Sensibile, sognatore e appassionato di studi umanistici – approfonditi attraverso le lezioni di lettere e di arte con il padre – Degas si descrive così:
“Ero o sembravo duro come tutti, per una specie di impulso alla brutalità che mi veniva dal mio dubitare e dal mio cattivo umore. Mi sentivo così fatto male, così sprovveduto, così fiacco, mentre mi pareva che i miei calcoli d’arte fossero così giusti. Tenevo il broncio a tutti e anche a me stesso”.
Di indole solitaria, trascorre le sue giornate rinchiuso nello studio, tra i suoi lavori artistici. Il Cabinet des Estampes della Biblioteque National è il luogo che gli permette di entrare in contatto con riproduzioni di grandi maestri del passato e si appassiona a Mantegna, Durer, Rembrandt o Goya.
Ben presto Degas lascia gli studi per dedicarsi interamente all’arte e ai suoi bisogni creativi. Conosce Lamothe, allievo di Ingres, che riesce a trasmettergli l’importanza che Ingres attribuiva al disegno e gli dà qualche consiglio, tra cui: “Disegni linee, giovanotto, tante linee, non importa se vengono dalla memoria o dalla natura”.
Degas si distacca dai modelli proposti dall’Accademia, in quanto non creativi, e decide di dedicarsi alla vita nella sua veste di cruda storicità filtrata attraverso pennellate poetiche.
Ispirato alla poetica della fotografia, si cimenta nel catturare la realtà dell’obiettivo, in tutti i suoi aspetti sfuggenti e nascosti. I suoi quadri, infatti, evocano le inquadrature fotografiche, ad esempio “Orchestra all’Opera” (del 1869) e “Luci della ribalta” (1876-77).
Conosce gli impressionisti e Manet, con il quale condivide la passione per la musica, il teatro e inizia a prediligere i paesaggi. Si ricordi l’unica esposizione impressionista, organizzata da Degas nel 1892, con ventisei “paesaggi immaginari”.
Noto per i quadri con protagoniste le ballerine, Degas realizza “La lezione di danza” come il primo dipinto di grandi dimensioni: interni, luci artificiali, studi sul movimento, che evocano le sue parole: “La pittura è innanzitutto un prodotto dell’immaginazione, non deve mai essere una copia. L’aria che si vede nei quadri non è respirabile”.
Con la morte dell’amico Manet inizia una piccola crisi artistica tanto che si ritira e si isola dal mondo. Il tutto accentuato dal progressivo indebolimento della vista, che lo vedrà morire, completamente cieco, il 27 settembre 1917.