Chi aveva previsto il tanto deriso ritorno delle spalline, si è rivelato lungimirante. Alla chiusura della stagione milanese e dell’appena conclusosi appuntamento con Milano Moda Donna (sfilata tra il 20 e il 26), ciò che rimane sono le vigorose tendenze che -come una grande ondata- più hanno travolto e ispirato gli stilisti; in particolare, si è visto imporsi con femminea determinazione il ritorno di uno stile maschile, come previsione della rivalsa della donna sul sesso forte in segno di reazione contro la crisi imperante dell’epoca che stiamo vivendo. Momento più atteso dal fashion system internazionale, il ciclo di oltre 170 sfilate e presentazioni organizzate dalla Camera Nazionale della Moda Italiana ha voluto promuovere le maison che hanno reso celebre il Made in Italy nel mondo, palesando la continua evoluzione della moda e la sua costante attenzione al contesto sociale –da cui ripetutamente attinge e a cui di rimando invia un messaggio. E il messaggio sociale per la prossima stagione A/I è: “Donne, rimbocchiamoci le maniche! Ma facciamolo con stile”.
“Le donne indipendenti” partono innanzitutto dalle passerelle di Giorgio Armani, tornato –in seguito a un periodo di addolcimento- alla sua preferenza per il pantalone. Viene proposto insomma un look da ragazzo fatto su misura per le donne. I vecchi tagli sono stati completamente ridisegnati e riadattati al contesto odierno: se le spalline ritornano, le giacche si fanno però più corte (per lo più lunghezza vita). O ancora, giochi ibridi a metà tra gli shorts e le gonne, per non negare la mascolinità della morbidezza dei tratti femminili.
Parimenti, le prime uscite della collezione autunno/inverno di Maurizio Pecoraro vengono marchiate dal minimalismo cromatico e dalle linee pulite; un equilibrio tra gli Ying e Yang del contrasto tra bianco e nero, che rendi netti gli effetti severi di tagli rubati al guardaroba maschile (lunghi cappotti, gilet bianco indossato sulla camicia dello stesso colore). Allo stesso modo, questo gioco cromatico sospeso tra il freddo e futuristico viene traslato da Gianfranco Ferré in un continuum di line concave e convesse che proiettano l’inquadrato taglio virile in una dimensione fantascientifica dove la forza è l’essenza e non più l’inquadrare il genere delle forme.
A Missoni la volontà è innanzitutto quella di allontanarsi dai cliché per dedicarsi invece a un approccio più profondo e di misura. ‘Nonchalance’ ne diventa la parola guida: soprabiti che scivolano sul corpo, tenuti insieme solo da una cravatta nastro. Lo scopo è “giocare con capospalla e giocare con dolcezza,” facendo dell’inedita morbidezza avvolgente del cappotto una vera e propria esperienza sensoriale legata al tatto e al tessuto. Per questo diventa fondamentale la varietà di superfici diverse, e la scelta della texture.
Una menzione particolare va alla progressiva maturazione di Marco De Vincenzo, che offre un sapiente spettacolo di pieghe (“tecnica difficile ed esigente”) e, in una simile cornice, alla severa austerità british –ma dagli angoli smussati- di Dondup.
L’espressione di un desiderio di riprendere in mano la propria indipendenza? Sicuramente. Ma senza, tuttavia, abbandonare la consapevolezza della propria femminilità, accentuata dal progressivo smussamento –collezione dopo collezione- del taglio degli angoli e degli accostamenti.



