di Elena Sparacino
Movie pictures they may not be real life but they show you what life means.
Chiunque abbia trovato sciapa la conduzione di Neil Patrick Harris in occasione degli 87esimi Academy Awards, deve sicuramente essersi perso i primi cinque minuti dello show. O forse, in preda ad una piccola defaillance, si può concedere il beneficio del dubbio che l’attore (noto al grande pubblico per il personaggio di Barney Stinson nella sit-com How I Met Your Mother, ma stimabile soprattutto per le sue abilità da performer) si fosse per un attimo confuso, introducendo una terza edizione dei Tonys. E invece, come per magia, il numero “Moving pictures” di apertura agli Academies imbastito in onore della settima arte si è trasformato in un esilarante sketch grazie all’inattesa intromissione della star di Into the Woods Anna Kendrick (intenta, tra le altre cose, a spoilerare in musica il finale di Gone Girl – L’amore bugiardo), e di Jack Black nei panni di perfido e annoiato antagonista che blocca l’esibizione. Per i testi, riportati da Billboard, Harris ha sfruttato il talento dei compositori Robert Lopez e Kristen Anderson-Lopez (genitori della colonna sonora di Frozen, tra cui il brano trionfo dell’anno scorso, Let it go), imbastendo numero nel suo complesso incredibile, chiuso dalla strepitosa battuta finale “era tutto improvvisato”. Certo, chi si aspettava la dirompente comicità (un po’ accentratrice) di Ellen DeGeneres, sarà rimasto profondamente deluso da non aver assistito all’intromissione di pony express e a selfie da Oscar.
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Al contrario, Harris è stato come suo solito estremamente ironica, conforme alla situazione discreto ma nondimeno pungente. Non sono mancate tuttavia le critiche: in molti hanno valutato controverso il suo umorismo nei confronti di David Oyelowo, protagonista di Selma, innanzitutto evidenziando la pecca di nomination ad attori non bianchi e rilevando dunque il sentore di snobismo – fatta eccezione per la candidatura a Miglior Film e Miglior Canzone Originale – nei confronti del film ispirato alla marcia per il Movimento dei Diritti Civili del 1965 indetta da Martin Luther King per chiedere l’uguaglianza di diritti tra bianchi e neri in Alabama. Allo stesso modo, durante il numero d’apertura confessava con ironia “we know the show is love so we’re behaving our best, but I secretly hope somebody pulls a Kanye West” (“Sappiamo che lo show è amore e ci comporteremo al nostro meglio, ma spero segretamente che qualcuno colpisca Kanye West”), riferendosi alla sua diatriba con Beck in occasione dei Grammys e indicando Clint Eastwood seduto in sala. Molto probabilmente una forzatura da parte di una certa forma di buonismo nell’opinione pubblica, specie considerando che Harris stesso nella vita privata è stato spesso un forte simbolo per parte di un’altra comunità discriminata, quella queer. Tuttavia, le battute hanno sollevato disapprovazioni.
Così come l’infelice scherzo in extremis di Sean Penn durante l’ultima e più importante proclamazione, per la categoria “Miglior Film”: l’attore e regista si è lasciato andare in un commento razzista giusto prima di annunciare il vincitore del premio, riservato al Birdman di Alejandro González Iñárritu, reduce anche della statuetta come “Miglior regista”. «Chi gli ha dato la green card a questo figlio di puttana?», ha “scherzato” prima di dichiarare il cast di Birdman sul palco per ricevere il premio. Indipendentemente da
se si trattasse di un semplice scherzo disgraziatamente non apprezzato o no, molti hanno giudicato l’uscita estremamente offensiva. Ciononostante, lo stesso Iñárritu in primis ha preso il commento con spirito, definendolo dopo la cerimonia “davvero comico” e spiegandolo con una particolare forma di intesa ed amicizia che lega lui e Penn. Ha voluto anzi sfruttare il discorso di accettazione come palcoscenico per chiamare l’attenzione su vari temi importanti della comunità latina, incluso la corruzione del governo del Messico e il tema degli immigranti negli Stati Uniti, “Paese di immigrati”.
È stato del resto un anno all’insegna delle tematiche etiche e sociali, palcoscenico per scuotere gli animi su varie problematiche d’attualità. La piega della sensibilizzazione è ricorsa più volte nel corso della serata, anche su un tema come quello della discriminazione di genere, incarnato dall’acclamatissimo coup d’état del discorso d’accettazione di Patricia Arquette, Miglior Attrice Non Protagonista come madre in Boyhood, che proprio “a ogni donna che
ha partorito ogni cittadino e pagatore di tasse di questa nazione, abbiamo combattuto per l’uguaglianza dei diritti di tutti” ha deciso di dedicare con orgoglio la sua statuetta: «È il nostro momento di guadagnare davvero quest’uguaglianza una volta per tutte, e parità di diritti per le donne negli Stati Uniti d’America». Un discorso che solleva una questione sulle buste paga a Hollywood, e che ha particolarmente scatenato sul momento l’ammirazione di Meryl Streep e Jennifer Lopez.
