Il contro-golpe di Erdogan è l’unico vero golpe che abbiam visto questa settimana, facciamocene una ragione. E per quanto le epurazioni sembrino aver diviso la politica internazionale e soprattutto -è il caso di dirlo- quella europea, è anche avvenuta una insolita levata di scudi dai sostenitori del presidente più nominato dai giornali.
Non che di oppositori ne siano rimasti poi molti, a dire il vero. Nonostante gli inviti da parte dei maggiori leader occidentali, difatti, ad “usare moderazione” e “rispettare i diritti democratici“, le epurazioni post-golpe militare di venerdì 15 Luglio non danno alcun cenno di rallentamento. Sembra anzi che il presidente Recep Tayyp Erdogan ed il Governo dell’AKP (il partito di cui fa parte) non abbiano intenzione di alleggerire il pugno di ferro.
Per la prima volta abbiamo saputo cosa voglia dire far fallire un colpo di stato dei militari in Turchia. Già tre volte (nel 1960, nel 1971 e nel 1980 sotto il comando del Gen. Kenan Evren) i militari avevano ribaltato il governo turco, portando la Turchia ad avvicendamenti sempre più violenti e che hanno contribuito all’immagine di una Turchia instabile e difficilmente governabile.
Che nel golpe fossero coinvolti soltanto gulenisti o qualche kemalista è fuorviante: “Una comoda semplificazione“, sostiene lo scrittore Ahmet Altan, ex direttore del quotidiano Taraf. “Del resto -aggiunge- i gulenisti sono ovunque: è stata la confraternita di Fethullah Gulen a fornire al partito AKP di Erdogan gran parte dei suoi quadri più preparati“.
Dopo militari, polizia, giornalisti, autorità religiose e dipendenti pubblici, la rappresaglia colpisce scuole e Università. E l’AKP di Erdogan finisce nel mirino di Wikileaks. Il canale televisivo Ntv annuncia la presenza di due giudici della Corte Costituzionale turca tra i 113 esponenti del sistema giudiziario arrestati in giornata.
Arrestato anche il rettore dell’Università di Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber. Notizia che segue di qualche ora l’annuncio della sospensione di 95 membri del personale accademico dell’Università statale di Istanbul e dei rettori di altre quattro università turche da parte del Consiglio per l’alta educazione (YOK). Mentre CNN Turchia parla della sospensione da parte del ministero dell’Istruzione di altri 6.538 dipendenti, dopo i 15.200 di martedì e i 21mila a cui è stata ritirata la licenza per insegnare nelle scuole private.
Se pensiamo di rimanere fuori da quanto sta accadendo in Turchia ci sbagliamo. La Turchia è nella NATO dal 1952, con Ankara pedina fondamentale nella partita della Guerra Fredda (si pensi ai missili nucleari americani schierati in Anatolia) e dunque pezzo fondante dell’Alleanza Atlantica.
Recentemente protagonista di spicco nella crisi mediorientale -con tutte le sue fastidiose ambiguità a sostegno di jihadisti pur di abbattere Assad in Siria- ha agito come attore fondamentale nel garantire, tramite quelle forze armate purgate e dimidiate ad oggi, un domani agli accordi internazionali.
Le purghe contro l’esercito stanno minando il morale e la coesione dei soldati turchi e gli arresti dei comandanti militari aumentano il caos gerarchico e organizzativo. Un indebolimento delle forze armate avrà riflessi assai negativi sulle possibilità della Turchia di affrontare le sfide sulla sicurezza, dal Kurdistan alla Siria, al terrorismo, che ha colpito con centinaia di vittime. La Grande Epurazione del controgolpe di Erdogan infuria e la vita dei turchi si dipana in queste ore in troppe linee perché se ne possa scegliere una da raccontare e dare per buona.
Ma non c’è dubbio che tutto quello che sta avvenendo qui ci riguarda, eccome.

