di Elena Sparacino
Una peculiarità dei tormentoni (così come delle bucce di banana mediatiche) è la loro persistenza sulle bocche e sulle web pages di tutti. E l’hot topic, da circa due settimane a questa parte, sembrano essere le parole sciaguratamente mal calibrate dal ministro Fornero ospite a un convegno dell’Assolombarda, a Milano. Queste le sentenze incriminate: «Non bisogna mai essere troppo choosy. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale. Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro».
Choosy. Elsa Fornero ha introdotto in questo modo nel mondo del lavoro un nuovo termine, la cui traduzione letterale dall’inglese potrebbe translarsi con «esigente»: l’invito del ministro del Welfare era quello a «mettersi in gioco» subito, utilizzando però parole un po’ troppo dirette per piacere al mondo della politica e soprattutto al cittadino medio, scatenando reazioni che hanno indotto la Fornero a precisare: «Non ho mai detto che i giovani italiani sono schizzinosi. Oggi i giovani italiani sono disposti a prendere qualunque lavoro. Poteva capitare in passato, quando il mercato del lavoro consentiva cose diverse, ma oggi i giovani italiani non sono nella condizione di essere schizzinosi». Ma il pasticcio era fatto, e gli strascichi delle polemiche si stanno ancora stando facendo sentire, sfociando in conseguenze poco felici e in ambiti che ormai esulano dalla semplice dichiarazione, assumendo il colore di un vessillo nella crociata contro il precariato.
Ma perché proprio non si riesce a smettere di parlare di questo argomento? Perchè ‘choosy’ sta diventando, più che una notizia, il tweet favorite di milioni di utenti, la battuta finale di una barzelletta di scarsa qualità, la ‘mezza stagione’ delle conversazioni a vuoto?
Certo, se c’è una cosa che caratterizza l’Italia è da sempre la (in)capacità di crearsi una politica perversa per poi ironizzarci sopra; ma non che la messa in ridere smorzi le tensioni, visto che sovente non è altro che un campanello d’allarme per delle argomentazioni che premono ai socialmente più attivi, ma danno soprattutto a quelli che meno lo sono la possibilità di risvegliarsi dal loro torpore argomentando grazie al luogo comune.
Detto ciò, si voglia guardare all’effettività delle cose, prima di ‘sputare sentenze senza averle nemmeno masticate’ (come recitava una canzone). Di sicuro, ci si trova davanti ad un caso di mala-comunicazione. Perchè ebbene sì ESISTE anche questo fattore, che spesso viene sottovalutato. Lungi dal valutare l’operato o la persona del Ministro, apprezzabile o meno dai più a seconda dei punti di vista; quello che piuttosto dovrebbe allarmare è la scarsa tendenza propria in primis della politica alla diplomazia e a un dosaggio delle parole in grado di prevenire la necessità di una smentita, che tutto fa tranne che conferire autorevolezza al parlante.
Ci si vuole lamentare di qualcosa? Ci si lamenti di una politica che da molto (da sempre, per chi è giovane oggi) non è in grado di rassicurare i propri cittadini non solo coi fatti, ma nemmeno più con le parole. Se la politica è gestione della p????, il politico deve prima di tutto essere un simbolo in cui quantomeno la maggioranza si possa riconoscere; il politico, specie quello dei nostri tempi (non a tempo perso, ma pagato per la sua professione) deve essere professionale, specializzato, preparato. E un politico non può lesinare dall’essere innanzi tutto un buon comunicatore, caratteristica che lo deve distinguere dall’uomo comune che non disponga della stessa capacità di rappresentazione; caratteristica che elegge il politico tra milioni di specialisti altrettanto pertinenti che potrebbero svolgere lo stesso tipo di mansioni.
Ma al di là di questa ragionevole perplessità, additare a priori le direttive oggettive di un Governo che ha presente la situazione economica, è uno sport tanto caro allo Stivale. Parlando come studentessa di un corso di laurea definite dal precedente ministro dell’Istruzione un’ ‘amenità’, non giustifico certo il reiterato utilizzo di termini quali ‘bamboccioni’ e ‘sfigati’ da parte delle Autorità, quando l’informalità e la personalità di certi pareri non dovrebbe uscire dalle mura domestiche o comunque da contesti non ufficiali. Tuttavia, in questo caso il famoso ‘choosy’ a me, neolaureata e nel fiorire del mio cammino professionale, non è parso un insulto, quanto piuttosto un consiglio; quello che probabilmente manca alla prospettiva generale fornita alle nuove leve è la pazienza, virtù della quale uno qualunque dei nostri nonni potrebbe darci testimonianza diretta. Perseveranza. La crisi c’è, e c’è per tutti: lo strapotere di ‘pochi’ non può che far arrabbiare i ‘molti’. Mancano certo le prospettive, ma troppo spesso ci si scorda che per avere prospettive i sogni (necessari e legittimi), vanno conditi con la lungimiranza.
Si parla di ‘i giovani’ come di un’entità astratta, quelli che fanno massa e sono relegati ai call center; ma poi chiami ai call center e ti ritrovi a parlare con ragazzi perennemente arrabbiati, che si svalutano più non riconoscendo la fortuna di avere almeno un punto di partenza che accettando di svolgere quello come impiego transitorio, considerando che di questi tempi, dopotutto, un lavoro almeno ce l’hanno. Di questi tempi in cui uomini di cinquant’anni, con una carriera onesta e tanta esperienza alle spalle che ‘i giovani’ li farebbe impallidire, rimangono a casa per colpa di questa crisi, e ne hanno viste abbastanza per sapere che un lavoro in un call center sarebbe più di niente. Non essere eccessivamente selettivi nel primo lavoro, può significare anche non peccare di arroganza: può significare avere l’umiltà di sapersi inserire in un ambiente partendo dal basso, guadagnarsi una cosa, e soprattutto avere l’opportunità di imparare prima che quella di sbagliare, in preda a responsabilità ancora insostenibili per mancanza di esperienza. Si trova il coraggio di condannare lo strapotere dei baroni, lo stage come condizione di vita (anacronistico e innaturale, oltre che vergognoso), ma perchè non trovare il coraggio anche di provare?
Si potrebbe scoprire che non essendo ‘choosy’ oggi, un domani, con la dovuta esperienza e sicurezza alle spalle, quel ‘choose’ potrebbe non essere più un’attitudine bensì un verbo al presente.


