– Il “Manuale delle tecniche psicologiche” è il suo ultimo libro: com’è nato e di cosa si tratta?

“È nato dall’esigenza di mostrare, in un unico testo, la varietà delle tecniche psicologiche che sono in uso attualmente, sia in ambito psicoterapeutico che, in generale, in quello psicologico. Di solito, i manuali sono strutturati o per disturbo (ad esempio: le tecniche per superare gli attacchi di panico) o per orientamento terapeutico (ad esempio: le tecniche in ambito cognitivista). Mancava in circolazione un testo che fosse una sorta di ritratto di famiglia, che mostrasse le tecniche dei vari orientamenti teorici tutte insieme, e – come accade in un ritratto di famiglia – dare così la possibilità di notare che, fra le diverse persone ritratte, vi è molta più somiglianza e familiarità di quanto si possa immaginare. Uno degli aspetti originali del testo è proprio l’aver inserito 110 tecniche, chiedendo ai diversi autori delle schede quali sono quelle che maggiormente utilizzano nella loro giornata lavorativa. Abbiamo così ottenuto una fotografia istantanea di ciò che effettivamente gli psicologi italiani usano nei loro studi. Nel libro abbiamo deciso di privilegiare l’aspetto pragmatico: le schede spiegano esplicitamente che cosa fa lo psicologo, che cosa dice, come si muove durante una seduta. Ovviamente, viene anche mostrato il background teorico che giustifica il perché dell’uso di una specifica tecnica, in quali condizioni e per quali disturbi possa essere utilizzata e se, più in generale, è utile per la crescita personale. Il libro è strutturato tipo enciclopedia, in ordine alfabetico, con l’aggiunta di vari tag che aiutano, ad esempio, a capire il focus principale su cui interviene la tecnica presentata: attenzione, pensiero, espressione emotiva, esperienza corporea, immaginazione, eccetera”.

 

– Quali sono le novità messe in campo da lei ed Enrico Parpaglione in questo libro?

“Oltre a quelle già dette, credo che sia il primo manuale di psicologia a utilizzare il gender balance: in Italia non si usa il femminile nella manualistica, ma solo il maschile, mentre nella cultura anglosassone è abbastanza diffuso l’uso del genere neutro oppure l’alternanza dei generi. Abbiamo pensato che ci dovesse essere, in un manuale come il nostro, questa attenzione al bilanciamento dei generi; anche perché, ricordiamolo, dei circa 100.000 psicologi italiani l’80% sono donne. Quindi, le schede delle tecniche sono declinate alternativamente al maschile e al femminile. Un’altra originalità è legata al fatto che, essendo un lavoro collettivo, abbiamo deciso di devolvere in beneficenza gli introiti dei diritti d’autore, che andranno a CasaOz: il libro è un atto d’amore nei confronti della nostra disciplina, e volevamo che ci fosse un ulteriore aspetto di dono verso una realtà utile”.

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– Il libro colma una lacuna nel campo delle tecniche psicologiche: ce ne parla?

