di Federico Cirillo
E così, anche coloro che, pochi mesi fa, credevano di potersi ritenere al sicuro, pensavano che il temuto aumento dell’onda nera del differenziale (spread) non fosse affar loro, bè adesso devono fare i conti con la cruda realtà.
C’è quindi chi si arrovella su riforme, manovre intricate per cercar di galleggiare dopo tanto naufragare e chi prova, ancora, a far la voce grossa, chi chiede tempo e chi si affida a qualche santo in paradiso. Ma la domanda che in molti, tutti, ultimamente si pongono o che, pur non affiorando del tutto, si insinua nelle coscienze e nelle teste di molti governi, governanti, ministri e dicasteri rimane, lapidaria e concisa: uscire o no dall’Euro?
Abbiamo posto questo quesito al neo laureato in Economia aziendale, presso la Facoltà degli Studi di Roma di Tor Vergata, dr Emanuele Di Pietro, il quale, fornendoci una risposta, ha voluto anche delineare un quadro semplice e riassuntivo delle principali protagoniste di questa crisi finanziaria:
«Uscire dall’euro sarebbe un drammatico ritorno indietro per tutti. Quello che serve è una finanza pubblica Europea, una politica fiscale comune ed una revisione dei trattati e regolamenti dell’Unione Europea (come sostengono Angela Merkel e Nicolas Sarkozy)».
Può, dr. Di Pietro, in sintesi, delineare la situazione delle protagoniste in negativo di questa forte crisi?
«La situazione non è delle migliori:
L’Italia ha un debito pubblico alto e un disavanzo ridotto; necessita di forti stimoli alla crescita senza i quali qualsiasi manovra è a rischio di fallimento. Il neo presidente del consiglio Mario Monti ha usato parole come sacrifici, equità, rimozione dei privilegi dimostrando che se vuole la politica saprebbe su quali leve agire. Per far ripartire la nostra economia c’è bisogno di un motore interno in grado di rimettere in moto la domanda (ottobre 2011 rispetto ad ottobre 2010 calo produzione industria di oltre 4 punti percentuali);
la Germania è molto ripiegata su se stessa e fonda la propria politica su interessi di breve periodo e a fronte di un debito pubblico notevolmente cresciuto ha dovuto rifinanziare le proprie banche. Banche tedesche che sono sotto la lente di ingrandimento da parte delle società di Rating, le quali stanno valutando la possibilità di declassare la tripla A (AAA);
la Francia è a rimorchio della Germania perché è debole e non è in grado di contrastare le tendenze ad imporre politiche restrittive all’intera Europa;
la Grecia, infine, vive un momento di vera crisi in cui occorre consolidare le operazioni intraprese ed incentivare i creditori ad accettare la situazione (è necessario che chi acquista titoli greci sappia in quale scenario si sta muovendo).
Cosa serve, concretamente, all’Europa per provare ad uscire da questo momento?
«In sostanza, manca una politica economica europea, a cominciare da quei provvedimenti volti a far rientrare la finanza entro certe regole, al servizio dell’economia e non della speculazione. Ma la soluzione non è tornare indietro. La sfida che sta di fronte all’ Europa è trasformare l’unione monetaria ed economica in una unione politica con il contributo di tutti i paesi che ne fanno parte.
E’ sotto gli occhi di tutti che l’Euro è sotto attacco ed è per questo motivo c’è bisogno di una “revisione comune” che possa risolvere i problemi dell’Europa e non del singolo paese. Se l’Irlanda o il Portogallo uscissero dall’Europa, si avrebbe un effetto a catena che porterebbe ad una sola conclusione: un drammatico ritorno indietro».
Perché l’Euro è così a rischio?
«E’ a rischio perché ad alcuni paesi potrebbe non convenire più stare dentro il sistema economico della moneta unica (molti paesi utilizzano la crisi e la speculazione per imporre nuove gerarchie sociali; per esempio precarizzando ancora di più il lavoro pensando di stimolare la crescita attraverso un’ulteriore facilitazione dei licenziamenti)».
Prima Grecia, poi Irlanda e Portogallo, proseguendo per la Spagna, passando per l’Italia e allargandosi a Francia e Germania, una sorta di lento e costante Risiko, un’espansione a macchia d’olio di una situazione che pone le big d’Europa di fronte alla necessità di far fronte comune, con sagge, davvero eque e intelligenti manovre fiscali ed economiche, mettendo da parte facili annunci, false speranze e rimboccandosi, in modo finalmente determinante, le maniche: buona fortuna Vecchio Continente!
Ndr: si ringrazia il Dr. Emanuele Di Pietro per la gentile collaborazione.


