di Bartolo Ciccardini

Circa venti anni fa pensavo che la crisi del Partito, il grande protagonista della vita politica del secolo tristo, fosse giunta al suo epilogo. Gramsci aveva definito il Partito (il partito per antonomasia, e quindi il partito leninista) il “Principe” dell’epoca moderna, con un chiaro riferimento al Principe di Niccolò Machiavelli. Il Partito nella sua versione totalitaria, Principe degli stati in cui aveva preso il potere, ha avuto una certa influenza sui partiti ideologici che gli erano succeduti, che avevano mantenuto il concetto di aristocrazia, talvolta armata, e di egemonia, mettendosi alla guida ed all’avanguardia del popolo, costruttori di una democrazia interpretata da loro per grazia ricevuta.
Pensavo che i Partiti ideologici italiani, quelli che nominavano direttamente i Presidenti della Repubblica, esattamente come avveniva in Russia, fossero morti e che i referendum avessero aperto la strada ad una democrazia, forse non bella, ma vera, dove il popolo sovrano non fosse più interpretato da profeti armati, ma fosse soltanto padrone in casa sua. Scrissi un libricino: Il Principe è morto.
Forse mi sbagliavo: né i referendum, né le primarie hanno salvato Prodi dalla fine decretata dagli adoratori del Partito e qualcosa ci dice di stare attenti alla giornata di ieri.
Nella settimana che ha preceduto il ballottaggio abbiamo scritto: “A Bersani va il merito di avere voluto le primarie, di averne affrontato il rischio, di aver accettato uno sfidante scomodo. A Vendola, Puppato e Tabacci va il merito di aver accettato il rischio di contarsi per dimostrare la dimensione della coalizione. A Matteo Renzi va il merito di aver impersonato seriamente il ruolo di sfidante. Il partito democratico ne esce ingigantito, la coalizione irrobustita e favorita. La nebbia si è alzata e sotto il sole della politica buona svaniscono Grillo e le sue cazzate.
Cosa avverrà? Se Bersani vincerà, gestirà bene il suo capolavoro: è affidabile e concreto. Se Renzi vincerà, dovrà diventare saggio, assennato e generoso e potrebbe anche riuscirci. Se perderà dovrà scrivere per la prima volta in Italia, un bel telegramma di fine partita, con i dovuti auguri per il vincitore. E dovrà mettersi alla stanga”.
Oggi le primarie hanno colto il bersaglio. Casini non le potrà evitare. Alfano morirà per non poterle fare, come è giusto che sia. L’Italia aveva bisogno di questo ritorno della buona politica per salvarsi.
Tutto è andato come doveva andare. Bersani ha vinto come previsto. Con la sua saggezza ed il coraggio che ha avuto nel fare le primarie, ha messo il Partito Democratico ed i suoi alleati nelle condizioni migliori per fare una buona battaglia e per vincerla.
Matteo Renzi ha perso e forse non poteva essere altrimenti. Per un mese ha oscurato Grillo e ha ricordato agli italiani che Grillo è oscurabile. Ha fatto un discorso bellissimo annunciando la sua sconfitta. Per la prima volta in Italia, uno che ha perso uno scontro elettorale telefona al vincitore per congratularsi. Avremmo preferito un telegramma, ma fa lo stesso.
Tutto bene dunque? Sì, tutto bene. Con qualche nota che disturba questo risultato bello, importante e da conservare nel suo valore democratico.
Prima stonatura. Bersani ringrazia tutti. Ringrazia la famiglia, ringrazia i 100.000 volontari, ringrazia Vendola, che ha accresciuto a dismisura la sua vittoria, ringrazia la Puppato (che non si risparmia una pugnalettata piccola sul vinto), ringrazia Tabacci, per il significato altamente simbolico della sua partecipazione e, “en passant”, ringrazia Renzi con “non chalance”. No, caro Bersani, anche tu devi imparare a scrivere i telegrammi di fine partita.
Ho colto un’altra stonatura. I rappresentanti di un seggio emiliano, che avrebbero dovuto garantire la neutralità fra tutti i legittimi partecipanti alla prova elettorale, si presentano orgogliosi fuori della porta del seggio. Sono quattro, di mezza età, massicci, popolari, efficienti,tutti maschi ed annunciano orgogliosi che Bersani ha rovesciato i risultati in quel seggio dove aveva precedentemente vinto Renzi. No, signori, troppo zelo guasta. E non parliamone più.
Terza stonatura. Il Presidente del Partito Democratico, Rosy Bindi, interrogata, forse troppo maliziosamente dai giornalisti, fa un elogio delle primarie e le riconduce alla loro dimensione partitica. È il Partito che fa le primarie (mentre a me risultava che fosse la coalizione), è il Partito che ha fatto il Congresso facendo le primarie, è il Partito che accoglie, certifica e notifica il risultato delle primarie. Non ripete, cosa che avevamo già criticato, che sarà il Partito a fare le liste. Anzi, dà una notizia bella e buona: “Se resta il mattarellum con le liste bloccate, si faranno le primarie per scegliere l’ordine di lista”. Ma in questa difesa della supremazia del Partito rispetto a quel grande evento democratico che sono le primarie, c’è uno spirito di restaurazione che non ci convince. È lo spirito di restaurazione che si esprime con un livore nei confronti di Matteo Renzi, a cui non è riuscito a sottrarsi neppure Bersani.
Spero che queste “stonature”, queste sfumature inopportune, vengano presto superate dalla generosità necessaria per i difficili mesi che ci attendono.
Non sono manchevolezze personali, e se lo fossero non darei loro importanza. Mi preoccupano perché sono tentazioni ricorrenti, che vengono dal secolo tristo. E molti penseranno ad una sorta di nostalgia del Partito Comunista: non credo che si tratti di questo. O non solo di questo. Ma di qualcosa di più profondo, di più inconscio e di più italiano. Non è nostalgia del Partito del ‘900, è memoria di un’antica faziosità italiana. C’è odore di olio di ricino. E di quella cerimonia medievale che era la espulsione dal Partito.
Bartolo Ciccardini
P.S.: Finito il suo discorso Bersani fa salire al suo fianco i giovani del Comitato promotore della sua candidatura: Alessandra Moretti, Roberto Speranza e Tommaso Giuntella. Sono giovani, sono belli, sono la stessa generazione dei giovani del comitato di Renzi. Giuntella ad un certo punto sradica la Moretti dal posto in cui si trova, vicino a Bersani, posto che le spetterebbe perché è donna. Poi con entusiasmo salutano con il pugno chiuso. Quanti ricordi! Quante battaglie! Quante radici compongono la realtà di oggi! Per questa notte va bene così. Ma, come dice Obama, il meglio deve ancora venire.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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