di Elena Sparacino

Quando nel 1994 calò il silenzio su un caso che ora definiremo in via riduttiva “RAI vs Jalisse”, ero troppo piccola per avere memoria della sua risonanza mediatica. Ci sono voluti anni per destare la mia attenzione e capire perché una delle più emozionali manifestazioni televisive (Guinness World Record come spettacolo musicale annuale in onda da più anni consecutivi, è l’evento non sportivo più seguito al mondo) fosse mestamente finita nell’oblio – anche dopo la sua ripresa – nel Paese che i fiori di Sanremo ancora insiste nel metterseli all’occhiello. La pulce nell’orecchio è arrivata dalla constatazione di amici provenienti da altri angoli di mondo ma in grado di citarmi la «pregevole presenza scenica di Nina Zilli» o il testo de L’essenziale di Marco Mengoni. Insomma: che fine aveva fatto L’Eurovision? La cosa davvero bizzarra è che quando – nel 1956 – il concorso canoro made in EU venne istituito, L’Italia giocò un ruolo da protagonista nel delineare, proprio su modello del nostro Festival, un programma televisivo che fosse dal respiro internazionale. Eppure, per qualche motivo, quasi nessuno in Italia negli ultimi anni pare essersi curato di questo rientro, con scarsa cognizione del fenomeno e share ai minimi storici; questo almeno fino a quando l’esplosione di streaming, Twitter e televoto non ha riportato questo drago in vita.

Commissionata dall’Unione Europea di Radiodiffusione (l’attuale UER), la neonata gara canora nacque con l’ambizione di raccogliere tutti i Paesi dell’Unione, per sanare le ferite della guerra cavalcando l’onda del più grande simbolo dell’era moderna: la televisione. Su proposta di Sergio Pugliese nel 1955 fu creato un comitato che partorì “Eurovision Song Contest”. Un’idea che a Marcel Bezençon piacque al punto da lanciare già l’anno seguente la prima edizione del concorso – trasmesso da allora in simultanea in tutti i Paesi in gara. Nel corso degli anni la rappresentanza tricolore non fu mai trattata con sufficienza: dalle ripetute partecipazioni dei più noti successi di Domenico Modugno fino a Peppino di Capri, Gianni Morandi, Mia Martini, Alan Sorrenti e molti altri, non ultimi coloro che con grande orgoglio nazionale vinsero il contest: Gigliola Cinquetti (Copenaghen, 1964) e Toto Cutugno (Zagabria, 1990). Una tradizione longeva, disdetta dalla RAI nel 1997; solo più tardi, nel 2010, il nostro Paese (che pure è membro delle cosiddette “Big Five”) ha domandato di poter ritornare sul palco.

FOTO_Daniele Barraco_bassa_b-keVB-U10402132668144LsF-700x394@LaStampa.itCosì, come nel migliore degli amarcord, proprio dalla tradizione l’Italia ha voluto ripartire per un rilancio in grande stile: per la prima volta dopo la ripresa, nel 2015 il destinato alla rappresentanza all’Eurovision sarebbe stato – popolo sovrano – il vincitore uscente di Sanremo. Sembra perfetto che la carta giocata sia stata Il Volo: così come i tre giovani tenori pop, la loro hit Grande Amore si presentava come la perfetta sintesi musicale degli stereotipi italiani all’estero, dal bel canto all’italiana – con influenze neomelodiche – fino agli sguardi ammiccanti e ‘seduttori’ erogati sapientemente dai tre ragazzi (da poco rilanciati in Italia, ma con le spalle già forti dei più grandi palchi internazionali: del resto, si sa, nemo profeta in patria). L’interpretazione è stata comunque molto apprezzata, dal terzo posto guadagnato con la bellezza di 292 punti (il più alto score mai realizzato dal nostro Paese alla manifestazione) fino al Press Award, il riconoscimento della stampa che ha voluto premiare il trio.

