Pietro Germi è stato un regista, sceneggiatore, attore, produttore cinematografico e televisivo italiano.

Fortemente interessato al sociale, inizia a realizzare film di grande impegno politico, anche con spiccati toni satirici e cinicamente umoristici, che lo hanno consacrato come uno dei più importanti esponenti della commedia all’italiana: tale termine deriva da uno dei suoi capolavori più decisivi del filone artistico Divorzio all’italiana, vincitore del Prix de la meilleure comédie alla 15ª edizione del Festival di Cannes e del Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 1963.
Il PCI lo giudicava negativamente per il contenuto dei suoi film ma, soprattutto, per le sue posizioni politiche. Nelle sue pellicole, Germi criticava l’idea che i comunisti italiani si erano costruiti sulla figura dell’operaio e analizzava la trasformazione sociale della classe operaia in Italia.
Un esempio deriva dal film Il ferroviere con la figura del ferroviere Marcocci che, secondo Guido Aristarco – direttore della rivista cinematografica Cinema Nuovo -, incarnava «un populismo storicamente sorpassato, con idee risalenti all’epoca del movimento socialista esordiente con i turatiani del primo dopoguerra».
Umberto Barbaro, a tale proposito, affermava: «Cari amici, a me questi operai di Germi che si comportano senza intelligenza e senza volontà, senza coscienza di classe e senza solidarietà umana – metodici e abitudinari come piccoli borghesi – la cui socialità si esaurisce in partite di caccia domenicali o davanti ai tavoli delle osterie – che non hanno né brio né slanci, sempre musoni e disappetenti, persino nelle cose dell’amore – che ora fanno i crumiri e ora inguaiano qualche brava ragazza, spingendola al suicidio – e poi piangono lacrime di coccodrillo, con le mogli e dentro chiese e sagrestie – questi operai di celluloide, che, se fossero di carne e ossa, voterebbero per i socialdemocratici e ne approverebbero le alleanze, fino all’estrema destra, non solo sembrano caricature calunniose ma mi urtano maledettamente i nervi».
Germi ambiva a creare un cinema popolare, nazionale e non conformista, capace di parlare al grande pubblico, toccando l’anima dell’uomo che vive tra le frustrazioni, le difficoltà e il difficile tentativo di creare l’ equilibrio tra le componenti che animano la vita: famiglia, società, lavoro.
La peculiarità dei suoi film risiede nell’ «intransigenza morale, nell’idealismo civile, nell’intervento sociale che saldavano il cinema con l’orientamento politico e l’etica dominante più di quanto riuscisse a fare in media il neorealismo puro». Tra i suoi altri capolavori, ricordiamo: Il testimone (1946), Gioventù perduta (1948), In nome della legge (1949), Il cammino della speranza (1950), La città si difende (1951), Il brigante di Tacca del Lupo (1952), La presidentessa (1952), Sedotta e abbandonata (1964), L’immorale (1967).