La pacificazione della Disperatissimadi Bartolo Ciccardini

Siamo a Fabriano per le elezioni amministrative del 1920. Un gruppo di giovani popolari si trovano di fronte ad un difficile problema, quello delle elezioni amministrative di quell’anno, le prime dopo la guerra.

I giovani hanno una bella esperienza alle loro spalle. Hanno fondato una forte organizzazione delle Leghe Bianche, ed hanno condotto una battaglia molto dura per il rinnovo dei patti mezzadrili. Ma sono spaventati dalla tattica intransigente del Partito Popolare. Con la proporzionale il Partito ha deciso di presentare ovunque delle liste, da solo e senza alleanze. E questo, ad essi, sembra un passo troppo lungo per le loro forze. E decidono di mandare una commissione a parlare con il segretario politico Don Luigi Sturzo. E Don Luigi è categorico: “Non sopporto la vostra stanchezza, non dovete guardare a voi stessi, ma alla Patria!”. I giovani obbediscono, si presentano da soli, contro tutti, e vincono.

Il fatto che dei giovani cattolici, organizzatori di uno sciopero mezzadrile, che non era piaciuto alla borghesia agraria (ed anche a molti parroci proprietari di poderi), avessero preso in mano il Comune di Fabriano, la città della Settimana Rossa, non piacque molto a Perugia. Perugia era la sede di quattro famose squadre di fascisti, nate per reprimere con la violenza gli scioperi e le richieste di promozione dei lavoratori ritenute un vero e proprio “disordine”. Le squadre si chiamavano: “Satana”, “Disperata”, “Disperatissima”.Una, soltanto “Enrico Toti”.

Nell’Agosto del 1922 la “Disperatissima” assaltò il Comune di Fabriano, ne cacciò a mano armata l’amministrazione ed occupò militarmente la Sede Comunale, ed incomincò una lunga trattativa fra la prefettura e le squadre armate per raggiungere la “pacificazione”.

La pacificazione era l’argomento politico di quell’estate: il Movimento Operaio era ormai distrutto dalla violenza fascista, il bisogno di riportare l’ordine e la legge era molto forte e faceva parlare tutti della necessità di una “pacificazione”, della opportunità di una normalizzazione del fascismo, della speranza di un ritorno delle squadre fasciste nell’ordine: lo stesso Mussolini parlava di “pacificazione” e di “normalizzazione” proponendo se stesso come l’uomo capace di riportare l’ordine.

Anche a Fabriano vinse, in quell’estate, la “pacificazione”. I popolari furono dimissionati e cacciati dal Comune, arrivò il Commissario prefettizio gradito ai fascisti, i quali, raccolte le armi e smontate le postazioni militari ritornarono “pacificati” a Perugia. L’episodio ci viene in mente seguendo le notizie della “pacificazione” che Napolitano ha nobilmente invocato nella formazione di questo governo. Ma né Berlusconi né il PDL fanno mistero che la pacificazione altro non è che l’applicazione del loro programma. Di fronte alla impellente richiesta di Berlusconi di abolire l’IMU, così come era nel suo programma elettorale, lo stesso Bruno Vespa a Porta a Porta esclamava: “Mi sembra impossibile che un Governo di coalizione possa fare propri solo i punti del programma di un solo partito!”.

Ma Berlusconi non demorde e si prepara ad un altro punto della sua “pacificazione” quello di presiedere alla Convenzione che farà la riforma costituzionale, dove lui possa realizzare il suo programma, già proposto nella precedente legislatura: “La Repubblica presidenziale, prima della nuova legge elettorale!”.Altrimenti il Governo cadrà.

In questa maniera Berlusconi realizza una mossa che comunque vada sarà a suo favore. Se il Presidente Letta abolirà l’IMU, sarà una vittoria di Berlusconi; se Letta non abolirà l’IMU, Berlusconi incasserà il favore elettorale, frutto di questo rifiuto. In questo modo la politica economica del nostro Paese in un momento difficilissimo, si riduce ad un agguato tattico di preparazione ad una nuova campagna elettorale.

Noi abbiamo già scritto che probabilmente Berlusconi avrebbe accettato un Governo presieduto da un’esponente democratico, per farlo subito cadere, ribaltando il tavolo.

Né questo ci stupisce. Ci stupisce invece che l’assieme della politica economica e non soltanto economica, che avrebbe dovuto salvare l’Italia, che avrebbe dovuto proporre una politica europea di crescita per l’Europa, che avrebbe dovuto trovare gli strumenti, per indirizzare l’economia mondiale, su principi etici per sottrarsi ai guasti degli speculatori, si riduca in Italia ad una folle discussione sull’IMU.

L’IMU è stato un passo necessario, programmato dallo stesso Berlusconi, in risposta alle richieste europee, realizzato da Monti con l’approvazione in Parlamento votata sia dal PDL che dal PD. Tutti sanno che è una misura gravissima, tutti vorrebbero che non ci fosse e che non ci fosse mai stata. Tutti sanno che era necessario prenderla e che sarà necessario toglierla appena si verifichino le condizioni per poterla togliere, come sembra che si stiano verificando. Quindi di che cosa stiamo parlando? Di che cosa stiamo discutendo? Sempre e solo del disegno per occupare lo stato, costi quel che costi.

