di Luca Marrone
Roma. Una notizia sull’Ansa di alcuni giorni fa. Il primo ottobre si terrà nella capitale un torneo di scherma in memoria di Marta Russo. Da oltre vent’anni, spiega il comunicato, i campioni azzurri ricordano la studentessa uccisa all’università la “Sapienza” di Roma nel 1997. Un ricordo, dunque, ancora vivo e dolente, di un omicidio sotto molti aspetti ancora avvolto nel mistero.
È venerdì 9 maggio 1997, ore 11.42, quando Marta Russo, ventidue anni, studentessa di legge e appassionata di scherma, sta percorrendo un vialetto della “Sapienza” tra le facoltà di Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienze statistiche e viene raggiunta alla testa da un proiettile. Qualcuno, vicino a lei, affermerà di aver sentito un colpo attutito. Il proiettile penetra sotto l’orecchio sinistro, perforando l’encefalo. La giovane viene immediatamente trasportata al vicino Policlinico Umberto I. Muore dopo cinque giorni di coma, il 14 maggio.
Il delitto sembra non avere un movente plausibile, le indagini si prospettano, fin da subito, estremamente complesse. In prima battuta, viene valutata la pista terroristica: il 9 maggio è l’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro e alcuni giornali evocano prontamente il fantasma degli anni di piombo e della strategia della tensione. Ma la giovane vittima non risulta avere alcun collegamento con organizzazioni terroristiche, per nessuna ragione avrebbe potuto costituire un plausibile obiettivo. Si prende quindi in considerazione lo scenario dello scambio di persona, ipotizzando che il vero bersaglio possa essere stato costituto da alcuni studenti iraniani che, il giorno del delitto, si trovavano poco lontano da Marta. Non trascurate, ovviamente, piste più tradizionali, gli investigatori non mancano di interrogare amici ed ex fidanzati. Nulla.
Ci si interroga sul punto da cui potrebbe essere partito il colpo, problematica che, a dispetto dei contributi tecnici in seguito recepiti in sede dibattimentale, non sembra tutt’ora giunta a una soluzione condivisa. Il proiettile, secondo le valutazioni ritenute più attendibili dagli inquirenti, sarebbe stato esploso dalla finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto. Come vedremo, altre valutazioni tecniche sarebbero approdate a conclusioni alternative, ma le indagini si erano ormai orientate sulle ipotesi correlate a tale assunto. L’arma del delitto, comunque, non viene rinvenuta.
Molte le persone indagate. I sospetti iniziali si orientano verso un bibliotecario di Lettere, poi scagionato. Problematiche si rivelano le interazioni con le persone informate sui fatti, sembra si registrino contraddizioni e ritrattazioni, c’è chi contesta i metodi con cui gli interrogatori sarebbero condotti. I sospetti finiscono con il focalizzarsi su due giovani assistenti, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, che continueranno a dichiararsi innocenti nel corso di tutto l’iter giudiziario che dovranno affrontare.
Difficile si rivela anche stabilire un movente plausibile per cui due giovani assistenti avrebbero dovuto uccidere una persona a loro del tutto estranea. Priva di ogni riscontro effettivo si rivela l’idea secondo cui i due avrebbero agito per dimostrare di poter commettere il “delitto perfetto”. Credibile, forse, in un’opera di fiction (per singolari assonanze, il riferimento più ovvio è Nodo alla gola di Alfred Hitchcock), nella realtà suona improbabile. Pure, certi giornali dell’epoca non mancano di alimentarla, riportando la notizia secondo cui alcuni studenti avrebbero riferito di aver sentito i due assistenti discutere tra loro appunto di “delitto perfetto”. Si parla persino di un seminario che Scattone e Ferraro avrebbero dedicato all’argomento, con tanto di dispensa messa in vendita e di cui, però, non si rinviene traccia. Affermazioni in seguito ritrattate, tutto si riduce, a quanto risulterà dal processo, a una osservazione proposta, in aula, dal prof. Gaetano Carcaterra, uno dei titolari della cattedra di Filosofia del diritto, relativa non al delitto perfetto ma alle strategie difensive: “In una lezione che ho personalmente tenuto il 21 aprile del ‘97”, dichiarerà questi, “ho trattato il tema del ragionamento ‘deduttivo’ che può fare la difesa durante un procedimento giudiziario. E cioè: se un imputato non ha mai posseduto un’arma, non aveva ragione di uccidere e non si trovava sul luogo del delitto, probabilmente non è colpevole. Un discorso che è durato circa dieci minuti, non di più, in una lezione di un’ora.”
