di Elena Sparacino

«Sono un messicano che vive in Europa e mi sono sempre sentito il benvenuto. Vorrei la stessa accoglienza per tutti i migranti»: non le manda certo a dire Alfonso Cuarón, presidente di giuria di Venezia 72 (dal 2 al 12 settembre), che apre un festival all’insegna di uno sguardo internazionale. L’edizione della tradizionale Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica inaugurata ieri promette infatti di avere un respiro sempre più ampio, che non solo si guarda fuori ma unisce anche il Paese nella sua voglia di cinema, ma soprattutto di raccontare storie. Raccontare realtà.

La prima giornata ha previsto i photocall dei membri delle tre giurie, che premieranno i film delle diverse sezioni: capitanata da Cuarón, la giuria destinata a incoronare il Leone d’Oro è composta da Emmanuel Carrère, Nuri Bilge Ceylan, Pawel Pawlikowski, Francesco Munzi, Hou Hsiao-hsien, Diane Kruger, Lynne Ramsay ed Elizabeth Banks; per la sezione “Orizzonti” (dedicata ai nuovi autori e alle produzioni più sperimentali) presiede la commissione il regista statunitense Jonathan Demme; mentre per il “Leone del Futuro”, destinato alla migliore opera prima, è alla guida il regista italiano Saverio Costanzo. La cerimonia di apertura, come da copione, è stata presentata dalla madrina di quest’anno Elisa Sednaoui, modella e attrice piemontese, accolta all’approdo al Lido dal direttore della Mostra Alberto Barbera. Presente anche il Capo di Stato Sergio Mattarella, che ha preferito però glissare sui temi di attualità politica per la serata: «Faccio gli auguri al cinema, ai quattro registi italiani in concorso ma anche agli stranieri. Io amo il cinema, quello classico e quello contemporaneo, delle nuove generazioni», soffermandosi a spiegare ai giornalisti presenti – poco prima di entrare nella Sala Grande del Palazzo del Cinema per la cerimonia – «Di questo non parliamo, parliamo solo di cinema».

everest-movie-700x372A seguire la cerimonia, la proiezione dell’attesissimo Everest, film d’apertura del Festival presentato fuori concorso: traendo spunto e ispirazione dal romanzo Aria Sottile (1997, di Jon Krakauer), il regista e attore islandese Baltasar Kormákur (2 Guns, Contraband) ha voluto raccontare in celluloide la disastrosa e storica spedizione sull’Everest. Una sorta di Apollo 13 in alta quota, che vede dell’altra parte della cinepresa un nutrito cast di nomi noti per rievocare il viaggio delle due spedizioni del 1996 che si confrontano con la montagna più alta del mondo subendo varie perdite a causa di ghiacciai, slavine e soprattutto ipossia. Girato tra Nepal, colline pedemontane dell’Everest, Alpi italiane, gli studios di Cinecittà a Roma e i Pinewood Studios nel Regno Unito, il lungometraggio (distribuito da Universal) vuole rievocare la morte di otto tra gli scalatori attraverso le memorie dei sopravvissuti, tra cui si annovera lo stesso Krakauer; nel cast Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Keira Knightley, Sam Worthington, Jake Gyllenhaal, Emily Watson. Una storia vera in un viaggio da esplorare virtualmente attraverso un’infografica del Washington Post. Non tutti i pareri ad ogni modo sono positivi, tra cui il punto di vista del celebre alpinista Reinhold Messner, secondo il quale «il film Everest ricostruisce la tragedia del 1996 in modo parziale» – come ha ammesso al settimanale Oggi. E continua:

Il film è basato su un aspetto emozionale. Ma la tragedia del 1996 non fu una semplice disgrazia. È accaduta perché due bravissime guide a un certo punto hanno deciso di diventare imprenditori del settore turistico. Rob Hall e Scott Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine.

Attendiamo dunque con ansia di vedere la pellicola: ai posteri l’ardua sentenza. Intanto oggi debutta – in gara – uno dei film più attesi del concorso, Beasts Of No Nation (prodotto direttamente dal servizio di streaming Netflix, che lo divulgherà sulla piattaforma stessa una volta conclusi i festival di Venezia e Toronto) una storia di guerra e bambini-soldato diretta dal giovane e acclamato regista di True Detective Cary Fukunaga. Sempre in concorso passa l’australiano Looking For Grace di Sue Brooks, con Radha Mitchell. Tra i fuori concorso invece risulta anche il documentario Winter On Fire di Evgeny Afineevsky, sulla rivoluzione in Ucraina del 2013, mentre Mark Ruffalo è atteso per Spotlight (di Thomas McCarty), che narra l’inchiesta sullo scandalo dei preti pedofili che investì la Curia di Boston nel 2002 e promette molto anche dal punto di vista esecutivo grazie a un cast notevole (Micheal Keaton, Rachel McAdams, Stanley Tucci e Liev Schreiber). Per la sezione “Orizzonti” debutta Renato De Maria con Italian Gangsters, ritratto diacronico delle bande criminali nostrane nel dopoguerra. Prima della proiezione, il presidente di giuria Jonathan Demme sarà omaggiato del Persol Tribute To Visionary Talent Award. Al via poi dalle 21 gli incontri di Cinema nel giardino, con un primo appuntamento dedicato a Carlo Lizzani descritto attraverso il documentario monografico Carlo Lizzani, Il Mio Cinema. Per conoscere in maniera approfondita tutti i dettagli riguardanti gli orari dei film e degli eventi, si consiglia di consultare direttamente dal sito ufficiale della Biennale il nutrito calendario delle proiezioni.

Ma l’acqua alta non arriva solo a Venezia: in concomitanza con la Mostra del Cinema, a Torino la fondazione del Museo Nazionale del Cinema e la Cineteca Nazionale propongono (a sublimazione della mostra sul Neorealismo in esposizione alla Mole) una rassegna di 9 proiezioni che, dal 4 al 12 settembre, renderanno omaggio al Maestro Dino Risi sotto il titolo di “Alfabeto Italiano”. Proprio a Venezia verrà poi finalmente presentata la versione restaurata de I mostri (1963), splendida e drammatica fotografia della Roma dei primi anni Sessanta attraverso 20 iconici episodi che traggono spunti di riso amaro dalla vita vera. Il progetto, perpetrato da Museo Nazionale del Cinema e Cineteca di Bologna grazie all’ausilio di media partner, ha coinvolto attraverso una piattaforma di crowdfunding anche il grande pubblico, con l’intenzione di far rivivere il grande patrimonio cinematografico italiano.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.