A vincere la 60esima edizione del concorso europeo, invece, è stato Måns Zelmerlöw: classe 1986, il bell’artista svedese coniato da un talent dieci anni fa non solo è molto caro al suo pubblico, ma ha saputo ritagliarsi una nicchia che lo ha visto doppio platino in Svezia per il singolo Cara Mia, performer in numerosi musical e scrittore non solo per sé, ma anche per altri artisti. Una formazione a tutto tondo, che gli ha certo fatto da background per la brillante e coreografica esecuzione di Heroes, brano ritmato sulla consacrazione degli “eroi moderni”, di tutti i giorni. La canzone in Svezia – il regno della musica ‘liquida’ – è già doppio platino dal momento della sua uscita, al numero 1 di Spotify (#42 nella classifica globale), iTunes (#48 globale) e dell’airplay radiofonico svedese; non incredibile, se si considera che la tradizione dance del Paese scandinavo raccoglie altri recenti successi internazionali come Avicii.

26022-sweden-s-mans-zelmerlow-wins-eurovision-2015-with-heroesNon a caso fin dal principio Zelmerlöw ha saputo conquistarsi il favore dei bookmakers: con 365 punti, non è stata una sorpresa per la Wiener Stadthalle quando Conchita Wurst gli ha passato il testimone del trofeo, a forma di microfono bianco. Dietro di lui la Russia (303 punti finali), con una Paulina Gagarina commossa e sciolta in lacrime nel portare il podio alla nazione che solo l’anno scorso era stata fischiata in seguito a rimostranze omofobe. Dopo le fasi eliminatorie, 27 i Paesi in gara per il Grand Finale: Albania, Armenia, Azerbaigian, Belgio, Cipro, Estonia, Georgia, Grecia, Ungheria, Israele, Lettonia, Lituania, Montenegro, Norvegia, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Svezia, oltre alle “BIG” (Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna), all’Austria in veste di host e alla concessione straordinaria della tanto desiderata apertura all’Australia: non solo, infatti, Eurovision vanta l’appoggio di 45 Paesi diversi per un totale di 200 milioni di spettatori, ma include anche il tifo di Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Colombia, Egitto, India, Giappone, Giordania, Messico, Nuova Zelanda, Filippine, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Stati Uniti, Uruguay e Venezuela, che dal 2000 hanno possibilità di seguire la kermesse anche via internet. Nel 2006 si conta siano stati oltre 74.000 gli spettatori che, da quasi 140 Paesi, hanno seguito l’edizione attraverso il canale YouTube dell’ESC.

Negli ultimi anni, i dati di ascolto a livello internazionale della manifestazione sono stati stimati in esponenziale crescita, compresi tra i 100 e i 600 milioni. Qual è il segreto di tanto successo? L’Eurovision Song Contest si riconferma sempre “un capolavoro di spettacolare efficienza”: tempi scanditi (90 minuti per ascoltare 17 canzoni nelle semifinali, un po’ più laschi nell’ultima serata), assenza di iati (solo quindici minuti dedicati al televoto per poi passare diretti allo spoglio dei risultati finali), risalto alla musica protagonista.

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La suggestiva performance di “Heroes”, che ha assicurato al cantante svedese il favore dei bookmakers e, quindi, la vittoria.

jksbduixriw73dnnlmwjyvkauq1-jpgCionondimeno, non viene sottostimata la forte componente valoriale dello show: sempre più sensazionalista, la sfilata di canzoni pone l’accento più forte proprio sulla brillantezza estetica ed interpretativa delle esibizioni. Dal beat che accompagna l’esibizione dance dell’energica Bojana Stamenov, voce soul direttamente dalla Serbia, alla dark lady della Georgia, Nina. Nessun costume è lasciato al caso: caso esemplare è la coreografia luminosa dell’abito di Polina Gagarina, un’opera così ingombrante da necessitare aiuto per sollevarlo su e giù dal palco, ma dall’effetto assicurato (anche se non completamente a sorpresa, se si considera la similare performance di Jennifer Lopez ad American Idol XIV, Feel the Light). Non è mancato l’uso del fuoco per infiammare il pianoforte a coda dei ‘padroni di casa’ Makemakes, così come negli effetti pirotecnici della Warrior maltese, Amber. Quanto a Måns Zelmerlöw, la preparazione della sua esibizione richiedeva ben 5 minuti di preparazione per via di uno staging molto complesso. Altri invece si sono voluti affidare a proprie personali capacità performative, come l’impressionante 19enne belga Loïc Nottet, il quale per genio creativo e poliedricità già si era fatto notare dalla cantautrice Sia, che gli aveva porto i complimenti in seguito alla cover e reinterpretazione del celeberrimo videoclip della hit Chandelier. Ma la cosa più emozionante è che dove non sono arrivati gli effettipolina-gagarina-betting-odds scenici, ha giocato una dote espressiva di alto livello, tanto che è parso di assistere a una sequenza di brevi numeri da teatro musicale: basti pensare a Monika Linkytė e Vaidas Baumila, dalla Lituania, che col bacio durante l’esibizione di This Time hanno strappato uno spensierato sorriso, o la struggente interpretazione della ballad A Monster Like Me, della raffinata coppia norvegese Mørland & Debrah Scarlett, così come la spontanea (o strategica?) lacrima sul viso scappata dall’interpretazione noir di Goodbye to Yesterday (Elina Born e Stig Rästa, dall’Estonia).

