di Federico Cirillo
Era il 25 gennaio 2011, sembra oggi, anzi, è ancora oggi: dopo la prima, grande, rivoluzione dei giovani egiziani, ieri, 21 novembre, piazza Tahrir è stata, di nuovo, scenario di battaglia. Da quattro giorni sono ripresi gli scontri tra studenti e polizia, guerriglie che vedono i rivoluzionari contro il Supremo consiglio delle Forze armate, salito al potere, con grandi proclami di cambiamento, dopo la caduta del regime, corrotto e sanguinario, di Mubarak. Sembra di essere tornati indietro; la “primavera egiziana” è tornata autunno e rischia fortemente di tramutarsi, nel volgere di pochissimo, in atroce e ostile inverno. I Ragazzi Rivoluzionari sono di nuovo in piazza e, nuovamente, chiedono le dimissioni di un governo, quello militare che, nonostante i grandi progetti di cambiamento e le grandi illusioni (la frase “il popolo e l’esercito sono la stessa mano” che aleggiava dopo la caduta del dittatore, risulta oggi anacronistica e ormai lontana), risulta oggi inviso alla popolazione. Popolazione esasperata che contesta il Supremo consiglio delle Forze armate (Scfa, noto con il suo acronimo inglese Scaf) e il suo capo, il feldmaresciallo Husayn Tantawi, che si sono indebitamente appropriati della legittimità rivoluzionaria senza rispettare le promesse fatte. La richieste sono, in primis le dimissioni dei militari e, conseguentemente, la costituzione di un consiglio rivoluzionario composto da civili che guidi la transizione. I generali, da par loro, hanno risposto, semplicemente con la classica arma della violenza, lasciando sul campo almeno 40 vittime. Particolare agghiacciante di questa repressione è che gli ufficiali incaricati della repressione hanno sparato agli occhi dei manifestanti. Enormi interessi economici e politici, che l’esercito non vorrebbe mettere da parte, sembrano essere l’intelaiatura oscura che ha guidato, in questi nove mesi, l’azione governativa degli uomini di Tantawi, accusato, inoltre, di aver stretto un segreto patto con l’ex dittatore Mubarak, in modo da garantire gli interessi di entrambi: a gettar ombre su questo argomento è l’inusuale e incomprensibile strage di Maspero, dall’inaudita violenza, avvenuta il 9 ottobre scorso; una sorta di miccia, la classica “goccia che ha fatto traboccare” un vaso già fin troppo ricco di lacrime e sangue. Ad esasperare ancora di più una situazione già sull’orlo di un nuovo collasso, anche il reintegro da parte dello Scaf delle torture e delle umiliazioni da ancien régime. Tristemente noto il caso delle giovani rivoluzionarie che sono state sottoposte, nello scorso marzo, a un test di verginità di fronte a un plotone di soldati che commentavano e scattavano foto con i loro cellulari. Inoltre, come se non bastasse, a dieci mesi dalla rivoluzione, 12 mila cittadini egiziani sono in attesa di essere giudicati da tribunali militari, dato questo che sa di farsa dinanzi ai numerosi esponenti del vecchio regime rimasti impuniti e, oltretutto, rientrati nelle mansioni e insigniti nuovamente di incarichi governativi: danno e beffa dunque, che non fa altro che aumentare la rabbia crescente di una nazione logarata che non conosce pace e sulla quale sembra delinearsi l’ombra di un nuovo 1952, ossia di un ennesimo golpe beffa.
Intanto oggi, dopo i funerali delle 40 vittime di piazza Tahrir, gli scontri sono ripresi e le dimissioni del governo sembrano non aver dato l’effetto sperato, mentre i Fratelli Musulmani hanno aperto al dialogo. Le richieste rimangono le solite: trasferire il potere dalla giunta militare a un esecutivo civile. Slittano, quindi, le elezioni legislative, da svolgersi in tre lunghi turni dal 28 novembre al 14 marzo: saranno, infatti, sicuramente rinviate o salteranno insieme alle future elezioni presidenziali.