“Nella formazione come psicologi e psicoterapeuti ci sono alcune lacune. Anzitutto, quando usciamo dalla Facoltà di Psicologia abbiamo capito come funziona il metodo scientifico e in che modo si scrive un paper, ma non abbiamo fatto quasi per niente esperienza pratica: come si gestisce un colloquio? Come si utilizza la comunicazione? In che modo si seleziona una tecnica? Mistero. Sei costretto a fare, in parallelo alla formazione universitaria, dei corsi privati con degli psicologi senior per esercitarti a fare i colloqui psicologici. Poi, circa il 50% di noi si iscrive a una Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, e lì si ribalta la questione, ovvero arriviamo ad avere una conoscenza pratica molto più approfondita, ma la parte delle teorie e della ricerca scientifica passa in secondo piano. In più, si verifica il fenomeno dell’indottrinamento: le Scuole di Specializzazione tendono a sfornare psicoterapeuti convinti che il loro modello di psicoterapia sia superiore rispetto a quello degli altri. Ma la ricerca scientifica dice tutt’altro, ovvero che non c’è un orientamento terapeutico migliore degli altri. Quindi, per quanto tu abbia creduto di esserti formato al meglio del meglio, di fronte alla pratica reale se non integri continuamente il tuo modo di lavorare, se non lo completi andando a prendere ispirazione, teorie e tecniche da tutti i vari orientamenti clinici e teorici, non riesci a essere del tutto d’aiuto ai pazienti. Come psicologi non possiamo cercare la one-best-way, un’unica mega-teoria superiore a tutte le altre. Ogni orientamento teorico è un diverso – potremmo dire –  buco della serratura, da cui guardare la realtà dei pazienti; e hai bisogno di più buchi della serratura per avere una buona comprensione dell’essere umano. Quindi non una mega-teoria, ma multi-teorie; sono necessarie più teorie, più prospettive, da cui guardare la vita delle persone. Lo sfondo dal quale emerge il “Manuale delle tecniche psicologiche” è proprio quello del dare spazio alle multi-teorie, fornendo poi anche delle chiavi di lettura per surfare in questo grande oceano fatto di tanti modi di vedere le cose, tutti ugualmente validi. Il Manuale vuole essere l’attestazione che non esiste la psicologia, ma le psicologie; non esiste la psicoterapia, ma le psicoterapie. Essere parte di un gruppo, vuol dire rinunciare all’idea di essere tutto. Si lavora bene in gruppo – sia nella realtà quotidiana che tra le varie forme di intervento psicologico – pensando non a se stessi come “il migliore”, ma come a un valore importante in mezzo a tanti altri valori importanti. Poi, nel multiverso teorico, a mio avviso, è necessario sviluppare una meta-teoria che funga da guida, da Virgilio, in questo viaggio nella complessità. Ma è un altro discorso, e ci vorrebbe un po’ di tempo per spiegarlo. Direi, invece, che l’informazione essenziale da passare ai lettori è che si sentano liberi di scegliere la forma di psicoterapia e di consulenza psicologica che sentono più adatta a loro, che fa risuonare meglio le loro corde.”

 

– Cos’è la sua Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio?

“Ha a che fare con quella meta-teoria che le dicevo. Provo a spiegarlo con un’immagine. Possiamo pensare al cambiamento psicologico come a un percorso per raggiungere una stanza che si trova al centro di una struttura. Ci sono diversi percorsi con delle segnaletiche già impostate – le varie teorie del cambiamento – che indicano come raggiungere la stanza centrale: a volte percorsi più diretti, altre volte più indiretti; a volte più brevi, altre volte percorsi che necessitano di più tempo. Continuando con questa metafora, ogni stanza attraversata è un’esperienza terapeutica e, passando di stanza in stanza, alla fine si arriva a quella centrale, ovvero al cambiamento desiderato. Per abbreviare il più possibile il tragitto, la regola di passaggio fra un percorso e l’altro, e tra una stanza e l’altra – ecco il cuore della Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio – è quella della complementarietà. Questa è la meta-teoria: la complementarietà, che chiamo anche “simmetria degli opposti”. Andando di opposto in opposto, si arriva più rapidamente alla stanza centrale, surfando tra le diverse teorie e le diverse esperienze terapeutiche. Un esempio pratico, che ho riportato nel Manuale, per capire che cosa sia la complementarità è il seguente. C’è una certa categoria di persone – con l’inclinazione psicologica che definisco dei “valoriali” –  che, quando cercano di entrare in relazione con un potenziale partner, tendono a utilizzare una strategia del tutto inefficace: la pretesa. Si aspettano attenzioni da parte dell’altro e, quando non arrivano, se ne lamentano con il diretto interessato. Naturalmente, questo allontana le persone; la pretesa è un repellente relazionale. Nella loro ricerca di un modo alternativo di comportarsi, passano spesso dalla pretesa alla rinuncia: “Tanto, qualsiasi cosa io faccia”, pensano, “non funziona, quindi è meglio non fare niente!”. Il  che però corrisponde a un’ulteriore strategia inefficace. Altri ancora ritengono che una possibile alternativa alla pretesa sia esplicitare all’altro i propri bisogni di attenzione, ma anche questa si rivela essere una strategia inefficace perché, di solito, mostrarsi bisognosi maldispone una persona con cui si sta cercando di costruire una relazione. Qual è allora la strategia efficace che i valoriali possono utilizzare? Ovvero, qual è la strategia complementare? Tutte e tre le strategie sopracitate – pretesa, rinuncia, mostrarsi bisognosi d’amore – hanno un elemento in comune: sono strategie anti-seduttive. Quindi la strategia complementare – l’opposto che funziona – è esaltare i propri lati seduttivi.

