15 aprile 2007. Carmela Cirella si getta dal settimo piano di un palazzo nel quartiere Paolo VI di Taranto. Aveva 13 anni ed era stata struprata da più uomini. Abbandonata dalle istituzioni, rinchiusa in un centro di recupero, i suoi violentatori liberi come se mai nulla fosse accaduto. Questo libro a fumetti, basato sul diario di Carmela ritrovato dopo la morte, è un grido d’aiuto, di rabbia e di speranza.
“È arrivato il momento di rompere il silenzio e raccontare come è stata gestita la vicenda di nostra figlia, di come le istituzioni l’hanno trattata prima e dopo la sua morte. Sperando che serva a smuovere le coscienze di chi resta inerme di fronte a queste ingiustizie, indegne di un paese che continua a definirsi democratico e civile.”
Alfonso Frassanito, papà di Carmela
Riportiamo di seguito l’articolo di Sabrina Ancarola del 25 Luglio 2012 – rai.it:
“Carmela e la sua famiglia si erano rivolti ad un paio di centro per minori per chiedere aiuto, nel primo di questi le vennero somministrati, all’insaputa dei suoi genitori, degli psicofarmaci. Subì l’aggressione da parte del branco durante una fuga durata quattro giorni, il suo allontanamento nacque a causa dello disperazione per aver subito molestie da parte di un adulto, episodio questo che era stato denunciato e archiviato. Difficile per chiunque reggere il peso di un dolore così grande, figuriamoci quando si è poco più che bambini. Nei suoi giorni di lontananza da casa Carmela aveva appuntato nel suo diario il suo senso di sbandamento e i particolari della violenza subita, particolari che ripeté anche alla polizia quando fu ritrovata drogata e sotto shock. Il padre, Alfonso Frassanito, racconta il calvario subito dalla famiglia nel tentativo di portare avanti le indagini. La questione fu trattata con superficialità da parte degli inquirenti, provarono perfino a riconsegnare alla famiglia gli indumenti di Carmela senza che fossero state periziate le tracce biologiche presenti. Poi venne il ricovero nel primo centro per minori durante il quale venne somministrata a Carmela una pesante terapia a base di psicofarmaci, terapia assolutamente non concordata con la famiglia. Da lì fu trasferita in un secondo centro dove avevano iniziato a diminuirle il dosaggio farmacologico, ma Carmela, non riuscendo a sostenere un carico così pesante di soprusi, violenza e ingiustizia, decise di farla finita.
In questi cinque anni dalla sua morte l’esposto verso il centro dei minori è stato archiviato e due ragazzi, ancora minorenni all’epoca dei fatti, accusati di averla stuprata hanno evitato la condanna. Nessuno dei tre imputati, ancora sotto processo dopo più di cinque interminabili anni, è stato mai arrestato.
Carmela usava l’intercalare: “Io sò Carmela” per attirare l’attenzione, per affermare sé stessa, per autodeterminazione, per farsi coraggio. Scriveva questa frase nei suoi quaderni e nel suo diario e lo scriveva forse per ricordare a chiunque leggesse le sue parole che lei era una persona e che come tale aveva il bisogno di sentirsi accettata e rispettata, così com’era. Ma soprattutto “Io sò Carmela” è stato l’urlo strozzato in gola mentre cadeva giù da quel maledettissimo settimo piano, un grido rivolto a tutti coloro che le avevano fatto del male, a quelli che non avevano saputo o voluto aiutarla, un urlo teso a trasmettere tutta la sua disperazione e il suo dolore, sentimenti cosi devastanti d’averla spinta a terminare il suo cammino a soli 13 anni.
Questo urlo è diventato il nome che i genitori di Carmela Cirella hanno scelto per l’Associazione (www.iosocarmela.com) nata con lo scopo di mettere la loro esperienza a “disposizione di chiunque dovesse trovarsi in situazioni di qualunque genere di disagio, maltrattamenti abusi e violenze sessuali e non, affinché quello che è successo a noi non accada a nessun altro”. L’Associazione ‘Io so Carmela’, oltre a sostenere chi ha subito violenza, ha lo scopo di promuovere iniziative volte alla prevenzione nelle scuole e, fra le altre, si pone l’obiettivo di promuovere un disegno di legge per la tutela delle vittime di pedofilia e di tutte le vittime di violenza e di stupro”.


