Una immagine di Marco Vannini tratta dal suo profilo Facebook. FACEBOOK MARCO VANNINI +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

di Michel Emi Maritato

Condannata tutta la famiglia Ciontoli, dopo anni di omertà, depistaggi e umiliazioni

“Con questa sentenza, giusta e pesante, vengono spazzate via tutte quelle menzogne che gli assassini di mio figlio hanno raccontato finora”. Ė duro lo sfogo di Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il ventenne ucciso con un colpo di pistola nell’appartamento della sua fidanzata Marina Ciontoli. Proprio dall’arma del padre di Marina è partito il colpo, diventato fatale per l’atteggiamento omissivo di tutta la famiglia, in un gioco all’omertà rivelatosi ferale per il povero ragazzo. “Bugie su bugie – continua Marina – Ciontoli ci ha provato fino all’ultimo rendendo in aula dichiarazioni spontanee. Le sue erano lacrime di coccodrillo con cui ha cercato di commuovere la Corte”. Questa coraggiosa mamma punta il dito contro tutto il clan Ciontoli, sostenendo che ad essere calpestata è la dignità di Marco e additando il capo famiglia Antonio come un uomo patetico “da cui per fortuna, questa volta, i magistrati e la giuria popolare non si sono lasciati abbindolare”. Così, la sentenza pronunciata è di   omicidio volontario: 14 anni ad Antonio Ciontoli, 9 ai familiari. Ci sono voluti più di cinque anni per arrivare a tale risultato e tante battaglie in nome della verità, per abbattere il muro di gomma di chi voleva occultare quanto avvenuto nella tragica serata del 17 maggio 2015. Con il capofamiglia in quella casa ci sono la moglie Maria Pezzillo, l’altro figlio Federico e la sua fidanzata Viola Giorgini, poi Marco e Marina. La seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma, presieduta da Gianfranco Garofalo, ha messo un punto fermo su una vicenda che di colpi di scena ne ha visti parecchi. A cominciare dalle indagini, che hanno evidenziato molte leggerezze investigative. Perché la casa del misfatto, dove potevano essere isolate tracce e prove determinanti non è stata sequestrata subito dopo l’accaduto?  E poi, come mai l’interrogatorio dell’ex sottoufficiale di Marina, pieno di contraddizioni e di versioni contrastanti non è mai stato messo in dubbio, nonostante le evidenti prove che fosse frutto di dichiarazioni mendaci? In una prima versione Antonio Ciontoli dichiarò che mentre maneggiava una pistola questa gli era sfuggita di mano e lui, nel tentativo di riprenderla aveva premuto inavvertitamente il grilletto colpendo il povero ragazzo. Sottoposta a perizia, la Beretta calibro 9 rivelò una caratteristica di fabbricazione che non avrebbe mai consentito di far partire un colpo per sbaglio, in quanto per sparare occorreva comunque azionare un particolare meccanismo. Proprio per questo l’uomo, di fronte all’evidenza, fornì al pubblico ministero un’altra narrazione dell’accaduto: dichiarò che il colpo era partito per errore perché voleva “fare uno scherzo a Marco”. Su questo il mistero è fitto e nessuno potrà mai più svelarlo, a meno di un ripensamento e un atto di contrizione di qualche membro della imprevedibile famiglia. E questo appare improbabile, almeno secondo le dichiarazioni di mamma Marina, che sostiene che nei confronti di suo figlio scomparso, oltre alla condotta omertosa di tutti i Ciontoli, che lo hanno lasciato morire, c’è stata da parte degli stessi una insensibilità protratta nel tempo. “Non lo chiamavano nemmeno più per nome – ha dichiarato alla stampa – soltanto 24 ore dopo il delitto per loro noi eravamo la controparte”. Una delle tante ferite sopportate da Marina e Valerio Vannini, che nel processo d’Appello hanno vissuto un oltraggio alla memoria del figlio. In tale circostanza, la condanna in primo grado a 14 anni di Antonio Ciontoli è stata derubricata: il reato è stato declassato da omicidio volontario a colposo, con la richiesta di soli cinque anni di carcere. Un verdetto che ha scatenato la comprensibile reazione di mamma Marina che, in quella sede, oltre al danno ha subito anche la beffa di un insensibile giudice che per “oltraggio alla Corte” avrebbe voluto denunciarla al competente tribunale di Perugia. La forza di questa donna è emersa però al di sopra di tutto e ora, può finalmente tornare a credere nella giustizia. Ma la voce del Paese è ancor più intransigente sulla vicenda. I Ciontoli avrebbero potuto evitare la morte del ventenne se avessero chiamato senza dire il falso ai soccorsi e sono molti i cittadini a invocare sulle pagine dei social più frequentati una punizione esemplare. Per molti, 14 anni ad Antonio e 9 agli altri membri della famiglia sarebbero pochi, tanto che il recente verdetto ha visto fin dalla prima mattina, davanti al tribunale romano di piazzale Clodio decine di persone arrivate da tutta Italia che, con striscioni e foto del ventenne di Cerveteri, hanno espresso ai Vannini tutta la solidarietà. E sui social in molti hanno pronunciato parole di severa condanna tra cui, le più ricorrenti sono riferite a una giustizia “troppo clemente con loro” che in molti avrebbero voluto “condannati a vita”. E alle invocazioni di perdono di Antonio Ciontoli, mamma Marina ha replicato che “il perdono lo deve chiedere a se stesso”.

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