La redazione di VentoNuovo è lieta di intervistare Anna Fraioli, sceneggiatrice, commediografa, attrice, regista teatrale e direttrice della scuola di teatro La bottega dell’attore, che organizza corsi e laboratori di sperimentazione teatrale.

Anna Fraioli è da sempre appassionata a tutte le sfumature e tutti i colori di cui è composto l’essere umano e all’arte in tutte le sue forme. La sua costante propensione verso percorsi di crescita personale e spirituale la porta ad approfondire i suoi studi sul comico che, parimenti al pensiero pirandelliano, fa scaturire il sentimento del contrario e che permea, nel caso dello stile recitativo di Bottega dell’attore, l’intero viaggio dell’attore inteso, in primis, come persona dotata di anima ed emozioni, capace di esprimere il vero sé all’interno di un mondo altro, creato dal teatro che dona nuovi occhi e un nuovo sguardo sul mondo, fonde l’interno e l’esterno in una danza incessante tra il vero e la finzione, la drammaticità e l’ironia, il noto e il taciuto.

Quando hai scoperto la magia del teatro?
“Come nelle migliori tradizioni, l’ho scoperta per una casualità, sebbene le persone che lavorano nel campo artistico non credano nel caso. Inizialmente avevo semplicemente accompagnato una mia amica ad un laboratorio di teatro che lei non ha più seguito, invece io ne sono rimasta subito affascinata. Da qui è cominciata questa grande passione per il teatro, però ho sempre avuto una spiccata inclinazione artistica, ho suonato il pianoforte e mi piaceva tutto il processo creativo che sta alla base della creazione di un prodotto artistico. Sin da piccola ho coltivato la mia passione per il comico, quello raffinato che è molto complesso perché, come diceva Dario Fo, «quando vai a teatro e vedi una tragedia, ti immedesimi, partecipi, piangi, piangi, piangi, poi vai a casa e dici: come ho pianto bene questa sera! e dormi rilassato. Il discorso politico ti è passato addosso come l’acqua sul vetro. Mentre invece per ridere ci vuole intelligenza». Infatti, la risata fa riflettere, è un meccanismo molto particolare che, nel corso del tempo, è stato trattato nei modi più svariati.“

Come nasce la realtà di Bottega dell’attore?
“Nasce dalla mia grande passione per l’insegnamento unita all’aspetto artistico e alla mia attività autoriale che è la mia attività prevalente. Infatti, ho cominciato dapprima lavorando come autrice, poi mi sono dilettata anche come attrice, sono stata ingaggiata nella direzione di alcuni spazi comici della capitale, ho acquisito sempre più esperienza e competenza e, infine, ho deciso di mettermi in proprio. I ragazzi che seguo hanno una capacità attoriale che si presta alla specificità dei ritmi comici. Come dico sempre ai miei allievi, la comicità è difficile perché è matematica, infatti una data battuta detta un momento prima può non far più ridere e viceversa, ma il pubblico risponde sempre e garantisce un dialogo continuo. Inoltre, la comicità si unisce al discorso politico e scopre i tanti vizi dell’umanità. La semplice risata è già una reazione, dunque il pubblico, consapevole o meno, mette in atto una risposta di fronte a un dato evento che ha scatenato in lui una certa emozione.
Tuttora il meccanismo della risata è complesso e misterioso, solo gli esseri umani sono capaci di ridere e di essere ironici. Per me l’ironia e l’autoironia sono due delle forme più alte di intelligenza. La capacità di estraniarsi dal proprio sé e di guardarsi da fuori è alla base dei percorsi tenuti all’interno di Bottega dell’attore, sono percorsi di crescita personale come emerge in tutti i nostri spettacoli, ad esempio il penultimo andato in scena trattava questo tema attraverso la rappresentazione di un essere umano che, per una strana magia, vede la propria essenza tramutarsi in un pesce e, dunque, inizia a guardare la propria vita dall’esterno. A volte pensiamo di essere al centro del mondo e la capacità di guardarsi da fuori ci garantisce la possibilità di abbassare l’importanza di molte cose che ci succedono, mettendoci al riparo da atteggiamenti meccanici e reazioni automatiche, sia positive che negative come la rabbia. Se avessimo la capacità di astrarci un attimo, riusciremmo a ridimensionare questo aspetto automatico dell’ego così da far fuoriuscire il vero io. Il training parte proprio da qui, infatti costruisco i laboratori teatrali proprio come percorsi di crescita personale in cui c’è un’esplosione di creatività che si irradia in tutta la vita dei ragazzi: ad esempio si scopre qual è il motivo della timidezza e si lavora sull’ostacolo tutti insieme. Il teatro è una realtà sociale all’ennesima potenza dove si entra in relazione con se stessi, con gli altri, con i personaggi, mettendo al centro l’essere umano e sprigionando un concentrato di vita. Il teatro è una lente di ingrandimento sull’uomo, entra in gioco la riscoperta di sé, del corpo – sia fisico che emozionale – perché siamo fatti anche di spiritualità.”

