“Sono stato costretto ad abbandonare il mio paese per migliorare la mia condizione.

In Burkina Faso non si fa niente tutto il giorno e la mia famiglia

non aveva neppure cibo a sufficienza, così ho deciso

di partire, non potevo più aspettare il mio futuro senza far niente”

di VALERIA SPIRLI’

Era scritto nel suo destino che un giorno la sua condizione sarebbe migliorata veramente. Grazie ad un incontro particolare, quello con il regista italoamericano, Jonas Carpignano, che lo sceglie come protagonista, prima per realizzare un cortometraggio “A chiana” e successivamente per il suo primo film “ Mediterranea”. Un incontro fortunato che unisce la passione di Jonas per il cinema neoralista nella sua vera essenza e la genuina e realistica interpretazione di Koudus che consente al cortometraggio di ottenere il riconoscimento al 68° festival di Venezia, nella sezione controcampo nel 2011 e ottenere i finanziamenti per la produzione del film che adesso sarà presentato in prima mondiale durante il festival di Cannes alla Semaine de la Critique, quale riconoscimento alla capacità del regista che riesce a coniugare bene la realtà sociale con il set cinematografico, capace di rendere possibile l’impossibile con la sua contagiosa determinazione: nararre la realtà del reale senza sconti per nessuno. Koudus Seion è uno dei tanti immigrati che arrivano in italia spesso in condizioni disumane e al limite della tolleranza umana. Anche lui come tutti gli altri è partito senza neanche la classica valigia di cartone, icona dei viaggi dei nostri nonni, ma con solo qualche euro in tasca proveniente dai risparmi di famiglia che gli consentono appena di arrivare in Algeria anche se da adesso in poi la sua famiglia graverà tutta sulle sue spalle. Inizia a lavorare come muratore per 20,00 euro alla settimana in Algeria per poter proseguire il viaggio fino in Libia, attraversando a piedi il deserto e razionandosi l’acqua sua unica risorsa. “Dall’Algeria per andare in Libia ci sono due modi, andare in macchina pagando 50,00 euro o a piedi pagando 20,00 euro. Io ho scelto di camminare. Abbiamo attraversato il deserto per due giorni. Eravamo 13 persone con solo due litri di acqua a testa. Quando siamo arrivati nella prima città libanese ci siamo messi subito a lavorare. E cosi ho fatto sempre. Mi fermavo, lavoravo e ripartivo. Seguivamo tutti la nostra guida, una persona che sapeva dove si trovava la polizia e così evitava i posti di blocco.Quando salivamo in macchina la guida ci copriva con l’ erba. Alcune volte la polizia veniva pagata per non controllare le macchine. In libia c’è molto business su questi viaggi si può dire che sono tutti d’accordo a non farci prendere dalla polizia perchè il vero affare è proprio il viaggio in mare”.

Il “viaggio nel deserto” durante le riprese del film “Mediterranea”

Ma non era il deserto a preoccupare koudus: sapeva che doveva affrontare il mare e così si trova coinvolto nella scelta più importante per la sua vita, rischiare di morire per prendersi il suo futuro o rinunciare, ritornando sconfitto nella sua terra, tra la povertà che già conosceva e lo sguardo deluso dei suoi familiari che in lui avevano depositato la speranza di una vita più dignitosa. “Eravamo all’incirca 130 persone pronte a partire ma la persona che doveva guidare il gommone non se la sentiva di fare il viaggio perchè diceva che la barca era troppo piccola per tutti noi. Io volevo fare qualsiasi cosa per andarmene dalla Libia, non mi interessava neanche di morire. Cosi con altri compagni di viggio ci siamo offerti come volontari. Siamo stati due giorni in mare a fare delle prove di guida dell’imbarcazione, ci spiegarono il funzionamento della bussola per non perdere mai la direzione e come riparare il motore in caso di guasto. La cosa più importante era che io non avessi alcuna paura. Prima di andare a prendere gli altri ci diedero le ultime raccomandazioni, raccontandoci che nell’ultimo viaggio erano morti tutti. Ebbi un po’ di paura, quasi un ripensamento ma poi mi affidai al destino, era una decisione di Dio se dovevo morire in acqua o arrivare in Italia”.

