Condannati invece il padre, il nonno e la nonna di due minorenni. Ma gli operatori sociali che si sono occupati dei minori all’epoca dei fatti dov’erano? L’avvocato: “Meritavano di essere portati a processo per omesso controllo.”
Cesate (MI). Un’accusa pesante da sopportare. Una madre che per tre anni è stata allontanata dai suoi figli perché accusata, insieme al marito e ai genitori di quest’ultimo, di violenza sessuale. Un dolore intenso, lancinante aggravato dalle voci e dalle insinuazioni degli abitanti di Cesate, cittadina situata a pochi chilometri da Milano, in cui la famiglia vive.
Lo scorso 3 luglio, il Tribunale di Milano IX sezione, (collegio giudicante preseduto dal dott. Fabio Roia), ha messo la parola fine a questa terribile vicenda prosciogliendo la madre dall’accusa perché “il fatto non sussiste” e condannando invece il padre e il nonno dei minori a 9 anni di carcere mentre la nonna dovrà scontare 7 anni.
Una sentenza arrivata dopo 4 anni da quando si sono svolti i fatti e che ha visto coinvolti due minorenni, che chiameremo rispettivamente Katia e Fabio, che all’epoca dei fatti, risalenti al 2009, avevano rispettivamente 8 anni (lei) e 6 (lui).
Bambini che, secondo quanto è stato ricostruito anche attraverso le testimonianze dei due protagonisti, sono stati abusati ripetutamente in ambito familiare e costretti a compiere e subire atti sessuali, il tutto accompagnato da minacce, sberle, percosse con cinghia e mazza da baseball, calci in mezzo alla gambe e al sedere. Inoltre qualora non avessero acconsentito alle richieste dei familiari venivano rinchiusi in camera al buio e costretti alla visione di film a connotazione sessuale.
A far scagionare la madre, il lavoro certosino portato avanti dall’avvocato Francesco Miraglia del Foro di Modena, che ha ripercorso passo dopo passo la vicenda, riuscendo a dimostrare che all’epoca dei fatti, la madre non era presente in casa e di conseguenza non poteva aver preso parte a questi eventi.
“Si è trattato di un caso molto delicato e umanamente toccante – spiega l’avvocato Miraglia – nel quale si è rischiato di mettere in carcere ingiustamente una donna, già profondamente provata, dalle percosse che subiva dal marito e che l’avevano portata a rivolgersi ai servizi sociali per chiedere aiuto. Gli stessi, oltre a consigliare alla madre di collocare i figli presso l’abitazione dei nonni, non le hanno mai permesso di incontrare i figli mentre erano costretti a subire i fatti di cui al processo. Certo è, stante ai fatti, che anche gli operatori sociali che si sono occupati dei minori avrebbero meritato di essere portati a processo per omesso controllo su quanto i bambini subivano all’interno delle mura domestiche. Ora ciò che mi preme maggiormente è fare in modo che questi due bambini (attualmente affidati ad altre persone) possano ritornare dalla madre, riprendere i rapporti con essa in modo graduale, nel tentativo di recuperare, se mai si potesse il rapporto.”


