Se il dibattito sull’immigrazione ha assunto più il livello del tifo da stadio, dove rappresentanti delle istituzioni gridano e sbraitano arroccati sulla propria poltrona senza offrire valide idee, ma solo aizzando (e aizzandosi) gli uni gli altri, oggi una notizia di cronaca ha intristito tutti.
Ma è bene che Mohamed, il bracciante che oggi è morto d’infarto mentre raccoglieva pomodori per pochi euro l’ora, non diventi un altro punto strumentale alla politica di alcuni, composta da slogan e non interessata per tanti motivi al vero problema. Il vero problema, difatti, non è la nazionalità di quest’uomo, in Italia regolarmente, con documentazione e permessi di soggiorno validi, ma il lavoro (in nero) che non è solo una sua prerogativa ma anche di tanti italiani.
Perché se è vero che “non c’è lavoro” e che “gli immigrati rubano il lavoro” come siamo ormai abituati a stigmatizzare il fenomeno, è anche vero che ci sono tanti, troppi uomini che, senza scrupolo alcuno, sfruttano quelle stesse braccia di cui si lamentano in televisione.
Da Repubblica: “Il sostituto procuratore Paola Guglielmi ipotizza per ora il solo reato di omicidio colposo, ma è probabile che altre ipotesi si aggiungeranno presto all’elenco delle imputazioni: i primi controlli effettuati dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina stanno portando alla luce un quadro di diffusa illegalità. Mohamed, stando alle prime ricostruzioni, era in possesso di permesso per stare in Italia in quanto richiedente asilo, ma non aveva un contratto di lavoro.”
E’ necessario iniziare a comprendere che dietro ogni uomo c’è una storia, degna di essere raccontata in ogni suo aspetto e non strumentalizzata in maniera semplicistica. Per cambiare la situazione servono ponti, non muri.
Se Papa Francesco sta insegnando qualcosa con il suo pontificato, è questo.
(Per l’immagine di copertina si ringrazia Mauro Biani)