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– I viaggi sono un punto fermo per lei di intendere la psicologia: ce ne può parlare?

“Il viaggio è un aspetto essenziale nel mio modo di intendere la professione di psicologo: dal 2019 ho deciso di togliermi da uno studio fisso ed iniziare a viaggiare per il mondo, portandomi lo studio nello zaino. Viaggiando ho toccato sempre più con mano che la psicologia è una scienza che poggia su due piedi: da un parte la fisiologia, dall’altro la filosofia; biologia e scienze umane; natura e cultura. Viaggiando ho visto in che modo gli interventi psicoterapeutici cambiano forma nelle diverse culture perché, appunto, siamo animali non solo biologici ma anche culturali. La sensibilità culturale è, tra l’altro, un aspetto che la ricerca scientifica ha messo sempre più al centro nel lavoro di uno psicologo: i professionisti che hanno una grande sensibilità nei confronti delle minoranze etniche e religiose e di orientamento sessuale, riescono a intervenire efficacemente con tipologie molto diverse di persone. C’è un detto veneziano sul viaggio che dice: “Viagiar descànta – cioè ti apre gli occhi – ma se ti parti mona, te torni mona”. Viaggiare è un’occasione che non necessariamente ti cambia, però se parti per altre terre ben disposto, il viaggio ti apre nuovi orizzonti e ti fa rendere conto che l’orticello in cui sei cresciuto è davvero molto piccolo, e che è solo uno fra i molti modi possibili di vivere”.

 

– Ha in programma nelle prossime settimane una lezione-spettacolo sul narcisismo. Che cosa può dirci a proposito?

“Sarà una lezione di psicologia, inframezzata da momenti di improvvisazione teatrale. Leggerò alcune pagine del mio libro inedito sul narcisismo e, dopo ogni momento di lettura, ci sarà un’interazione con il pubblico presente in sala, che fornirà gli spunti per le improvvisazioni. La lezione-spettacolo si chiama “La seconda natura”, richiamando così un concetto antico che ha avuto molta fortuna lungo i secoli: ereditiamo una prima natura su cui non abbiamo alcun potere; ma possiamo costruire una seconda natura, simile alla prima ma che – a differenza della prima – è frutto della nostra libera scelta. La seconda natura è ciò che l’essere umano coltiva, costruisce, e sceglie per sé, in modo attivo e deliberato, andando spesso in direzione opposta rispetto ai dettami della prima natura. La seconda natura è il terreno dell’etica e della libertà, e si può dire di essere liberi solo se si è in grado di andare in direzione contraria rispetto alle proprie inclinazioni. La lezione-spettacolo sarà un momento di riflessione non solo sul narcisismo ma anche su di sé, in un alternarsi di momenti di approfondimento e di leggerezza. Sono previste due date: Torino il 17 marzo e Roma il 26 maggio. I biglietti sono disponibili su Eventbrite”.

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– Quanto è difficile il mestiere di psicoterapeuta oggi?

“Abbiamo un’enorme responsabilità sulle spalle, a volte anche smisurata rispetto alle nostre possibilità; si pensi, ad esempio, alle persone che soffrono di depressione grave, a chi sviluppa dipendenza affettiva in presenza di abuso narcisistico, ai disturbi di personalità, o ai pazienti con tendenze suicide. Nel compito, gravoso ed entusiasmante al tempo stesso, di occuparci della salute psicologica delle persone, ci sono di aiuto alcuni punti fermi. La ricerca scientifica ci dice che sono tre gli elementi che rendono efficace la psicoterapia: il fatto che psicoterapeuta e paziente abbiano concordato un obiettivo chiaro da raggiungere, che ci sia una forte alleanza terapeutica – ovvero una grande fiducia da parte del paziente – e, infine, che il progetto terapeutico sia chiaro, esplicito, ben definito. Tenere fermi questi tre punti ci permette di gestire efficacemente il grande sforzo di elevare la qualità della vita delle persone, che è la battaglia migliore per cui valga la pena combattere”.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.