“Il viaggio in mare durante le riprese a Vibo Marina in Calabria”

Koudus ce l’ha fatta ad arrivare in Italia seguendo il percorso comune a tutti gli altri. Soccorso in mare, arrivo a Lampedusa, smistamento nei centri di accoglienza esistenti. Lui fu mandato a Crotone dove rimase sei mesi pensando di ottenere i documenti promessi. In realtà era solo una sosta dove tutti rimanevano senza far niente, a spese dello Stato. Si scatena così il meccanismo perverso di un sistema a due facce, da una parte si prestano soccorsi e aiuti ai profughi e dall’altro si specula sulla vita di queste stesse persone, ottenendo ingenti finanziamenti di cui solo una piccolissima parte verrà investita realmente per migliorare le loro condizioni. Dietro la facciata di buonismo si nascondono interessi economici che vanno al di là dell’ospitalità. Più gli immigrati rimangono in queste strutture e più lo stato è costretto a spendere, favorendo, attraverso la politica, i soliti speculatori che da anni imperversano nella vita politica italiana. “ A Crotone mi hanno rinnovato il permesso di soggiorno prima per tre mesi, poi per sei mesi. Il permesso di soggiorno provvisorio ha una scadenza di due anni, se nel frattempo non sei riuscito ad ottenere la documentazione che giustifica la tua permanenza, a quel punto, sei ospite indesiderato e te ne devi andare dall’Italia. A me hanno confermato esito negativo e da quel momento ho preferito buttare il foglio e rimanere senza nessun documento. In italia lo puoi fare perchè non c’è nessuno che ti accompagna o ti impone di andartene. Così io sono andato a Napoli, a Casal di Principe, dove viveva Assam, fratello di mio padre, che mi ha aiutato a trovare casa e lavoro. Sono entrato nel giro della raccolta dei pomodori, fragole e arancie. Ho lavorato per due anni in campagna tra Napoli e Foggia fino a finire in Calabria. Quando sono arrivato in Calabria ho trovato sistemazione in una grande fabbrica abbandonata, la chiamavamo Ghanahause, perchè li eravamo tutti africani del Ghana, Mali, Senegal.Eravamo più di 1000 persone e io che conoscevo più lingue sono diventato il rappresentante del Burkina Faso”.

“Una scena del film girata in calabria”

In Calabria quello che è successo è storia ben nota, una terra in cui l’indifferenza è l’arma che alimenta la criminalità, in cui l’ignoranza è un bene prezioso per chi deve speculare sulle sorti dei più deboli. Fù infatti, proprio in Calabria che avvenne il caso più clamoroso per l’opinione pubblica mondiale “ la Rivolta di Rosarno”. Lì sotto gli occhi di tutti vivevano nascosti e in condizioni poverissime, braccianti agricoli che lavoravano onestamente e sotto scacco della n’drangheta. E fu cosi che anche il regista Jonas Carpignano, incredulo ancora per le notizie apprese in televisione, si precipitò da New York a Rosarno per raggiungere quel luogo che sembrava non potesse esistere in una civiltà “evoluta” come la nostra.

“Incontrai Jonas durante lo svolgimento di una manifestazione organizzata dal movimento Action di Roma che voleva aiutarci per farci ottenere i documenti. Io dovevo mediare tra i giornalisti e gli africani, così quando mi vide parlare con tutta quella gente capì subito che ero io il suo personaggio. Venne da me per chiedermi se poteva parlarmi, mi spiegò la sua idea, voleva girare un cortometraggio per poi partecipare al festival di Venezia. Io risposi immediatamente con un no deciso. Avevo paura di mostrare la mia faccia, di spiegare i problemi che avevamo noi africani, pensavo che mi avrebbero ammazzato, ma Jonas era molto determinato. Veniva a trovarmi ogni giorno, mi spiegava che si sarebbe occupato lui di tutto, che avrebbe parlato lui con i calabresi, che si sarebbe preso ogni responsabilità, insistendo ancora che ero io l’unico che poteva fare il film. Alla fine gli dissi di si e iniziò l’avventura più bella della mia vita. Jonas andò subito in Africa per conoscere la mia famiglia e per verificare che i miei racconti erano veri. Quando ritornò disse: Koudous, questa è una storia vera! Dopo aver girato il corto io sono rimasto in Calabria, lavoravo dove capitava, mi stavo scoraggiando nuovamente, quando Jonas mi chiamò urlando che avevamo vinto e che dovevamo andare a Venezia. Jonas doveva sempre risolvere dei problemi, perchè io non avevo ancora i documenti, ma riusciva sempre a superare ogni ostacolo. Ricordo che quando arrivammo a Venezia la gente mi guardava stupita perchè non immaginava che fosse tutto vero. Dopo Venezia andai ad abitare da Jonas. Aveva affittato una casa a Gioia Tauro insieme al suo amico e produttore Jhon Coplon. Siamo stati sempre insieme, per due anni interi. Anche se non lavoravo per via del film, Jonas e John non mi facevano mancare mai nulla, mandavano loro i soldi alla mia famiglia e cosi io ho avuto anche del tempo per studiare, imparare meglio la lingua, usare il computer. Grazie a questo film ho conosciuto un benessere a cui non ero per niente abituato.. Una parte dei soldi che ho guadagnato grazie al film li ho dati alla mia famiglia e l’altra parte li ho investiti comprando una casa in Burkina Faso. Non è niente ma è ancora l’inizio.

“Koudus e i bambini del suo villaggio in Burkina Faso”

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