Quando avevo 17 anni la mia vita non era esattamente facile. Di motivi per essere incazzata con il mondo ne avevo a bizzeffe. Passo ad elencarli:

  • Il ragazzo di cui ero stracotta evitava accuratamente di rendersi conto della mia esistenza;
  • La mia (grazie al cielo EX) insegnante di pianoforte aveva deciso che tutti i difetti fisici (ma proprio tutti) erano sulle mie mani e che da lì derivava la mia incapacità di intendere e volere a proposito della musica. Ero terrorizzata al solo pensiero di avvicinarmi allo strumento che tanto amavo e che adesso era praticamente off limits per me;
  • L’apparecchio per i denti. Non credo ci sia altro da aggiungere;
  • Io e mia madre non eravamo esattamente migliori amiche e a pensarci oggi non riesco proprio a crederci;
  • La mia faccia e il mio corpo non mi piacevano neppure un po’. Il motivo? Torna al punto primo;

 

Questi erano i miei piccoli grandi drammi e credevo di averne proprio abbastanza. Ma come si dice, non c’è limite al peggio.

Ricordo perfettamente l’estate del 2006. Avevo iniziato a tossire in maniera trascurabile, in quella maniera che non allarma una madre, tanto per essere chiari. Poi da settembre le cose erano lentamente peggiorate, in maniera molto graduale ma leggermente preoccupante: in quella maniera che inizia ad allarmare una madre, tanto per essere chiari. Prenotammo una visita medica: niente di cui essere spaventati, un po’ di sciroppo per la tosse e sarebbe passato tutto. Ma quel tutto continuava a non passare ed ero arrivata al punto di sentirmi a disagio nella mia classe perché tossivo continuamente ed interrompevo ogni spiegazione, interrogazione, chiacchiera. Mi sentivo davvero fuori posto, ovunque. Avevo una continua febbricola, ogni sera avevo i brividi, non uscivo più con le amiche, chiedevo sempre loro “Ma voi non sentite freddo?”. Mamma mi portò di nuovo in ospedale: era la mattina del 17 Dicembre. Di quel giorno ricordo tutto nei minimi dettagli: esami di ogni tipo, il mio corpo tastato dalle mani di tanti medici, lastre incomprensibili e sguardi sfuggenti, specializzandi che fissano il mio corpo nudo, io che voglio solo scomparire e non tornare più.

Lo sguardo preoccupato di un medico può ridurre in cenere una madre. Mi ricordo che la mia cercava di essere forte, le madri sanno esserlo in un modo incontrollato, rocce immuni a qualunque tempesta anche se dentro è tutto rotto. La sera tornai a casa con una strana sensazione lungo il corpo, chiamai la mia migliore amica per il suo compleanno e dissi solo “Auguri Cri…” E, dopo una pausa, aggiunsi “Non sto bene”.  Fu uno strano dicembre quello del 2006.

Avevo un tumore.

Dire ad una ragazzina di 17 anni che ha un tumore non è esattamente tra le dieci cose più facili nella vita. Ricordo le labbra del medico che ripetevano quella parola, possiamo curarlo, diceva, dobbiamo operarti, diceva, poi inizierai una cura pesante ma lo batteremo, diceva. Nella mia testa quelle erano parole come altre, ci sono dei momenti che credo di aver resettato per il terrore che potessero ritornarmi addosso e uccidermi.

Lo ricordo bene. E ricordo le mie braccia martoriate dalle flebo, il liquido rosso che scendeva e che mi faceva paura, gli occhiali da sole di papà, gli occhi gonfi di mamma mascherati sempre da un sorriso. Ricordo il mio capodanno in una stanza d’ospedale, guardavo i fuochi d’artificio attraverso la finestra e pensavo a Dio, gli chiedevo di darmi la forza perché ero solo una ragazzina e quel tumore era troppo grande per me. Ricordo l’infermiera stizzita perché mamma mi vedeva soffrire e chiedeva di sistemare la flebo ma quella donna doveva scappare a festeggiare con i suoi amici e non si interessò al mio braccio. Mamma dovette sopportare in silenzio. Io cercavo di essere forte.

Ricordo che per un periodo molto lungo non mi fu possibile uscire di casa, le mie difese immunitarie erano praticamente nulle. Ricevevo molte visite e non era facile per nessuno. Non  lo era per i miei amici perché ero una bomba ad orologeria, non capivo cosa stesse accadendo al mio corpo e potevo scoppiare a piangere per un qualsiasi motivo e in un qualsiasi momento. Capitava di solito quando sembrava che la tosse mi avrebbe soffocata. Oppure quando qualcuno mi diceva che ce l’avrei fatta perché ero forte. Io avrei solo voluto rispondere che quando hai un tumore DEVI essere forte. Ad oggi capisco di essere stata davvero cattiva in molte occasioni. Non l’avrei mai voluto ma ero incontrollabile.

