Circa duemila anni di differenza son tanti, però, alle volte, gli scherzi della storia son tali che, assistendo ad alcune scene e avvenimenti, sembra di trovarsi di fronte a un dejà vu letto e riletto nei libri, durante gli anni di liceo. A ragione, infatti, seppur con un numero di ore che va man mano riducendosi, nelle scuole si continua a studiare e a far studiare la storia; non che serva a prevedere gli avvenimenti futuri, come la chiromanzia o l’astrologia, ma almeno aiuta a comprendere le dinamiche e le cause di determinate strategie, politiche e azioni.
Tra I e II secolo d. C. l’impero romano e, in particolar modo, Giovenale, poeta satirico latino, testimone del suo tempo, videro l’alternarsi di due imperatori: Traiano e Adriano. Il primo si impegnò nella vittoriosa battaglia contro i Daci e, in seguito, nell’estenuante e logorante campagna contro i Parti per la conquista dell’Armenia, consumando notevolmente l’erario pubblico romano, utilizzato, appunto, per il finanziamento delle spedizioni militari; il secondo, invece, regnò adottando una politica più orientata verso la difesa sia dei territori conquistati che del capitale umano e monetario, ridotti ormai in miseria.
Come accade anche oggi, il recupero finanziario avvenne grazie all’aumento della tassazione che, sebbene avvertita in minima parte dagli esponenti dei ceti sociali più agiati, andò a pesare maggiormente sulle frange più povere della popolazione.
Tuttavia, e in questo provvedimento si cela l’intelligenza dei monarchi di allora e dei nostri presidenti, che evidentemente conoscono molto bene la storia, almeno per le parti riguardanti alcuni aspetti dell’esercizio del potere, un aumento della pressione fiscale non sarebbe passato senza l’insurrezione di voci di dissenso e possibili rivoluzioni: c’era bisogno oltre che di prelevare capitali, anche di tenere a bada la vocazione ribelle del popolo; fu per questi motivi, dunque, non per amore verso i propri sudditi, che vennero istituite distribuzioni gratuite di grano, per i più bisognosi, e giochi circensi, per tenere a bada il malcontento popolare, che trovava poi libero sfogo nel tifo più o meno violento.
La cosa però non sfuggì all’occhio attento del poeta Giovenale che, quasi in una sorta di appello al proprio popolo nella satira X, vv. 77-81 dice: “iam pridem, ex quo suffragia mulli / vendimus, effudit curas; nam qui dabat olim / imperium, fasces, legiones, omnia, nun se / continet atque duas tantum res anxius optat, / panem et circenses” (già da prima, da quando noi, popolo, non vendiamo più i voti a nessuno, non c’erano più preoccupazioni; e colui che -sempre il popolo- una volta concedeva l’impero, i fasci, le legioni e tutto il resto, adesso non si accontenta che di due cose che chiede ansiosamente: il pane e i giochi circensi).
Un vero e proprio rimprovero al suo popolo che, mentre prima era il responsabile della nomina alle cariche e agli onori, si è poi ridotto ad accontentarsi di poche concessioni a costo della propria libertà.
Al giorno d’oggi, alle elargizioni previdenziali, tra l’altro, ulteriormente potenziate negli anni della crisi, non è corrisposto, invece, un incremento dell’offerta sportivo-circense, la quale è stata sempre più privatizzata e venduta a caro prezzo dalle compagnie di servizi televisivi.
Nonostante questo ultriore smacco, i fanatici dello sport, lungi dal cominciare a nutritre idee rivoluzionarie, hanno iniziato a spendere ben volentieri i propri guadagni per usufruire del servizio, una volta pubblico, di informazione sportiva.
Chissà cosa avrebbe scritto Giovenale di un popolo che, ormai quasi privato del potere di nomina dei propri rappresentanti, non chiede nient’altro che il panem, i circenses può benissimo acquistarli, e a caro prezzo, per conto proprio.
Fortuna che c’è ancora una repubblica democratica e, almeno per il momento, nessun Traiano o Adriano di turno potrebbe approfittare della situazione, non è vero?



