di Elena Sparacino
Si può asserire il fatto che la privacy sia probabilmente una delle questioni più aleatorie e dubbie con le quali si abbia a che fare, con la sua natura melliflua, tanto ineffabile quanto apparentemente semplice. Prendiamo il caso di facebook: togliendo i distratti o i maniaci di protagonismo, all’utente più attento sarà permesso affrontare i tortuosi e molteplici percorsi della sezione ‘impostazioni’ per poter manualmente modificare il proprio profilo fino a preservarlo dall’occhio indiscreto dei curiosi indesiderati. Quello che l’utente accorto non può però prevedere né prevenire, è il puntualissimo gap del sistema che in un men che non si dica paleserà l’inefficienza del sistema (e dunque delle sue prodi precauzioni).
Vi ricordate quando, nel film ‘Una poltrona per due’, gli ambiziosi fratelli Duke giocavano a fare i ricercatori sociali scommettendo un unico ma simbolico dollaro sulla dimostrazione pratica di un ‘esperimento’, quello che avrebbe rovinato la vita a Eddie Murphy e Dan Aykroyd? E’ avvenuto appena pochi giorni fa che un blogger di Praga, Bogomil Shopov, abbia acquistato online i dati di oltre 1 milione di account del celeberrimo social network… il tutto per la modica cifra di 5 dollari (più o meno 4 euro)!
Il file in questione conteneva profili, informazioni personali relative agli account, 12 fogli di lavoro Excel, contenente ciascuno circa 100mila nomi completi, indirizzi email e ID unici di profilo. Pronta ovviamente è arrivata la corsa ai ripari dei vertici di Facebook, che hanno prontamente richiesto la distruzione del file e l’invio di una copia dello stesso al quartier generale di Menlo Park al fine di avviare un’indagine interna, ‘invitando’ telefonicamente Shopov a mantere il silenzio su quanto accaduto. In aggiunta, Shopov avrebbe dovuto rivelare il nome del venditore e i dettagli sulla transazione per l’acquisto del file online.
«Ho accettato di inviare i dati e il nome del sito, perché era nelle mie intenzioni – ha rivelato in un post successivo il blogger – Ho poi cercato di sapere cosa sarebbe successo dopo, quale fosse la natura del problema. Ma mi hanno semplicemente detto che ci sarebbe stata un’indagine condotta internamente».
Matrice dell’inconveniente dovrebbero essere state una serie di applicazioni terze presenti su Facebook, attraverso le quali sarebbero state rastrellate le infomazioni. Sia come sia, ciò che si suole spesso dimenticare è come, nonostante le contromisure adottate, la libera uscita di dati dal proprio spazio nel social network è agevolata da innumerevoli fattori non controllabili: profili degli amici e impostazioni privacy degli stessi, giochi e applicazioni a cui si concede e sottoscrive con presunta innocenza l’accesso a un elevato numero di informazioni proprie e altrui (fino alle foto), hyperlink e varie. Salvo poi invocare la propria indennità attraverso il semplice copia-incolla del saputo status di turno, come quello che impazzava fino a poco tempo fa esordiendo con: «Dichiaro quanto segue: Qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati, non ha il mio permesso di utilizzare informazioni sul mio profilo, o qualsiasi parte del suo contenuto compaia nel presente, compreso ma non limitato alle mie foto, o commenti sulle mie foto o qualsiasi altra ‘immagine’ pubblicata nel mio profilo o diario». (segue)
A tal riguardo, fornisce una esplicita e chiara spiegazione la pagina web http://tech.fanpage.it/status-sulla-privacy-ed-altre-bufale-su-facebook/, che sottolinea accortamente: «Il fantomatico avviso richiama ad una legge realmente esistente ma negli Stati Uniti! UCC è infatti l’acronimo di Uniform Commercial Code, un codice americano che nulla a che vedere con l’Italia. Si tratta certo solo di una precisazione ma sarebbe bastato osservare meglio ciò che si copincollava per rendersi conto dell’infondatezza del testo.» Nell’articolo vengono ironicamente descritte le dinamiche di queste, insieme a un’elencazione delle più frequenti bufale che circolano in Facebbok, che certamente farà sorridere gli utenti più assidui che si trovano sovente a essere soggetti a un’altalena di inviti e allarmismi, snocciolando e sfatando ‘promesse’ familiari come ad esempio:
• «Non esistono applicazioni che consentono di sapere chi ha visitato il tuo profilo
• Il Ministero degli Interni o qualsiasi altra istituzione pubblica non possono chiedere a Facebook l’accesso ai vostri profili. Nemmeno la Polizia Postale, se non in caso di mandato emesso dalla Magistratura (in quel caso avete problemi ben peggiori a cui pensare)
• Non è necessario copincollare alcun messaggio per dimostrare a Facebook di essere un profilo attivo e scongiurare il pericolo della cancellazione. »
Fatt’è che, a seguito delle recenti vicende oltre che alla frequenza con cui negli ultimi tempi vengono modificati grafica e software del social network, a partire da venerdì scorso verrà fornita ai nuovi utenti di Facebook l’opportunità di seguire un “tour guidato” nei meandri delle impostazioni sulla privacy con lo scopo di offrire un percorso passo-passo su come procedere nelle varie scelte concernenti tali impostazioni. Decisione che sembra essere stata fortemente appoggiata dall’Ufficio del Commissario per la Protezione dei Dati irlandese (Irish Data Protection Commissioner’s Office), Paese in cui ha luogo tra l’altro l’ufficio “estero” dell’azienda.
Questo processo permetterà dunque anche ai neofiti di comprendere appieno il funzionamento di opzioni specifiche come decidere chi può leggere i propri aggiornamenti di stato o personalizzare ulteriormente la propria gestione della privacy. Verranno fornite spiegazioni esaurienti su giochi, applicazioni e pubblicità, verrà mostrato come cercare nuovi amici e cosa ciò comporta, nonché come applicare etichette (tag) alle foto, attività, queste ultime, che comportano entrambe una certa dose di “penetrazione” nella privacy.


