di Giovanni Lucifora
Luciano Luberti come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo era il ‘Boia di Albenga’, un italiano entrato a far parte delle forze armate naziste e inviato nella cittadina ligure per scovare, torturare e uccidere i partigiani. Il suo lavoro e quello di altri dirigenti militari consisteva nel condannare a morte la gente, praticamente faceva parte di una banda di macellai al servizio del Fuhrer e per questo gli fu dato il soprannome di ‘Boia’. Abbiamo poi visto che venne arrestato e condannato alla fucilazione ma abbiamo anche notato che il Boia è fortunato. A guerra finita infatti la pena di morte viene abolita e sostituita dall’ergastolo. Nel 1953 poi la beffa, Luberti è libero grazie a tre indulti e un condono. Se non è un uomo fortunato lui…
Non rinnega il passato (gli sono stati attribuiti almeno 59 omicidi alla fine della seconda guerra mondiale ma lui stesso ammette di averne compiuti molti di più) e diventa dirigente dell’agenzia pubblicitaria dell’Azione Cattolica, la Pubbliaci. La sua segretaria è una giovane e bella ragazza, si chiama Carla. Carla Gruber. La donna che a trentadue anni, nel 1970, viene trovata morta in un attico di Roma, in via Pallavicini. Un colpo al cuore dopo aver ingerito barbiturici.
Carla Guber e Luberti si conoscono nel 1956. Luberti si innamora della sua segretaria ma lei è sposata e ha tre figli. Anche lui è sposato e ha figli ma tra i due scoppia la passione, una passione fatta di sesso estremo a tratti perverso. Una passione che non lascia spazio agli scrupoli tanto che riescono a mandare il marito di lei in manicomio per toglierselo dai piedi.
Nel frattempo però la tubercolosi incalza e la Gruber viene ricoverata in un ospedale di Montefiascone dove conosce un medico e se ne innamora. Non era una donna particolarmente fedele Carla…
Nasce Melissa ma il medico, anche lui sposato e con figli, non riconosce la bambina; intanto Luberti è ancora presente nella vita di Carla, anzi accoglie lei e la piccola in casa e minaccia il medico affinché ne riconosca la paternità. L’amore con Luberti quindi prosegue e il sesso continua ad essere particolarmente estremo, al processo verrà definito sadico e masochista.
Luberti dopo aver lasciato l’agenzia dell‘Azione Cattolica apre una sua casa editrice di stampo nazifascista pubblicando testi legati alle ideologie hitleriane. Lui stesso scrive qualche libercolo e in uno è possibile comprendere il suo modo di pensare, ad esempio, sui malati. Secondo la follia del Boia i malati sono solo un peso per la società, un peso da togliere di mezzo: ‘settantamila pazzi incurabili eliminati con rara competenza organizzativa e senza patimenti’ scrive Luberti tessendo le lodi di un medico nazista impiccato come criminale di guerra. Sapendo questo forse Carla, soggiogata dal suo Boia a causa della tubercolosi in stato avanzato, potrebbe aver deciso di suicidarsi chiedendo al suo uomo di ‘compiere un atto di eutanasia’.
Un atto avvenuto in quella stanza del Portuense. Lei sul letto ormai sfinita dai barbiturici e lui in attesa del momento giusto per fare quello che sa fare molto bene: uccidere. Nella stanza poi cala il buio per tre mesi, tutto immobile, tutto fermo, in assoluto silenzio fino all’irruzione della polizia. Gli agenti forzano la porta trattenendo la nausea e si trovano di fronte a una scena terrificante. Carla Gruber morta sul letto, indossa un baby doll ed è distesa tra i fiori secchi. E’ lì almeno dalla metà di gennaio e si vede. E si sente. A inviare la polizia in quell’appartamento è stato lo stesso Luberti che lascia anche un messaggio: ‘Chiudo la porta il 20 gennaio alle ore 16. Che potevo fare di meglio se non amarti sino alla fine dei tuoi giorni, mia diletta Regina? Dammi il tempo di compiere il resto come mi hai ordinato’.
La pistola è sul comodino. Carla Gruber ha la mano destra sotto al cuscino e non è mancina inoltre ha già ingerito i barbiturici, appare quindi chiaro che non può essersi sparata da sola; è quanto meno curioso anche che abbia deciso autonomamente di accelerare i tempi in quel modo violento sparandosi in petto invece di attendere la morte nel sonno. Questi e altri dettagli portano a sospettare che a ucciderla sia stato proprio lui, il suo convivente, Luciano Luberti.