L’accusa chiede la condanna di Scattone e Ferraro a diciotto anni di carcere per concorso in omicidio volontario con dolo eventuale e la concessione di attenuanti generiche e per detenzione di arma da fuoco. 1° giugno 1999, Scattone è condannato a sette anni di reclusione per omicidio colposo con l’aggravante della colpa cosciente e per possesso illegale di arma da fuoco, e Ferraro a quattro anni per favoreggiamento personale. Nel 2001, la Corte d’Assise d’appello conferma le condanne, aumentando la pena per Scattone a otto anni e per Ferraro a sei. Condanne annullate con rinvio dalla Corte di Cassazione, il successivo giudizio approda a nuove condanne: sei anni per Scattone, quattro per Ferraro. Il 15 dicembre 2003 la Corte di Cassazione condanna quindi in via definitiva Giovanni Scattone a cinque anni e quattro mesi e Salvatore Ferraro a quattro anni e due mesi.
Dalle perizie balistiche effettuate nel corso del processo, risultano tutt’altro che scontati il luogo da cui il colpo mortale sarebbe potuto partire e, dunque, l’effettiva dinamica dell’evento. A giudicare dalle tracce repertate sul davanzale delle aule circostanti (particelle di bario e antimonio, metalli pesanti e di ferro, comunque non riconducibili in modo conclusivo a uno sparo), i periti nominati dalla Corte d’Assise ritengono compatibili con il percorso effettuato dal proiettile le traiettorie dalle finestre uno, tre, quattro, sei (quella “incriminata”), sette e otto dell’istituto di Filosofia del diritto, oltre che con il bagno di statistica. Ma, a loro dire, “solo la sette e la otto”, al pianterreno, rivelerebbero “una più accentuata probabilità”. I periti di primo grado (Benedetti, Romanini e Torre) concludono: “Gli elementi tecnici risultati dalle indagini non indicano il coinvolgimento degli imputati in quello sparo.” Le tracce (una particella definita “binaria”) che si era ritenuto di poter ricondurre allo sparo, sembrano, con elevata probabilità “non avere nessun rapporto col colpo” che ha ucciso Marta Russo, “sia per la presenza in essa di antimonio sia per la preponderante presenza di ferro, che la renderebbe compatibile soltanto con un colpo esploso da un’arma arrugginita (e non è, come si è visto, il caso in oggetto).”
Il proiettile che ha attinto la vittima (marca Eley, inglese), non contiene antimonio nella carica di innesco e si dibatte se possa produrlo. In sede di sparo, proiettili di tale marca rilasciano, invece, piombo, bario e calcio (comunque, non particelle binarie), oltre a tracce di fosforo. La stessa sentenza della Corte d’Assise di Appello afferma in proposito che “la particella binaria Antimonio-Bario repertata sul davanzale della finestra dell’aula 6 certamente non proviene dall’innesco della cartuccia che uccise Marta Russo (o almeno non proviene soltanto dall’innesco)”. La particella in questione non era sferica, mentre quelle prodotte da uno sparo lo sono. Secondo i periti la particella ha “un’origine diversa dallo sparo (proviene cioè da inquinamento ambientale)”: su altre finestre degli edifici circostanti si rilevano, del resto, particelle analoghe. Altre tracce recuperate sulla finestra e sui vestiti degli assistenti non vengono ammesse come prove perché di incerta origine: secondo gli analisti, sono in prevalenza costituite da ferro e, dunque, non riconducibili a uno sparo.
