Cosa c’è di meglio che progettare un’idea, lasciandosi andare al sentimento più viscerale, che nasce dal profondo di noi stessi? Come non ammirare un’opera che, aldilà di ogni confine concettuale e definizione “a la page”, riesce comunque a ”bucare” l‘attenzione” di chi invece da sempre si lascia cullare de stereotipi letterari e artistici o comunque da interpretazioni manieristiche o convenzionali? Il primitivo e primigenio assoluto che si esprime direttamente dallo stomaco, senza passare necessariamente da un cuore spiritualizzato e da un cervello addomesticato. Un senso profondo che non accetta a prescindere nessun intermediario e che si sconvolge da solo in un turbinio di sensazioni elementari ed estremamente arcaiche. Un concetto anti Rousseauniano, dove l’”Emilio” resta una tabula rasa che ha perso definitivamente qualsiasi significato filosofico, pedagogico e sociale.
Ogni archetipo junghiano trova spazio libero e immenso e abbandona il concetto d’interpretazione, almeno nel senso più convenzionale; gli unici intermediari tra le opere artistiche che stiamo considerando e l’osservatore, sono il nostro stomaco e l’istinto animale che alberga sempre in ognuno di noi e anche in ciò che vogliamo ancora ammantare di una nobiltà artefatta o puramente formale.
Per un artista ‘convenzionale’ il momento del sogno è l’attimo, dove emergono i desideri più inaccettabili e gli impulsi non sempre riproponibili; il momento del sonno è quello dove ogni difesa e ogni muro, anche il meno convenzionale, crolla o si fa da parte, lasciando sgorgare come un fiume in piena, mille rivoli di ordinaria e profonda umanità, al centro naturale invece, dell’espressione ‘brut’.
La follia, il disagio fisico ed esistenziale; ma anche il bambino, l’infante, il bimbo allevato dai lupi addirittura! In sostanza qualunque individuo capace di esprimersiin modo diverso da un sistema di pensiero necessariamente inquadrabile in stereotipi, che rappresentano sempre argini consuetudinari di una normalità che dona a ognuno di noi una sorta di sicurezza su quello che deve essere detto ed anche di quello che non dovrebbe essere detto e fatto ma sempre in una formula comunemente accettata.
Il volersi abbandonare a un oblio artistico, sia in senso figurativo, che musicale e letterario, come tutto quello che è stato raccolto e definito Art Brut, è sicuramente un’opportunità di crescita. Ogni opera dovrebbe essere anche un’occasione per scatenare una sorta di”terapia d’urto” per ognuno di noi. Come tale, sicuramente grande occasione di crescita, spirituale, fisica e soprattutto concettuale su come va il mondo e su come ognuno dovrebbe affrontare qualsiasi novità e qualunque cosa ignota, che solitamente provoca paura e diffidenza.
Un mondo che si rigenererà sempre, in altri universi e altre dimensioni, finché ogni uomo sulla terra, schiacciato spiritualmente, politicamente e fisicamente, riuscirà ancora a toccarsi lo stomaco con una mano e potrà sentire l’estremo palpitare della propria vita, tanto da potersi definire ancora un essere consapevole della propria fisicità e dei propri sentimenti più profondi e incontaminati.
Le riviste fiorentine lanciarono spesso nel corso del secolo scorso proclami letterari e manifesti culturali. Noi aspettiamo di urlare e annunciare la nascita di un nuovo grande Manifesto, che raccolga tutte queste esperienze e possa urlare al mondo che esiste qualcun altro che sta lottando in questo teatro che è la vita, per portare fuori da se stesso, il significato profondo di quello che è comunemente sentito e anche quello che viene normalmente cannibalizzato dando spazio alla fantasia come presupposto indiscutibile, ma pure alla forte emozione che nasce dall’intimità irrazionale di ognuno……!
Luigi Ciampolini Presidente dell’Associazione Giovanni Papini di Firenze