Superiamo il 3 aprile e usciamo da quella stanza maledetta. Nei giorni che seguono il sospettato sparisce dalla circolazione e la sua auto viene ritrovata alla stazione Termini. Si rifugia da qualcuno e latita per oltre due anni. Molto probabilmente gode dei favori di amici ex nazisti o criminali comuni. In seguito dichiarerà di aver vissuto vendendo riviste pornografiche omettendo però di riferire i traffici illeciti che probabilmente gestiva come le armi trovate nel suo appartamento.
Lui infatti è il Boia ma soprattutto è un nazista, italiano ma nazista, e essere ancora vivo dopo aver fatto così tanto male a tanta gente, una mano deve pur averla ricevuta. Ma la fortuna inizia a esaurirsi quando viene individuato dalla polizia. Accade a Portici nel 1972. Per bloccarlo ci vogliono due ore, un’intensa trattativa e un conflitto a fuoco.
Ora il Boia è di nuovo in carcere, non rischia la pena di morte ma molti anni di galera. Ha la barba e i capelli lunghi. Continua a negare di aver ucciso la Gruber ma i giudici non gli credono. La sentenza non è leggera: ventidue anni di reclusione per omicidio volontario. Luberti dunque ha ucciso la sua amante. I suoi avvocati fanno ricorso in appello e lui, chissà perché, se la ride. Sì, si sente nuovamente fortunato il Boia. Per capirne il motivo dobbiamo arrivare al dicembre del 1979: la sentenza d’Appello. Qui subentra un personaggio oscuro e molto noto in quegli anni, avendo avuto rapporti con neo fascisti, con criminali della banda della Magliana e con la camorra, il professor Aldo Semerari, psichiatra e criminologo nonché medico-forense che con la sua perizia psichiatrica riesce a far trasferire Luberti dal carcere al manicomio criminale di Aversa. Praticamente Luberti ha sì ucciso la Gruber ma si tratta di ‘omicidio consenziente’, concorso in suicidio volontario e deve scontare solo due anni in un istituto psichiatrico. Non male si sarà detto, ‘ecco perché ridevo’, avrà ghignato tra se e se.
Ma accade un fatto strano. Nel 1980, a un anno dalla sua liberazione, Luberti evade dal manicomio. Di nuovo gli amici camerati lo aiutano ma un bel giorno a Lavinio i carabinieri lo riconoscono nonostante abbia la lunga barba e l’aspetto trasandato. Torna ad Aversa dove finisce di scontare la pena che lo ricordiamo era calata dai 22 anni del processo di primo grado ai 24 mesi per ‘totale incapacità di intendere e di volere’ nei successivi procedimenti. Questa volta non fugge e rimane un mistero quella strana evasione.
Gli ‘amici’ del Fronte Nazionale o altre persone legate dagli stessi ‘ideali’ probabilmente hanno giocato un ruolo determinante nella vita da fuggiasco di Luberti, ma determinante potrebbe essere stato il rapporto con ‘un certo’ Juan Valerio Borghese, fondatore del F. N. e ideatore del fallito colpo di Stato in Italia nel 1970, ma questa è un’altra storia, maledetta come quella del Boia di Albenga. Maledetta per le sue vittime ma non per lui, così dannatamente fortunato. Al termine della detenzione nel manicomio di Aversa riceve anche un risarcimento economico perché l’Alta Corte Europea di Giustizia condanna l’Italia a pagargli un milione di lire in quanto ‘doveva tornare in libertà prima’, secondo quanto esaminato da una perizia che lo aveva giudicato ‘guarito’. Tante scuse al Boia e altro bel colpo di Fortuna.
Luciano Luberti è rimasto poi coinvolto in una storia di droga (sorpreso a Padova a casa sua a dare ripetizioni a una giovane ragazza che nel frattempo sniffava eroina. Per lui si trattò di una ‘montatura’; vabbè capita).
E’ morto nel 2002 all’età di 81 anni in condizioni di povertà. Aveva un tumore alla prostata. Anche la fortuna, a un certo punto, mostra i suoi limiti. (2/2)
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