A casa di Scattone e di Ferraro, niente armi o munizioni di nessun genere. Esito negativo dei test volti ad accertare eventuale presenza di residui di sparo su mani e vestiti. Sulla borsa di Ferraro, residui che l’accusa ritiene di polvere da sparo e che la difesa e ed alcuni esperti classificano come polvere metallica derivata da particelle delle pastiglie freno dei veicoli. Non concordi i periti: il primo (Zenar) ritiene che la particella in questione potrebbe risultare l’unica forse compatibile con uno sparo. Il secondo (Cingolani), non esclude che la particella della borsa possa derivare da uno sparo, concludendo però che solo “qualora si potesse escludere che particelle di questa composizione possano essere formate da altri processi ambientali e/o di inquinamento, sarebbe ragionevole concludere che le particelle della parte inferiore del proiettile e quella rinvenuta nella borsa di Ferraro sono analoghe”. Tale traccia viene comunque definita “simile” e non identica a quella di uno sparo, perché non sferica ma ovale. Un terzo perito (Torre) ritiene, invece, che il silicio riscontrato provenga dai tubi dell’impianto di riscaldamento e che la polvere da sparo sia di una esiguità tale da potersi associare esclusivamente a una contaminazione. Anni dopo, un quarto esperto (Romanini), ribadirà tale conclusione a proposito dei residui sulla borsa, considerando che “se la pistola usata avesse davvero appena sparato, avrebbe lasciato non una ma diecimila tracce.”
E l’aula 6, da cui si riteneva che il colpo fosse partito? Secondo la relazione Farneti-Vagnozzi, l’aula 6 avrebbe potuto essere il punto d’origine dello sparo solo se la vittima avesse tenuto la testa pendente verso destra, in modo innaturale, dettaglio di cui nessun testimone all’epoca, ha dato conto. “Se la vittima aveva il capo leggermente voltato verso destra e obliquo, il punto di sparo probabilmente proveniva dalla finestra dell’aula 6. Se invece la Russo aveva il capo perfettamente eretto, allora la traiettoria porta ad altri tre luoghi, ma al piano terra dello stabile: il bagno disabili, la sala di statistica, in fase di ristrutturazione e la sala computer, se la vittima aveva però la testa anche ruotata verso destra”. Relazione Ricci-Ditta: Marta Russo aveva la testa girata verso destra ma eretta, valutazione su cui concordano anche altri esperti. Torre: “Alla fine siamo arrivati alla conclusione che è più probabile che il colpo sia partito dai bagni di Statistica o da una stanzetta adiacente che all’epoca era in ristrutturazione.”
Ancora: sul proiettile e sui capelli della vittima vengono riscontrate microtracce di fibre di lana di vetro (silicato amorfo principalmente utilizzato in edilizia e nei silenziatori dei veicoli a motore endotermico), come da contatto con tali residui. Le fibre – del tutto assenti nell’aula 6 – sembrerebbero compatibili con quelle del controsoffitto del bagno disabili e ne vengono rivenute di analoghe proprio sul pavimento del locale che, a ridosso dell’omicidio, i testimoni indicano come il luogo da cui lo sparo sarebbe partito. Nel bagno di Statistica, inoltre, si recuperano probabili residui di polvere da sparo. Nel corso del processo, la difesa produce anche consulenze tecniche tese a dimostrare la compatibilità della particella della borsa di Ferraro con i residui delle marmitte catalitiche.
Questi alcuni dei contributi che le scienze forensi hanno fornito alle indagini e al processo. Non sorprende che tali risultanze continuino a legittimare ipotesi e scenari alternativi rispetto a quelli recepiti in ambito giudiziario, sulla possibile dinamica dell’iter criminis (con il correlato “luogo del delitto”), su quello che potrebbe essere stato il reale movente dell’omicidio e, ovviamente, sull’identità dell’assassino. Chi è davvero il responsabile della morte della giovane studentessa? Ha inteso colpire effettivamente lei, ha sbagliato nell’attingere il bersaglio o ha sparato a caso, in mezzo alla folla? Era animato da un movente focalizzato su una singola persona o da una qualche volontà “dimostrativa”? Voleva davvero fare fuoco? Dopo tanti anni e nonostante la conclusione dell’iter processuale relativo al caso, i dubbi e gli interrogativi permangono.