John Fante e Charles Bukowskidi Federico Cirillo

Da un sognatore in embrione ad un cinico e disilluso realista, da un giovane italoamericano che si incammina per possedere quella terra della speranza, all’alcolista cronico, disincantato dalla vera verità e che ha riposto ogni aspettativa in quel cassetto, di una vecchia e trasandata scrivania, nella quale conserva quell’ultima bottiglia: il tutto unito da un unico grande filo accomunante, l’amore incontrastato per quei luoghi, per tutta quella bellezza che si fa speranza, un amore talvolta così cinico da essere reale. Questo il lineare percorso che lega due geni targati Usa, un tragitto che si incontra e scontra nella stessa Los Angeles così uguale ma anche tanto diversa nel giro di appena 11 anni, questi sono John e “Hank”, Fante e Bukowski, l’american dreamer Bandini che inciampa nel disincanto cinico e bieco del vecchio Chinaski.

Hank e Jonh, dunque, erranti per le stesse strade della California soleggiata, attraversando le vie di una Los Angeles che fa innamorare, una Los Angeles da possedere, amare, rinnegare, odiare e al contempo mai da abbandonare. Una città con tutti i suoi vizi, i suoi sogni offerti, mostrati, raccontati e poi d’un tratto cancellati, spazzati via da una folata di vento gelido assieme ad una manciata di polvere, quello che rimane di tutte le illusioni del giovane Bandini. John e Hank, entrambe nel sole luminoso della West Coast che diventa quasi fastidioso e accecante, fino a far bruciare gli occhi, occhi arrossati dalle calde terre americane, troppe volte attraversate da amori illusori, amori non voluti, speranze tradite e dai fiumi di alcool che servono a mandar giù il boccone amaro della realtà.

Il blocco sessuale del Bandini, incappato in chissà quale collerico disegno divino, incapace ormai di amare, poiché rifiutato dalla messicana Camilla, diventa semplice atto sessuale nelle descrizioni esasperate e per nulla edificanti del Chinaski, fautore di un distacco totale dalla componente sentimentale dell’amore; e quando arriva, in Bukowski, quel sentimento, ecco che allora è la donna che diventa Chinaski, che usa spudoratamente il corpo dell’uomo, tramutatosi in oggetto da gettare, in schiavo sottomesso che, dalla “strega” viene consumato spiritualmente e fisicamente, ridotto ormai ad un giocattolo servo delle sue volontà (in “Sei pollici” – “Storie di ordinaria follia”).

Gli eroi di Fante, invece, sono ancora più sfortunati con le donne di cui si innamorano: quasi sempre, esse rimarranno poco più di un vero e proprio miraggio, sogni mai tramutati in realtà, autentiche idealizzazioni della donna perfetta. Ma in Fante non ci sono solamente le Camilla Lopez o le Dorothy Parrish. C’è anche Vera Rivken, la donna sola e disperata che irromperà nella vita di Arturo Bandini nell’undicesimo capitolo di Chiedi alla polvere, o la dolce e patetica signorina Quinlan, l’infermiera che si concederà ad Henry Molise subito dopo la morte di suo padre.

Per quanto riguarda, invece, lo stile, è lì che possiamo trovare le differenze più evidenti, seppur accomunati da varie affinità che ne hanno fatto l’uno il prosecutore naturale dell’altro. Entrambi si caratterizzano per una prosa paratattica, seppur in Fante troviamo meno refusi, una scrittura molto più fluida rispetto a quella di Bukowski, nel quale numerose sono le espressioni gergali, tipiche di quei personaggi borderline da lui egregiamente descritti. Qualche sfumatura gergale la si trova, comunque anche in Fante, soprattutto quando viene affidato il discorso agli emigrati abruzzesi che si lasciano andare anche a frasi ed espressioni dialettali.

Mentre, infine, troviamo un Fante totalmente a suo agio nella scrittura e nella creazione di romanzi che, nella maggior parte dei casi potrebbero essere estrapolati dal contesto e creare una miriade di piccole storie autonome, Bukowski è l’artista delle short-stories, racconti fulminei e secchi, dove il polacco da il meglio di sé. E Bukowski dalle short-stories ricava, delle volte, numerosi componimenti poetici che grazie alla completa assenza di giochi retorici, privi del tutto di artifici letterari e quindi semplici, diretti e maledettamente veri, rendendo l’autore un vero e proprio cantastorie contemporaneo.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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