Altro successo in rosa, quello della “nostra” Milena Canonero (unica rappresentante italiana in gara) come Migliori Costumi; alla sua nona nomination, Canonero ha vinto il suo quarto Oscar (dopo Barry Lindon, Momenti di gloria, Marie Antoinette) per il premiatissimo Grand Budapest Hotel. Per la pellicola, la costumista ha fantasticato su precisissime uniformi anni Trenta, ma stemperate – o meglio, accese – da colori atipici come rosso, viola, malva. Per il resto, le scene vedono un trionfo di tweed, mentre per l’abito giallo di Tilda Swinton all’inizio del film ha lei stessa ammesso di essersi ispirata ai dipinti di Klimt, senza mettere freno alla propria fantasia: «Con Wes ci si diverte molto – ha commentato – Molti pensano che sia ossessionato dal controllo. Non è così. Anche perché lui ti lascia enorme libertà di creare». Sarà per questo che la pellicola di Anderson ha ricevuto ben quattro riconoscimenti (Migliori Scenografia, Trucco e Acconciatura, Costumi e incluso la meritatissima statuetta per la Miglior Colonna Sonora ad Alexandre Desplat), e nessuno dei diretti destinatari ha mancato di riconoscere con commozione e rispetto il grande valore personale del regista. Quanto a Desplat, dopo otto nomination e nessuna statuetta, ha trionfato contro il favorito La Teoria del Tutto grazie alla sua raffinatezza nel mettere insieme varie citazioni del passato esattamente come Anderson fa a livello registico, utilizzando soprattutto musica del passato dell’est con strumento come il cimbalom; grande e dichiarato seguitore di John Williams, si approcciò da giovane al genere quando un suo amico gli fece ascoltare in macchina musiche del compositore e lui – estasiato – esclamò: «Io voglio diventare compositore di colonne sonore!», risultando oggi tra i credits di molte tra le più celebri pellicole (Unbroken, Monuments Man, Philomena, Zero Dark Thirty, Argo, Harry Potter e i Doni della Morte, The Queen, Il Curioso Caso di Benjamin Button e molti altri nomi noti).
Tra i discorsi più belli meno riportati dai media, ci sono stati quello in pieno stile Disney di Don Hall, Chris Williams e Roy Conli per Big Hero 6, che hanno confessato di aver realizzato il sogno di quando erano bambini lavorando per l’azienda che rappresentano, e
quello di un emozionatissimo Eddie Redmayne, miglior attore in La Teoria del Tutto; il giovane Marius di Les Miserables è cresciuto, e dopo aver dedicato l’Oscar a una “famiglia straordinaria” qual è quella del grande teorico, Hawking in persona si è prodigato in apprezzamenti nei confronti dell’attore. L’Oscar come miglior attrice protagonista è invece toccato, come da previsione, a Julianne Moore per Still Alice.
A essere onesti, indiscutibilmente quest’anno a vincere sono stati i momenti musicali, ad alto tasso emozionale ed emotivo. A partire dal fascino di Adam Levine che ha cantato la delicata e suggestiva Lost Stars di Begin Again, seguito dall’acclamato delirio di Everything is awesome dei Lonely Island: con la loro esibizione, il trio comico – insieme a Tegan e Sara – hanno portato l’insanità dei Lego sul palco degli Academies. Rita Ora ha cantato Grateful dalla colonna sonora di Beyond The Lights, mentre al cantante country Tim McGraw è stato affidato da Glen Campbell, impossibilitato a presenziare lui stesso per via dell’Alzheimer degenerativa, il compito di interpretare al meglio in sua vece I’m Not Gonna Miss You. La canzone conclusiva dei suoi 60 anni di carriera, scritta e incisa per il suo documentario del 2014: si tratta di una canzone d’amore dolceamara che cerca il lato positivo anche nella progressiva perdita di memoria che affligge con la malattia, di cui McGraw ha saputo regalare un’interpretazione veramente emozionante.

A Jennifer Hudson è stato invece assegnato il momento più toccante della serata, il resocontocelebrativo In Memoriam degli “addetti al cinema” scomparsi quest’anno sotto le note di “I Can’t let Go”; commossa anche la cantante, sono stati ricordati i numerosi artisti di cui nomi come Robin Williams e Virna Lisi sono solo la punta dell’iceberg. Non è stata apprezzata però la dimenticanza di Joan Rivers e dell’italiano Francesco Rosi, che – molto ammirato da Scorsese – pure presenziò agli Oscar con un film nominato, svista forse dovuta a quello che il critico Gianni Canova ha definito una forma di “provincialismo hollywoodiano”. Strepitosa e sorprendente si è rivelata invece Lady Gaga, principessa in un bosco incantato rievocando un gradevolissimo medley delle più belle canzoni del musical Tutti Insieme Appassionatamente apprezzatissimo anche dalla stessa
Julie Andrews, per introdurre l’importanza della musica da film.
