Ventinove anni fa moriva Gian Maria Volonté, uno degli attori che ha contribuito a segnare in modo decisivo la storia del cinema.
Il suo modo di recitare – che partiva da un lavoro interiore sul personaggio da interpretare e in cui, soprattutto, immedesimarsi sulla scena – gli ha garantito sin da subito il ruolo di successo nel capolavoro del genere spaghetti western di Sergio Leone, per poi passare a collaborare anche con registi di un certo calibro come Francesco Rosi, Elio Petri e Giuliano Montaldo.
L’esordio della sua carriera recitativa e della scoperta di un’anima capace di trasferire emozioni sul palco risale al 1951, quando aveva solo 17 anni e collaborava con la compagnia I Nomadi di Edoardo Maltese e, successivamente, con la compagnia teatrale itinerante I carri di Tespi.
La sua formazione artistica presso l’Accademia nazionale d’arte drammatica è stata costellata da numerose soddisfazioni, sotto la guida del suo maestro Orazio Costa, che è stato il punto di riferimento, tra gli altri, anche degli attori Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Luca Ronconi.
Volonté, attore poliedrico, ha partecipato anche a vari prodotti televisivi, come il film del 1957 intitolato Fedra, recitando assieme all’attrice Diana Torrieri. Tra gli altri film, si ricordino Sotto dieci bandiere di Duilio Coletti, La morte di Mario Ricci di Claude Goretta, Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, Porte aperte di Gianni Amelio, Una storia semplice di Emidio Greco.
Attivo anche politicamente, Volonté ha realizzato documentari a sfondo politico ed è stato iscritto al Partito Comunista Italiano fino al 1977.
Tutto il suo impegno e il suo mondo interiore, riversato nel teatro, era dettato da una profonda vicinanza e aderenza alla realtà circostante, come lui stesso affermava: “Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”.