Il Consiglio dei Ministri europeo ha stabilito di eliminare gradualmente le pratiche di dumping nella pesca sui prodotti ittici non desiderati, a partire dal mese di gennaio 2014.
Questa è sicuramente una vittoria per gli attivisti che hanno richiesto la fine di una pratica che avrebbe portato l’Unione europea al discredito; il timore di possibili deroghe per alcuni paesi rimane vivo, con la conseguente apertura di scappatoie da sfruttare in futuri colloqui.
Secondo l’Onu l’Europa ha il peggior record mondiale nello spreco di pesci pescati e poi buttati via perché non del tipo richiesto dalle specifiche di bordo dei vari equipaggi: si stima che quasi un quarto di tutte le catture vengano rigettate poi in mare morte.
Il divieto si applica agli stock pelagici (come aringhe e merlani) dal prossimo anno, e per gli stock di pesce bianco a partire dal gennaio 2016.
Spagna, Francia e Portogallo sono riusciti ad aggrapparsi ad alcune esenzioni limitate, soprattutto in materia di equipaggi che operano lontano dalla terra in attività di pesca mista.
Questi equipaggi potranno scartare fino al 9% del pescato invece del tetto massimo stabilito al 7%, cifra troppo alta per le nazioni del Nord e la Commissione europea, che dicono che il pubblico si aspetta che in un mondo affamato non debba avvenire un tale sperpero di pesce.
Il governo britannico, uno dei sostenitori del cambiamento, si è detto deluso per il fatto che il divieto non sia assoluto, anche se considera il risultato una vittoria storica per concludere una pratica “scandalosa”.
Si tratta di un caso in cui la pressione esercitata dall’opinione pubblica ha chiaramente influenzato i politici, con quasi un milione di persone che con una petizione online sul sito “Avaaz” avevano chiesto la fine della pratica.
L’accordo si basa su un recente impegno per la pesca sostenibile.



