di Luca Marrone

David Thomson, che lo scrittore John Banville ha definito “il più grande critico ci­nematografico vivente”, propone ne La formula perfetta (Adelphi), una storia di Hollywood, adottando un approccio del tutto personale e di grande suggestione.

Prende spunto da un ca­polavoro, il “neonoir” Chinatown di Ro­man Polanski (1974) e dalle implicazioni sottese al suo complesso intreccio, il che gli consente di partire da molto lontano, dalla cresci­ta indiscriminata, corrotta e manovrata, di Los Angeles e di concentrare l’attenzione sulle speculazioni frau­dolente fiorite intorno alla gestione dell’acqua e della viabilità, elementi che, sotterraneamente, contribuirono in modo significativo proprio alla nascita e allo sviluppo di Hollywood. E della mecca del cinema, Thomson ricostrui­sce quindi la storia, dalle prime salette improvvisate ai grandi cinema, al­la creazione degli Studios, ripercorrendo il passaggio dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, fino alle ulteriori innovazio­ni tecniche. Lo fa, come si legge nella presentazione del volume, “con un piglio caustico e ma­landrino che contraddistingue chi da sem­pre ama quel mondo e ciò che ha da offrire: sogni surrettiziamente innervati dalla realtà.”

E ci restituisce una Hollywood che pullula di imprenditori spregiudicati, di attrici senza scrupoli, di registi pedofili, di produttori fedifraghi, una “fabbrica dei sogni” dove tutto ha un prezzo, dove tutto ruota intorno all’interesse economico, motore produttivo e giustificazione dei peggiori azzardi. “Se nella ricerca della felicità fai qualcosa di abbastanza clamoroso da ricavarne un patrimonio, puoi anche dire addio alla felicità, perché ormai l’hai barattata con l’equivalente materiale del successo, cioè il denaro.” Gli aneddoti che il volume narra, sempre curiosi, spesso sordidi, comun­que illuminanti, hanno per protagonisti molti di coloro che hanno reso grande il cinema: registi come David Wark Griffith, Orson Welles e Alfred Hitchcock, divi come Greta Gar­bo e Marlene Dietrich, Humphrey Bogart e Jack Nicholson, produttori co­me Jack Warner, Louis Mayer e Samuel Goldwyn, senza trascurare figure meno note ma non meno influenti.

Thomson riesce a evidenziare come tanti, eterogenei fattori mischiati insieme, in modo sempre diverso e imprevisto, possano giungere a creare quella “formula perfetta”, ambita e sfuggente, di cui è costituita la magia hollywoodiana. Il riferimento – diretto ed esplicito – è a quanto considera Francis Scott Fitzgerald ne Gli ultimi fuochi: “Si può accettare Hollywood qual è, come facevo io, oppure ignorarla con il disprezzo riservato a ciò che non riusciamo a capire. Si può anche capirla, ma solo confusamente, e a tratti. Non più di cinque o sei uomini sono riusciti ad avere ben chiara nella mente la formula perfetta dell’industria del cinema.”

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