Qual è l’approccio che caratterizza i tuoi corsi di teatro? Parti dal vissuto di ciascun attore per garantire l’immedesimazione nel personaggio, come diceva Stanislavskij?
“Parto dal presupposto che Stanislavskij è un sistema, non è un metodo e nell’ultima parte della sua vita ci ha lasciato in eredità il metodo delle azioni fisiche che ha un po’ fatto evolvere la prima parte in cui parlava della memoria emotiva e, dunque, della grande importanza del vissuto dell’attore. Le tecniche che si sono evolute nel corso degli anni sono state tantissime e alcune si sono focalizzate sull’azione fisica, altre sulla memoria emotiva. Io non sono propensa per l’immedesimazione totale, bensì per le azioni fisiche perchè il corpo è l’azione, non ti lascia mai a terra e non devi andare a scomodare un tuo ricordo personale tutte le volte che vai in scena per arrivare a un’emozione. Sicuramente ogni attore riversa la propria essenza in ogni rappresentazione ma bisogna ricordare che l’attore non rappresenta se stesso, bensì presta il proprio corpo, la propria esperienza e le proprie emozioni al servizio del personaggio attraverso delle tecniche specifiche. Come dicevo prima, l’osservazione dall’esterno è importante anche per la recitazione perché occorre avere la capacità di entrare dentro il personaggio ma anche di guardarsi da fuori soprattutto per non rimanerne imprigionato.
Io ho lavorato anche sui modi di dire che assumono diversi significati nelle varie località e, partendo dai proverbi dell’Italia, sono riuscita ad analizzare l’aspetto psicofisico – insito nel linguaggio comune della cultura popolare – e a comprendere la circolarità fra l’aspetto posturale e l’aspetto emotivo. A tale proposito, in un seminario con uno psicoterapeuta uso la tecnica della frammentazione del corpo, dal momento che, attraverso la postura, si possono individuare delle tensioni annidiate in certe parti e solo rimuovendole si può ritrovare l’equilibrio. Occorre mettersi in gioco perché tante volte le posture rivelano anche delle caratteristiche di noi stessi che non ci fa piacere tirar fuori.”

A proposito dell’ultimo spettacolo che andrà in scena venerdì 28, sabato 29 e domenica 30 giugno al teatro Tordinona, come nasce l’idea di portare in scena “Le parole che non ho scritto”?
“Tutti gli spettacoli che facciamo sono originali e sono uno diverso dall’altro ma la caratteristica comune risiede nell’idea dell’uomo e della sua crescita personale, nella mia passione per il comico e per l’ironia. Anche questo spettacolo, dunque, presenta gli elementi della creatività, dell’originalità, dell’ironia e del percorso personale dell’essere umano che si evolve. La scena inizia con tre amici che si stanno confidando perché hanno grandi problemi in amore, in particolare uno dei tre è stato appena lasciato dalla ragazza in un modo molto pesante. Il tutto è raccontato con molta ironia. Questi tre amici, però, non sanno che da lì a poco vivranno un’avventura che li porterà in un mondo altro, di cui loro non sanno nemmeno l’esistenza. Da un momento di grande criticità iniziale arriveranno a capire molte cose che porteranno la luce nelle loro vite. Si tratta di uno spettacolo che tratta di mondi altri, delle relazioni, dell’egocentrismo. La musicale originale è di Giacomo Mandarano, musicista esordiente. Gli attori cantano e ballano e la storia, scritta da me, è molto frizzante. In Bottega, tra l’altro, accolgo molti ragazzi che scrivono i propri testi oppure molti di loro spesso tirano fuori delle qualità attraverso i laboratori che li portano a sprigionare tutta la loro creatività e capacità di scrittura.”