di Fabio Camillacci

Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Il Gattopardo”. Doveroso incipit dedicato allo scrittore siciliano e alla sua opera letteraria, perché questo nostro articolo ruota tutto intorno al “gattopardismo”; termine fondato sull’affermazione paradossale che “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. Nel famoso romanzo, si legge testualmente in questa forma, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Attenzione, per chi non avesse letto il libro, precisiamo che a pronunciare questa frase non è il principe di Salina, principale protagonista dell’opera, ma, suo nipote Tancredi Falconeri: senatore del Regno d’Italia. Un politico, appunto.

Non a caso, “gattopardismo” è anche “trasformismo”; ovvero l’atteggiamento tipico di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il Gattopardo è un romanzo postumo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato nel 1958, un anno dopo la morte dello scrittore, e i fatti narrati si riferiscono al Risorgimento, ma il gattopardismo ad oggi, purtroppo resta di grande attualità. E tiene banco, anzi tiene “scranno”, in ogni ambito politico: dal Parlamento alle istituzioni sportive.

Eccoci al dunque, le istituzioni sportive. Ordine del giorno: la corsa alla presidenza della Figc. Vi ricordate le dichiarazioni fatte dai tanti tromboni che affollano il calcio italiano, dopo la fallimentare spedizione dell’ItalPrandelli ai Mondiali di Brasile 2014? “Bisogna cambiare tutto”, “rivoluzione”, “servono riforme incisive”, “è fondamentale dare più spazio ai vivai e meno ai calciatori stranieri”, “bisogna avere il coraggio di lanciare i giovani” , “chiudiamo le frontiere”, “è ora di voltare pagina”, “è ora di cambiare”. Come cantavano Mina e Alberto Lupo? Ah si: “Parole, parole, parole…”. Già, parole; solo chiacchiere, chiacchiere in libertà. Un’usanza tipicamente italiana: parlare, riempirsi la bocca a disastro consumato. In Italia d’altronde la prevenzione è un optional; si preferisce curare e anche male. Fortunatamente, in questo caso si tratta solo di un disastro calcistico, quindi, di secondo piano (se non ti terzo e oltre) rispetto ai tanti problemi che è costretta ad affrontare ogni giorno la barca Italia nella sua sempre più perigliosa navigazione. Più che una barca, ormai una carretta del mare.

Alla fine, a livello programmatico, tutti questi proclami cosa hanno prodotto? Un topolino, il solito topolino tricolore. Programmazione, competenza e pazienza dovrebbero essere le basi per la resurrezione del derelitto calcio de noantri. E invece, i soloni di casa Italia all’inizio promettono fuoco e fiamme, vogliono tutto e subito, poi tutto torna come prima. Ci risiamo, “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”, il gattopardismo di cui parlavamo all’inizio, autentico “tag” di questo pezzo. Dopo le dimissioni di Abete, caduto proprio a Natal (strana coincidenza), i boiardi del pallone in salsa italiana si sono messi in moto (si fa per dire) per eleggere il nuovo presidente della Federcalcio. La “Montagna” (che sta per il “Palazzo”) ha partorito come dicevamo prima il solito topolino, nello specifico: la candidatura “forte” di Carlo Tavecchio. Per la serie, il Tavecchio che avanza. Altro che rinnovamento!

Per non sparare sulla Croce Rossa, preferiamo non commentare l’infelice uscita (eufemismo) dell’attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, letteralmente scivolato su una buccia di banana proprio nel giorno in cui ha presentato il suo programma da candidato allo scranno più alto della Figc. Un programma, è il caso di dirlo, da “Repubblica delle banane”, tipicamente gattopardesco; quindi, tipicamente italiano. Sia chiaro, non ci convince nemmeno il programma del presunto rivale di Tavecchio: Demetrio Albertini, monsignore mancato. Rivale presunto perché ha di gran lunga meno voti dalla sua rispetto al gran ciambellano di Ponte Lambro. Comunque, salvo colpi di scena ulteriori, saranno loro due a sfidarsi nelle elezioni federali in programma il prossimo 11 agosto. Nel periodo delle “stelle cadenti”, il calcio italiano per risorgere punterà su una di queste due meteore, due prodotti di quel “Sistema Calcio Italia” sempre più marcio.

Il ragionier Carlo Tavecchio ha 71 anni e invece di godersi la pensione vuole fare carriera, guadagnare soldi e potere. Vicepresidente vicario della Figc oltre che leader della LND, Tavecchio in passato è stato per 4 mandati consecutivi sindaco di Ponte Lambro (suo paese natale in provincia di Como); inoltre, da buon boiardo di Stato, negli anni è riuscito a strappare anche qualche fantomatica e ben remunerata consulenza statale presso i ministeri dell’Economia e della Salute. Era democristiano come il suo sosia: il potente plenipotenziario DC dell’Abruzzo, Gaspari, detto lo “Zio Remo”. In sintesi: fino a 33 anni, da buon ragioniere, Tavecchio ha fatto il dirigente bancario presso la Banca di Credito Cooperativa dell’Alta Brianza, poi ha campato di politica e pallone.