Ma, oggi più che mai, col mondo connesso grazie a reti invisibili di ogni tipo, si potrebbe azzardare che non sia solo questo l’x factor del format: internet non solo porta lo spettacolo in un maggior numero di luoghi, ma permette l’interazione e la partecipazione del pubblico attraverso i social network. Ed è proprio questa copertura mediatica “collaborativa” a destare un interesse contagioso, che causa il fermento popolare che avvolge l’evento. BuzzFeed ci regala dall’interno qualche chicca sul clima locale: parla di una Vienna occupata a prepararsi nel corso di un’intera settimana prima della finale, allestita dagli hotel ai bar, fino ai semafori a tema Eurovision, nell’intento di accogliere le centinaia di turisti accorsi in Austria al richiamo della più risonante manifestazione canora internazionale. Ci racconta di una sala stampa aperta 24 ore su 24 tutti i giorni, preparata a radunare a gruppetti i giornalisti dello stesso Paese come liceali eccitati ai tavoli delle mense scolastiche; così come l’Eurovision Village, hub destinato all’accoglienza degli innumerevoli fan e supporter dei loro beniamini. La partecipazione del pubblico, infatti, si rivela sempre intensa, interattiva, sentita a 360°: come sotto il segno del migliore degli spiriti olimpici, la capitale austriaca si è trasformata in una festa itinerante di mondo, animata dai fan club di ogni Paese, che nel corso dell’intera settimana si sono attivati per organizzare party a tema.

Sempre BuzzFeed segue raccontando alcuni aneddoti di quotidiana umanità riguardanti invece gli artisti. La serba Bojana, nonostante abbia riscosso le più calde reazioni dal pubblico, non ha ottenuto un voto che rispecchiasse un simile entusiasmo; ma non si è esentata, nonostante questo, dal fare il tifo per Polina sventolando una bandiera russa durante la sua esibizione. Una goccia rossa in un mare di bandiere arcobaleno, accompagnate da accorato “buu” ogni qualvolta la Russia totalizzasse un punteggio alto: così che – pare – la povera Polina abbia passato la sera a piangere. Un bel sollievo sapere che ha potuto poi trasformare quel pianto in commozione, ricevendo il giusto riconoscimento per la sua esibizione. Per non parlare della tenera gratitudine dell’Australia, dipinta attraverso l’entusiasmo di Guy Sebastian nel ringraziare personalmente ogni qualvolta un Paese premiasse il suo con un considerevole numero di punti, gioendo enfaticamente per il guadagnato quinto posto.

Building Bridges – da cui l’omonimo inno del contest di quest’anno – è stato il messaggio di Vienna al mondo: la manifestazione si è aperta con uno spettacolare Magic Bridge inaugurato dalla performance di Conchita Wurst, che ha intonato le note della canzone ufficiale accogliendo i partecipanti alla gara. E, così come è iniziata, la kermesse è finita con messaggi di tolleranza, integrazione e abbraccio delle diversità. Anche per questo Eurovision piace sempre più: perché, al passo con la realtà, fa frantumare contro il suo manifesto i limiti territoriali. Mai, come in un mondo sempre più mobile, ha senso l’incontro pacifico tra culture, l’Europa si incrocia grazie alla promozione dei progetti internazionali (Erasmus in primis) e una manifestazione simile assume finalmente valore di appartenenza e condivisione, invece che di concorrenza. Un messaggio di cui, di questi tempi, c’è sempre più utopico bisogno. E, per questo, cattura l’attenzione del mondo col suo significato.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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