La migrante     di Maria Imma 

Sono una migrante,
senza patria mi spingo alla deriva,
ho solo la compagnia del vento
e un nome che mi fa sentire viva

Non so come sarà il futuro,
non ho finestre dove guardare il cielo,
nè alberi che contano le mie stagioni,
guardo il mondo attraverso un velo

Sono una migrante senza patria,
senza fardello e senza un cuscino,
ho un nome che mi fa sentire viva
quando a chiamarmi è il mio bambino

 

Un tema attualissimo, purtroppo, quello trattato in questa stupenda lirica della poetessa Maria Imma , la cui penna, mi ha sempre catturato per la sensibilità e la profondità di pensiero.Sin dal passato l’uomo ha sentito il bisogno di spostarsi, seppur con dolore, per migliorare la propria situazione personale , ma , in questa epoca storica, si assiste a flussi enormi di migrazioni dovute si a  ragioni politiche sia a quelle sociali o climatiche .Data l’enorme mole di gente che varca ogni giorno e con svariati mezzi il territorio italiano e europeo, questo fenomeno è diventato iun emergenza  per riuscire a coordinare e ospitare i migranti, e  spesso si tralascia la storia personale di questi popoli che magari avrebbero preferito restare nella propria terra, invece di diventare nomadi in cerca di futuro. Spesso si dimentica che sono uomini. “Sono una migrante / ho solo un nome che mi fa sentire viva” /, in questi versi si legge la disperazione  totale dell’individuo privato di ogni bene e diritto,e, vestito solo del nome di battesimo che lo distingue dall ‘altro compagno di viaggio. Del futuro solo un buco nero , un vortice di disperazione che non consente nemmeno di guardare il cielo, nè di accorgersi di come muta il tempo e del paesaggio intorno, al variare delle stagioni; tutto è coperto da un velo da cui traspirano solo incertezze, miseria , morte. “Sono una migrante senza patria” questo verso mi colpisce più degli altri perché  non vuole rimarcare una povertà relativa a mancanza di beni materiali , non dice sono un senza tetto ma esprime la nullità del soggetto rispetto a uno stato e a una  una società che non gli appartiene e che lo definisce appunto giuridicamente invisibile : un Apolide. Esser senza patria è la povertà più grande per un uomo.  “/Ho un nome che mi fa sentire viva /quando a chiamarmi è il mio bambino./ : in questa chiusura la poetessa ricalca appunto lo smarrimento, sapere di esistere solo quando sente la voce della responsabilità che ha verso un figlio che  lo identifica e ne fa emergere la dignità e la forza per proseguire verso una strada che non si è scelti da soli e di credere  ancora nel domani ,di trovare  mani aperte per avere almeno un cuscino su cui piangere la propria rabbia. Le istituzioni sono divise tra favorevoli e contrari al flusso di migrazioni ma è un evento storico che non si può arrestare ma solo  cercare di gestire in maniera politicamente intelligente, culturalmente aperta , prudente e  sopratutto con una visone umanitaria,  perchè chiudere le frontiere significherebbe costruire muri  ignorando le  grida e il  sangue di vite umane spesso abbracciate nell’ultimo respiro dal mare nostrum. Grazie della tua  riflessione Maria Imma e complimenti per la tua poetica.  Valeria davide –poetessa-scrttrice

Per scrivere a Poeticando:valeriana73@hotmail.it

 

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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