Incontrai Tahar Ben Jelloun a Parigi, al Salone del Libro 2014.Un po’ infastidito dietro il banchetto bianco del sovraffollatissimo stand Gallimard, si trovava qui per presentare il suo ultimo libro, L’Ablazione, al caloroso pubblico che lo segue dal successo de La Notte sacra, Premio Goncourt, 1987. Settant’anni di grande eleganza, il profilo arabo, lo sguardo mite, mi lasciò una mail di sfuggita per un’intervista che forse non sarebbe mai avvenuta.
E invece, eccomi qui, contro ogni ragionevole dubbio, sono a casa sua, in un endroit pargino da Mille e una notte, mi presenta la figlia, mi mostra i suoi quadri. Tahar vive a Parigi dal 1971, quando vi è approdato come psicologo sociale, ma è nato a Fez, in Marocco, terra d’elezione di tutti i suoi romanzi, cui è personalmente ancora molto legato. «La Francia è il paese che mi ha accolto, ma ci ho messo anni, da maghrebino, ad affermarmi. Ho anche scritto un libro molto critico sull’ospitalità francese, che nessun editore ha mai voluto pubblicare! Il successo, qui, è arrivato dopo il Goncourt.» Mi azzardo a dire che essere laureati dal premio più importante di Francia a quarantatre anni non è cosa da poco. A fronte di quanto detto, una bella rivincita per uno scrittore francofono. Tahar si agita, poi riprende il suo sorriso bonario: «Sa, questo aggettivo è il motivo per cui ho accettato la Sua intervista. Parlare del premio mi interessa relativamente, sviscerare i presunti segreti tra le righe dei miei libri ancora meno. Non sono io a dover fare il critico di me stesso. Ma ho consacrato tutta la mia vita alla questione della Francofonia, che è ancora di grande attualità in Francia».
Quel che si dice una carezza in un pugno. Ma Tahar sorride e accetta volentieri di spiegarmi meglio di cosa si tratta. Gli capita spesso di parlarne anche coi ragazzi, nelle scuole. Dal suo racconto, l’istituzione politica della Francofonia prende corpo sotto il disegno visionario del grande Presidente Mitterrand: «égalité, complementarité, solidarieté» la sua bandiera, che riunisce tutti i popoli d’espressione francese, in un accordo linguistico che è anche politico-economico. Tuttavia, tra eredità coloniali ed un nuovo méprise identitario, le dinamiche di collaborazione sovranazionale trovano ostacoli alla loro affermazione. Così «francofono» in letteratura indica oggi uno scrittore di serie B, che ha appreso l’idioma francese in un contesto non nativo e il cui ibridismo viene da più parti considerato una deformazione della lingua pura, il cosiddetto «Français Molière».
«L’aggettivo “francofono” non mi tocca personalmente, ma mi costringe ad intervenire per una questione “sociale”, ritengo che lo scrittore sia infatti prima di tutto un cittadino e che debba avere un ruolo pubblico informativo, pur senza farsi carico di battaglie ideologiche cieche. Quanto alla lingua francese la rivendico come mia propria, è stata per me fin dall’infanzia la lingua della sperimentazione, del gioco ma anche dell’affabulazione. La lingua laica che mi staccava dal contesto familiare e mi permetteva di nascondere ai miei quello che scrivevo!».
Il Manifesto «Per una Letteratura-Mondo in lingua francese» di Michel Le Bris l’ha visto coinvolto in questo senso, a difesa di una lingua e di un immaginario sovranazionali. «Sono convinto che il pubblico ami la nostra letteratura, la cosiddetta letteratura francofona, perché vi trova dentro qualcosa che ricerca a livello di tematiche: probabilmente nel caso dei miei libri parliamo di lettori che amano essere sradicati dal contesto del quotidiano, ma allo stesso tempo, ciò che li avvince sono i punti di contatto, ciò che si può trovare di comune, che funge da ponte tra le culture. Pensi al mio libro sulla felicità coniugale, è un tema universale». Come il razzismo, su cui viene sempre chiamato a portare testimonianza, almeno in Italia, dopo il successo de Il razzismo spiegato a mia figlia. «Mi spaventa molto, in Francia, il seguito che hanno avuto Dieudonné e l’onda Blue Marine (Marine Le Pen n.d.r), c’è sempre bisogno di continuare a parlare di questi temi. Manca nella società contemporanea quella generazione di scrittori, come Sartre e Foucault, in grado di influenzare l’opinione pubblica, scatenare il dibattito. La gente non scende più in piazza, tutti twittano e ritwittano baggianate senza valore, fanno gruppo, ma non c’è un’idea solida, alla base, che li unisca in qualcosa di costruttivo. Credo che da voi la situazione sia analoga, non è politica dell’Italia quella dell’integrazione.» Come dargli torto. Mal comune mezzo gaudio?
Ma poi aggiunge: « Siete un Paese veramente paradossale». Ahi. Tahar Ben Jelloun, scrittore e giornalista per Le Monde, osservatore implacabile per Il Corriere della Sera, allude con il guizzo del sopracciglio sinistro alla probabile rielezione di Berlusconi a Primo Ministro? Di nuovo sorride sornione: «tre volte, sarebbe stato un po’ troppo, no?».