di Vincenzo Sfirro

La polis di Atene è considerata come esempio eccellente di democrazia, di politica e di stato liberale. Da sempre, infatti, i nostri politici fanno riferimento al mito della città greca per parlare di buon governo, per cercare di persuadere l’elettorato e per esporre o tentare di spiegare il proprio programma politico.

Se, però, si valutassero adeguatamente, da un punto di vista storico, le condizioni della più importante città stato greca, ci si renderebbe immediatamente conto che il riferimento a un’Atene democratica, l’utopia di ripristinarne gli organi e adattarli, magari, allo stato moderno, corrisponderebbe a lasciare immutata la condizione del nostro paese.
Infatti, persino l’acclamata città democratica, soffriva degli stessi mali che affliggono il nostro stato: c’era chi cercava di conquistarsi i voti tramite atti di demagogia, c’era corruzione a tutti i livelli del potere e c’era, come oggi, persino chi, infischiandosene delle leggi, cercava di controllare gli organi di esercizio della giustizia e di concentrare nelle proprie mani, o nella propria città, i tributi dei contribuenti.
Ci sono, però, almeno due cose che chi scrive invidia alla nota polis greca, cose che, evidentemente, sfuggono ai nostri oratori, grandi ammiratori della città classica: l’ostracismo e la liturgia.
L’elettorato ateniese, a differenza nostra, oltre ad avere il potere di eleggere alcune delle cariche governative, aveva anche il privilegio di poter allontanare dalla città chiunque fosse accusato di aspirare alla tirannide e di voler governare mediante l’esercizio del potere assoluto. Ogni anno, infatti, nel mese di Gennaio, i cittadini aventi diritto al voto (in caso di decisione positiva del tribunale popolare che valutava, ogni volta, se far ricorso o meno a questo mezzo) scrivevano su cocci di ceramica (dal greco “ostrakon” da cui il nome ostracismo) il nome della persona da ostracizzare. Nel caso fosse stato raggiunto un quorum di seimila votanti l’elezione risultava valida e colui che aveva raccolto più voti era allontanato per 10 anni dalla città di Atene. Non si trattava, però, di esilio, perché l’ostracizzato non perdeva i propri diritti civili, politici e di cittadinanza, come non perdeva nemmeno le proprie ricchezze e proprietà, che venivano custodite fino al suo rientro in patria.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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