di Elena Sparacino
http://www.vogue.it/vogue-starscelebsmodels/star-news/2012/11/carla-bruni-femminista-twitter
Stile casual e camicia in denim, make-up naturale e capello quasi spettinato: il look è decisamente fuori stagione, l’età diventa qualcosa di ignoto grazie a photoshop, ma lo sguardo da ‘top’ è sempre quello: Carlà è tornata, immortalata per l’occasione dai fotografi Mert&Marcus per la copertina del numero di dicembre di Vogue Paris, indiscutibilmente la più importante dopo quella del rinomato e quasi leggendario September Issue.
Emmanuelle Alt ci ha visto giusto, rispolverare la ormai ex Premiere Dame riconferendole la sua sopita aura da regina delle passerelle degli anni Novanta, insieme a volti come Christy Turlington, Helena Christensen e Yasmin Le Bon. Il valore aggiunto è la astuta consapevolezza che la Bruni, in un modo o nell’altro, è sempre capace di far parlare di sè; è così che quello che ai più ingenui può sembrare un glorioso revival si rivela soprattutto come un’abile scelta editoriale.
Intervistata dal mensile francese, Carla si è infatti lasciata andare a dichiarazioni in cui, scivolando elegantemente tra la sua visione della politica per così dire ‘sociale’, (“Non ci vedo niente di instabile o di perverso nelle famiglie omoparentali”) e rivelazioni intime riguardanti la sua vita con l’ex ‘President de la Republique’ Nicolas Sarkozy, si è lasciata sfuggire alcune affermazioni che non sono molto piaciute alle donne di tutto il mondo, specie a quelle di Francia da lei per lungo tempo rappresentate.?La dichiarazione shock riguarda appunto l’universo rosa: “Non sono una femminista attiva. Al contrario. Sono una borghese. Amo la vita famigliare. E amo fare le stesse cose tutti i giorni”. Aggiungendo: “La mia generazione non ha bisogno del femminismo”. Affermazioni che hanno inevitabilmente scatenato uno tsunami di critiche a partire, neanche a dirlo, dalla rete. Su Twitter è nato (su iniziativa di Osez le Féminisme, battagliero movimento che dal 1901 si schiera per i diritti delle donne) l’hastag #ChèreCarlaBruni, volto a rilanciare la (probabilmente involontaria) provocazione della Bruni invitando le followers a esprimersi pubblicamente sul “perché c’è bisogno del femminismo”.
Cosicché, invitate a far sentire in 140 caratteri le proprie ragioni, milioni di donne hanno riscaldato il già hot topic del momento al grido di «Non saremo contente finché non ci saranno donne alla Banca Centrale Europea», «abbiamo bisogno del femminismo ma non di una first lady», e molto sarà stato fatto «quando non si sentirà il bisogno di ritoccare una copertina per far passare una 45enne per una ventenne». Non è certo mancato l’appello a tematiche più serie, come l’alto tasso di stupri, il divario di stipendio tra uomini e donne, la mancanza di presenze femminili nei ruoli di potere, e altri ancora; la mobilitazione ha inoltre assunto toni tanto seri da coinvolgere in prima linea schierate anche donne di politica.
Ovviamente è bastato poco alla Bruni, che certamente non intendeva scatenare un uragano da tale piedistallo patinato, per fare lesta lesta pavidamente un passo indietro tenendoci a puntualizzare il fraitendimento generale delle sue parole. Ma davvero ci ritroviamo ogni volta al punto di additare chiunque dica qualcosa che vada contro le in-convenzioni sociali? Siamo forse arrivati a un traguardo in cui essere fuori moda è diventato di moda? Si può dire quello che si vuole su Carla Bruni, certo ai più attenti non sfuggirà una leggera incoerenza nella sua progressiva maniera di pensare. Ma vabbè, chiamiamola ‘maturazione’. O non chiamiamo ciò in nessun modo, se non ‘fatti suoi’. La Bruni del resto nasce come modella, e Vogue è il suo posto. L’accanita estrapolazione di termini per dare il via a nuovi tormentoni è invece qualcosa che risulta sempre più attraentemente fuori moda. L’attenzione sociale e politica al tema della libertà delle donne (come ad altri) è qualcosa che è assolutamente e incondizionatamente giusto preservare: non vogliamo certo, all’alba del 2012, un mondo dove ancora vi sia una svalutazione del sesso femminile. Ma appendersi con tanta fermezza ancora oggi al termine ‘femminismo’ e alle immagini che questo porta con sé, risulta forse vagamente anacronistico: i valori prescindono da un vocabolo che ha fatto indubbiamente la sua storia ma è oramai in disuso. Essere donna oggi potrebbe non voler dire gridare al fuoco, quanto piuttosto il giusto e consapevole utilizzo dei mezzi conquistati dale attiviste del passato, e solo possiamo pensare a quanto ci sia da essere grate per i diritti e per la libertà di cui oggi una donna può godere. Ma i tempi sono cambiati, e ne arriva uno in cui è il caso cessare di accumulare vittorie e rimboccarsi le maniche per custodirle. E se il femminismo fosse morto? Se determinati passi a livello sociale non venissero compiuti per timore di svincolarsi da un’etichetta che per un secolo ha rappresentato un porto sicuro? Una donna che gioca a fare l’uomo si può divertire, ma rischia di perdersi nei meandri di un territorio che non conosce. Non c’è bisogno di essere femministe oggi: conquistato il ruolo di Donne, Donne è quello che c’è bisogno di essere.
Caitlin Moran, giornalista britannica e celeberrima autrice di ‘How to be a woman’, aveva forse individuato la formula del compromesso tra femminilità e femminismo: “se sei donna, non puoi fare a meno di essere femminista. Ma fare la guerra agli uomini non interessa proprio a nessuno.”