Vittoria annunciata però (nonché anticipata dai Globes) per Glory, brano rap/gospel creato dal “miglior esponente del conscious rap” Common con la vellutata voce di John Legend – “il più importante artista del movimento neosoul” – per la colonna sonora di Selma. La canzone si riallaccia ai fatti di Ferguson del luglio 2014, quando Eric Garner, corpulento contrabbandiere di sigarette di New York, morì soffocato preterintenzionalmente dalla polizia durante l’arresto per un reato minore. “I can’t breathe” (“Non riesco a respirare”), la frase pronunciata da Garner prima di spirare, è diventata uno slogan della comunità di colore contro gli eccessi della forza pubblica; tant’è che gli artisti durante il discorso hanno portato alla luce il fatto che «viviamo nel Paese con più carcerati al mondo. Ci sono più uomini di colore in prigione oggi di quanti erano ridotti in schiavitù nel 1850», sottolineando che Selma non è altro che simbolo di un ricorso storico. Unanime è stata la standing ovation del Dolby Theatre in seguito all’esecuzione del brano, accompagnata da un coro gospel che riproduceva la marcia sotto l’Edmund Pettus Bridge. Non un occhio asciutto a fine esibizione, decine i visi in lacrime tra cui quelli del protagonista David Oyelowo e della produttrice del film Oprah Winfrey, che si sono sciolti in un abbraccio. Un riscatto anche nei confronti del film stesso, che il New York Times ha definito una grande “lezione di storia”.

Colto sul fatto: la scenetta di Cumberbatch che ironizza, inquadrato dalla telecamera intento a bere da una fiaschetta, cacciando l’operatore con un arcigno “Go away”.
Graham Moore ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale per The Imitation Game: sceneggiatura canonica e diligente, che si adagia su un biopic di Alan Turing, figura chiave della controffensiva britannica durante Seconda Guerra Mondiale grazie alla decifrazione di Enigma – meriti non riconosciuti a Turing (suicidatosi nel 1954) fino a un paio di anni fa, quando venne ufficialmente fatto uscire dall’oblio a cui era stato relegato a causa della sua omosessualità. Niente riconoscimento per il suo protagonista, il Sherlock della tivù Benedict Cumberbatch, oggetto però di vari teatrini nel corso della serata. «“Benedict Cumberbatch” non è solo un grande attore, ma è quello che ne esce quando John Travolta tenta di pronunciare “Ben Affleck”», scherza il conduttore, per introdurre l’ingresso di Idina Menzel,
vittima l’anno scorso di un misunderstanding di John Travolta che ne presentava l’esibizione. Ne nacque Adele Dazeem, personaggio mitico di cui la povera Idina non è riuscita a liberarsi per un anno intero; previo dunque prendersi la sua rivincita quest’anno, con grande autoironia, chiamando sul palco dal «suo caro amico, Glom Gozingo!», al secolo John Travolta. Il siparietto, decisamente divertente, ha riscattato la figuraccia dell’anno scorso, lasciando poi spazio alla vittoria di Glory come Miglior Canzone.
Per quanto riguarda l’elenco completo dei vincitori, lo riportiamo qua sotto:
Miglior Film: Birdman
Miglior Regia: “Birdman” Alejandro G. Iñárritu
Miglior Attore Protagonista: Eddie Redmayne in “La Teoria del tutto”
Miglior Attrice Protagonista: Julianne Moore in “Still Alice”
Miglior Attore Non Protagonista: J.K. Simmons in “Whiplash”
Migliore Attrice Non Protagonista: Patricia Arquette in “Boyhood”
Miglior Film Straniero: “Ida” Poland
Migliore Fotografia: “Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)” Emmanuel Lubezki
Miglior Montaggio: “Whiplash” Tom Cross
Migliore Sceneggiatura Originale: “Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)” Written by Alejandro G. Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Jr. &
Migliore Sceneggiatura Non Originale: “The Imitation Game” Written by Graham Moore
Migliori Costumi: “Grand Budapest Hotel” Milena Canonero
Miglior Trucco E Acconciatura: “Grand Budapest Hotel” Frances Hannon and Mark Coulier
Miglior Cortometraggio: “The Phone Call” Mat Kirkby and James Lucas
Miglior Cortometraggio Documentario: “Crisis Hotline: Veterans Press 1” Ellen Goosenberg Kent and Dana Perry
Miglior Sonoro: “Whiplash” Craig Mann, Ben Wilkins and Thomas Curley
Miglior Montaggio Sonoro: “American Sniper” Alan Robert Murray and Bub Asman
Migliori Effetti Visivi: “Interstellar” Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter and Scott Fisher
Miglior Cortometraggio D’animazione: “Feast” Patrick Osborne and Kristina Reed
Miglior Film D’animazione: “Big Hero 6” Don Hall, Chris Williams and Roy Conli
Miglior Scenografia: “Grand Budapest Hotel” Production Design: Adam Stockhausen; Set Decoration: Anna Pinnock
Miglior Documentario: “CitizenFour” Laura Poitras, Mathilde Bonnefoy and Dirk Wilutzky
Migliore Canzone: “Glory” from “Selma” / Music and Lyric by John Stephens and Lonnie Lynn
Migliore Colonna Sonora: “Grand Budapest Hotel” Alexandre Desplat