La “pacificazione” berlusconiana ha due concause preoccupanti. La prima: il dilagare dell’antipolitica. Grillo ha ottenuto le dimensioni di una forza principale del nostro sistema politico, portando al parossismo il filone dell’antipolitica. “La colpa della crisi è dovuta ai politici e la soluzione si avrà eliminando i politici”. Non vi è chi non veda che addossando tutte le colpe su un capro espiatorio non identificato si assolvono tutti e si punta alla distruzione di tutti gli strumenti politici.

È da notare che questa posizione è cavalcata anche da Berlusconi forte del fatto che egli non è un “politico”, non appartiene alla casta dei politici, anche se ha governato per la maggior parte degli ultimi venti anni, è solo un imprenditore fuori dai giochi politici.

L’obiettivo chiaro dell’offensiva antipolitica è il Partito Democratico, colpevole di essere un Partito, di aver preparato una classe dirigente, di aver fatto le primarie, che è additato alla gogna per le sue divisioni, le quali dovrebbero essere normali in un Partito Democratico.

Il PD deve così portare tutta intera la croce assieme alla “pacificazione” imposta da Berlusconi, ed insieme la flagellazione eseguita con tenacia e perseveranza da Grillo.

È azzardato prevedere che il Partito Democratico non reggerà il peso di questa situazione? È speranza vana il desiderare che Napolitano possa avere il controllo della situazione usando la sola arma che ha a sua disposizione, le dimissioni? È esagerato disperare per l’Italia?

Eppure una soluzione ci sarebbe. Ad una attenta analisi appare chiaro che tutto il sistema è squilibrato per la mancanza di un elemento essenziale della vita italiana: la presenza civile dei cattolici.

I cattolici sbandati, irrilevanti in tutte le formazioni a cui partecipano, divisi fra di loro, mancanti di autorevole guida, lasciano un vuoto, che non è soltanto un grave danno per loro (ed, in fondo, se lo sarebbero meritato!), ma è causa di grave disquilibrio della situazione italiana. La debolezza del quarto polo (che ormai di questo si tratta nella nuova geografia politica del nostro Paese), è una denuncia quotidiana ed effimera di questo squilibrio.

Una formazione politica che raccoglie l’esperienza incompresa, difficile, ma salutare di Monti, in cui si riflettevano le speranze della iniziativa di Todi, che aveva fornito di Ministri non secondari il Governo di emergenza, che sembrava raccogliere i consensi dei moderati più responsabili, sembra destinata ad una rapida consumazione. Si alzano alte le voci nel clamore della follia e della irrazionalità. Ed appaiono spente le voci che per lunghi anni hanno rappresentato la capacità di aggregazione, di ricomposizione, di mediazione: in una sola parola, il baricentro dell’equilibrio italiano.

Il tempo sta per scadere, ma nulla è perduto e bastano solo pochi giorni per chiamare a raccolta, fuori del clamore della follia, le persone ragionevoli, pensanti, e pensose del bene dell’Italia.

Che il mondo cattolico non prenda coscienza del suo più alto dovere di carità nei confronti della propria Patria, appare sempre più drammatico.

P.S.: Un’associazione cattolica, sorretta da sante intenzioni e volenterosi propositi si è posta in questi giorni l’obiettivo di raccogliere un milione di firme per la difesa della vita degli embrioni. Domenica anche io firmerò. Ma non senza esprimere un dubbio su una operazione quanto mai rappresentativa della confusione del mondo cattolico italiano. Rispetto all’altissimo valore che si vuole difendre che cosa sono un milione di firme da portare in Europa? Sono la confessione della nostra infinita minoranza? Della totale scomparsa del cristianesimo in Europa? Della nostra incapacità di andare al nodo delle questioni? Questo è il risultato dell’abbandono europeo della visione cristiana della vita e di molte sconfitte precedenti. Bisogna riguadagnare intera, la caratteristica fondamentale di questo continente perché arrivi da solo, per sua scelta ad una considerazione diversa della vita: questo lo si fa con una presenza continua, efficace, solidale, accorta e perdurante nel tempo. Questo contarsi senza attendibili risultati denuncia la nostra povertà. La soluzione successiva sarebbe solo quella di partire, superare il mar Rosso, ed andare nel deserto a rigenerarci e facendo così si potrebbe salvare noi stessi, ma non l’Italia o l’Europa.Non sarebbe stato più importante firmare per la creazione di un soggetto sociale identitario dei cattolici presenti ed uniti? A meno che un’azione in apparenza così disperata non serva per dare appoggio ad una destra, larga di dichiarazioni di solidarietà, ma di fatto indifferente a questi valori e, nella pratica,creatrice di quelle ingiustizie, di quei disagi, di quelle difficoltà economiche, di quelle mancanze di servizi che sono la vera ragione della strage degli innocenti.

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