La mente è così potente da monopolizzare una vita. Non l’avevo ancora capito allora, lo scoprivo mentre camminavo nei corridoi che mi avrebbero portato in reparto per ogni ciclo. Sentivo un puzzo tremendo, il puzzo della chemio. Mamma non capiva, lei non captava nulla, nessuno là dentro poteva sentirla. Era tutto nella mia testa, mi sembrava di impazzire. Ci sono tornata in quei corridoi, ho sentito ancora quel puzzo. E, ancora una volta, io soltanto l’ho avvertito. Ero la più piccola in cura in quel reparto. Vedevo gente molto più avanti di me nei cicli di chemio con tutti i capelli perfetti al loro posto. I miei non hanno retto alla potenza del liquido rosso che scorreva giù nelle vene. Cadevano piano piano, i miei ricci, ma io non volevo tagliarli, ero solo una ragazzina a cui piacevano i capelli lunghi. Facevo lo shampoo e venivano via a cumuli, fui costretta a tagliarli un po’. Eppure erano sempre troppo pochi. C’erano zone della mia testa ben esposte alla luce del sole e me ne vergognavo tremendamente. Decisi di indossare una coda, poi comprai una parrucca. Ancora ricordo cosa dicevano di me nei corridoi della scuola: ma quella lì ha sempre i capelli così in ordine? Qualcuno arrivò persino ad ipotizzare che fossi incinta, perché anche la scuola era off limits, quando sei troppo esposta a tutto e fai una chemio non puoi startene molto in giro. Allora circolò la voce che non andavo a scuola per quella gravidanza. Oggi ci rido, allora non la presi tanto bene. Quando hai 17 anni sono tante le cose che non prendi molto bene. Io non potevo andare a scuola e allora portarono la scuola da me. Le mie professoresse venivano ad insegnarmi tutto a casa, facevo le verifiche, le interrogazioni, leggevo con loro. Non mollavo.

Certi cicli erano davvero duri, la mia mente aveva sviluppato quel puzzo tremendo che mi causava conati incontrollati non appena l’infermiera arrivava nella mia stanza con i liquidi ben chiusi nella carta argentata. Vomitavo prima del ciclo, durante (soprattutto durante) e anche dopo a casa. Vomitavo per due giorni consecutivi e non riuscivo a mangiare nulla, nulla rimaneva nel mio stomaco per molto tempo. Quando oggi mi chiedono perché non non mi sia mai capitato di ubriacarmi e di finire con la testa nel cesso di qualche locale sono sempre tentata di rispondere che per sei mesi ci sono stata praticamente dentro fino al collo. E vomitare l’anima a causa di una chemio è un buon motivo per non aver voglia di finire di nuovo in quel cesso. Bene, adesso lo sapete. Finirete di chiederlo, vero?

Quando penso a quel periodo della mia vita non capisco ancora come io possa aver trovato la forza di stringere i denti e lottare. Ho avuto paura per  anni, ogni febbre mi terrorizzava, piangevo incontrollata, chiedevo a mia madre “E se ritornasse?”. Porto i segni di quella chemio su tutto il mio corpo, ho ancora tutti i miei incubi al loro posto, a volte tornano prepotentemente e non riesco a respingerli. Quando fai una chemio resti ferita a vita nell’anima. Fuori continui a sorridere ma dentro, di tanto in tanto, qualcosa scricchiola e si incrina. Fa un male cane. Godete pienamente di ogni attimo su questa terra, è energia pura che passa tra le dita e chiede la nostra attenzione. Lo ripeto continuamente a me stessa quando mi arrabbio per i motivi più futili o litigo con un mio amico o resto chiusa in casa per le cause più impensabili. Non ne vale mai davvero la pena. Lotto per realizzare i miei sogni, ogni giorno, perchè per questo vale la pena.  La vita mi ha dato una seconda possibilità, l’ho presa al volo. Io oggi posso scriverne e di questo sono felice, posso raccontarlo a qualcuno ed essere forte.

Oggi posso dire “Sono io, sono qui. Ce l’ho fatta”.

 

La ragazza  in foto ha compiuto 18 anni e sorride felice dopo aver terminato la radioterapia. Ha una coda lunghissima che le permette di avere “i capelli sempre in ordine” 😉

Lucy Gemma

Lettrice ossessivo-compulsiva alla ricerca della felicità e degli spazi in cui stipare i miei milioni di libri. Sognatrice incallita e bisbetica musona, vivo circondata da post it, mi commuovo su un accordo di re minore e passo ore a confidarmi col mio pianoforte che grazie al cielo non può rispondere. Sogno di poter vivere scrivendo libri e regalando attimi di inesplorate emozioni al mondo. Autrice di "Per un grammo di gioia" e "Volevo fare la scrittrice ma poi sono guarita".

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Di Lucy Gemma

Lettrice ossessivo-compulsiva alla ricerca della felicità e degli spazi in cui stipare i miei milioni di libri. Sognatrice incallita e bisbetica musona, vivo circondata da post it, mi commuovo su un accordo di re minore e passo ore a confidarmi col mio pianoforte che grazie al cielo non può rispondere. Sogno di poter vivere scrivendo libri e regalando attimi di inesplorate emozioni al mondo. Autrice di "Per un grammo di gioia" e "Volevo fare la scrittrice ma poi sono guarita".