Come tanti altri boiardi di Stato, Carlo Tavecchio non si è fatto mancare niente; nemmeno a livello giudiziario. E stato processato e condannato cinque volte. È stato condannato a 4 mesi di reclusione nel 1979 per falsità in titolo di credito continuata in concorso; a 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell’IVA; a 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative; a 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione o falsità in denunce obbligatorie; a 3 mesi di reclusione sempre nel 1998 per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento, oltre a multe per oltre 7.000 euro. Insomma, proprio una gran brava persona come lo dipingono in questi giorni di campagna elettorale i suoi sponsor politici e calcistici nonostante la scivolata “razzista” sul fantomatico e inventato “Opti Pobà”, il quale, secondo il Tavecchio-pensiero, “prima raccoglieva banane e ora magari gioca con la Lazio”.

A proposito, pare che don Carlo sia comunque una sorta di “habitué delle gaffe”. Qualche esempio: la Lega Nazionale Dilettanti, di cui è presidente, comprende anche il calcio femminile; e Tavecchio tempo fa, intervistato da Report sulle donne e il calcio giocato, disse: “Pensavamo che le donne fossero handicappate rispetto ai maschi, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili”. Il leader dell’Assoallenatori Renzo Ulivieri invece racconta: “La frase di Tavecchio sulle banane, rientra nel suo modo di parlare. Sul calcio femminile una volta propose un progetto dal titolo “Spogliati e Gioca…”. No comment.

Fin qui il “gattopardesco” Tavecchio; ma, come detto, non ci convince nemmeno la candidatura dell’altrettanto “gattopardesco” Demetrio Albertini, attuale vicepresidente Federale e “figlioccio” del dimissionario presidente Abete, come detto caduto a Natal (capitale brasiliana del Rio Grande do Norte). A parte il fatto che l’eventuale elezione di Albertini non rappresenterebbe un segno di discontinuità col passato (così come l’eventuale elezione di Tavecchio), ma, soprattutto, per dirla alla Berlusconi, a padre Demetrio manca il “quid” necessario a gestire un momento così basso e difficile dell’arte pedatoria italiana.

Dunque, due candidature, per aspetti diversi: improponibili, deboli, di basso profilo. Però ricordiamoci del Gattopardo: “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. Ecco spiegato l’arcano. Il mondo del calcio italiano non vuole un innovatore, un riformatore, un uomo forte e di carisma, capace di cambiare le cose veramente. Il mondo del calcio italiano, da sempre, soprattutto negli ultimi 20 anni ama mettere nella stanza dei bottoni dei “fantocci”, delle “teste di legno”, dei “burattini” manovrati dai cosiddetti “Poteri Forti”. Al vertice della Federcalcio, prima di Giancarlo Abete c’era Franco Carraro, ovvero uno dei protagonisti di Calciopoli. E Abete era il suo vice. Con l’esplosione di Calciopoli, Figc commissariata e affidata al signor Rossi (Guido) che ha provveduto a fare gli interessi del perdente di successo Massimo Moratti e di Marco Tronchetti Provera, potente uomo Pirelli-Telecom. Quindi, scudetto di cartone all’Inter e un po’ di anni di vittorie nerazzurre per assenza di rivali. Strada spianata alla coppia del momento (era il 2006) Moratti-Tronchetti Provera, dopo tanti anni di insuccessi nonostante i miliardi investiti, o se preferite, sperperati. Nei prossimi giorni approfondiremo meglio anche questo punto, ovvero: gli sprechi di denaro nel mondo del calcio italiano.

Ma torniamo a bomba. Dopo la mission interista del signor Rossi, ecco l’elezione di Giancarlo Abete: eletto per due mandati di seguito con una maggioranza bulgara. Altro aspetto negativo tipico delle istituzioni calcistiche italiane: l’elezione per acclamazione. Mai una democratica battaglia all’ultimo voto tra più di due candidati. Perché? Ma è chiaro no? Tutte, o quasi tutte, le componenti elettorali si mettono d’accordo prima sul “fantoccio” di turno da eleggere, su colui che garantirà gli interessi dei pesci grossi, i quali poi provvederanno ad assicurarsi l’appoggio dei pesci piccoli (sempre voti sono) promettendo loro prebende e spiccioli utili ai bilanci in affanno.

E funziona così anche nella Lega Calcio di Serie A guidata dall’anonimo Maurizio Beretta: altro oscuro miracolo all’italiana, da giornalista del Tg1 a direttore generale di Confindustria, fino ai vertici della Lega Calcio di A. Però, tranne qualche isolato mal di pancia, Beretta va bene ai presidenti perchè di fatto fa gestire a loro la gustosa torta dei diritti televisivi: unico vero grande introito per i club italiani. Lui, come si dice a Roma, “nun move na paja”, e allora: tutti contenti. Beretta vorrebbe mollare da tempo, ma, gli stessi patron per ora non sono riusciti a trovare un “fantoccio” da eleggere al suo posto. E così Beretta è “costretto” a rimanere in sella, da buon “Re Travicello”; nel frattempo, si dedica al suo secondo lavoro da “manager” (o “magnager” per dirla alla Lotito), quello di responsabile della comunicazione di Unicredit. Troppa grazia Sant’Antonio.

Chiosa finale sulla corsa alla presidenza della Figc, tanto per chiarire e ribadire il concetto. Sapete chi sono i principali sponsor di Tavecchio? Carraro e Lotito. Proprio vero: “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. Caro presidente del Coni Giovanni Malagò, ma non sarebbe meglio rinviare le elezioni e commissariare la Federcalcio? Gattopardo docet.