All’Istituto Sturzo, martedì 9 Aprile, è stato presentato il volume di Pierluigi Mantini intitolato: “La legislatura Costituente”. Il libro, come dice il titolo, si occupa del grande problema italiano: la riforma costituzionale e la riorganizzazione della “forma-governo”. Chiamati a parlarne Gianclaudio Bressa del PD, Giuseppe Calderisi del PDL, Lorenzo Dellai della lista civica di Monti. La pressione della difficoltà ormai quotidiana in cui ci muoviamo è data subito dall’assenza di Dellai, occupato nella riunione di gruppo per dare delle indicazioni a Pierluigi Bersani, in vista del primo incontro con Berlusconi, primo, dopo una lunga lontananza, da quando Bersani andò a trovare Berlusconi all’ospedale a causa dell’attentato. La realtà ci cade addosso.
Giuseppe Sangiorgi, apre il nuovo corso dell’Istituto facendo il moderatore. La sua prima frase ci cala immediatamente nella tragedia: “Sono passati 25 anni dalla costituzione della prima commissione Bozzi, che avrebbe dovuto occuparsi della riforma. Poi sono venute le commissioni Iotti, De Mita, D’Alema, senza che si concludesse nulla. È importante che qui ci siano Calderisi e Bressa che furono firmatari della mozione presentata nel 2008 che registrava l’accordo intervenuto per il cambiamento della legge elettorale fra PDL e PD, accordo che fu stracciato da Berlusconi, quando, sfiduciato Prodi per un voto, preferì andare alle elezioni con la vecchia legge elettorale“. Così parlò Giuseppe Sangiorgi.
È la volta di Bressa. Bressa era il giovane sindaco di Belluno che Segni presentò come membro della sua squadra, nel 1992. Oggi è deputato del Partito Democratico. Bressa si rifà alla indeterminata leggerezza di questo momento politico. Dice subito che non sa come rispondere. Si domanda se ci sarà una legislatura e se anche ci fosse, si domanda se ci sarebbe una volontà costituente. Cita una frase del libro di Mantini: “Quando si esamina un sistema politico, bisogna fare come Alice davanti allo specchio: domandarsi chi è che comanda”. Ricorda le vicende della commissione parlamentare D’Alema e constata che il padrone che comanda in questo sistema è Berlusconi, che non vuole la riforma della legge elettorale. Il PD si aspettava qualcosa da Grillo, ma forse non ha capito che Grillo è una forza contro il sistema, che non vuole riformare il sistema, ma vuole abbatterlo. Il tempo ormai è scaduto. Bressa si dichiara pessimista e non crede che si possa fare qualcosa in questa legislatura.
Calderisi viene anche lui da un’antica esperienza: fu promotore dei referendum pannelliani, fu sostenitore e teorico dei referendum di Mario Segni, passato a Berlusconi perché ha creduto nella possibilità di una riforma liberale. La sua esperienza è stata utilizzata da Berlusconi, più per costruire lacciuoli nelle sue leggi elettorali, che per riformare il sistema. Calderisi si augura che si trovi ancora una soluzione: “Non so rispondere alla domanda se questa legislatura andrà avanti. Mi aspetto sorti drammatiche, ma mi auguro che ci sia una possibilità di Presidenza della Repubblica condivisa”. (In questo preciso momento all’insaputa di tutti, Bersani sta incontrando su questo tema Berlusconi).
Calderisi è un sostenitore della legge elettorale uninominale a doppio turno, con ballottaggio (come me, del resto). Ma non si nasconde che nella situazione attuale, dove esistono, non solo due, ma tre forze di pari consistenza, difficilmente una legge elettorale possa risolvere il problema: non c’è, per lui nessuna legge elettorale per evitare il tripartitismo. “Tuttavia in Francia – dice Calderisi – Holland aveva al primo turno soltanto il 28% e le forze antisistema, disunite fra di loro, erano ben il 40%, eppure la soluzione è stata trovata nel ballottaggio: al secondo turno, con i voti veri dei francesi è stato eletto Holland che dopo due giorni aveva in mano il governo della Francia. Che Holland faccia bene o no, è un altro problema? Ma il problema della governabiltà è stato risolto”.
Quindi, secondo Calderisi, il collegio uninominale a doppio turno funzionerebbe bene se vi fosse un sistema presidenziale o semipresidenziale.
Io, da vecchio sostenitore del sistema francese e della necessità di rendere efficienti i poteri che fin da oggi la Costituzione concede al Presidente della Repubblica, con una investitura diretta, faccio un balzo sulla sedia. Certo, non mi sono dimenticato che Berlusconi ha invocato il semipresidenzialismo come scusa per non approvare il cambiamento della legge elettorale. Ma in realtà voleva creare solo una situazione di stallo, e risorgere in essa come padrone che comanda.
Ma Calderisi appartiene ad altra storia e si chiede in buona fede come trovare un punto di equilibrio tra presidenzialismo e parlamentarismo. Il doppio turno da solo non funzione, secondo lui, ma con un presidenzialismo equilibrato potrebbe funzionare. Tutte le altre soluzioni che si sono dibattute dibattute in questi mesi, non sono in grado di garantire la governabilità. Calderisi è anche d’accordo sulla proposta del PD di un referendum ulteriore per approvare la riforma fatta in Parlamento. “Ma ci sono i tempi per fare queste cose?”. È vero che in Francia questa riforma è stata fatta in quattro mesi ed anche in Italia si potrebbe fare tutto in quattro mesi se una commissione costituente preparasse tutto il progetto e questo progetto fosse presentato in Parlamento per una ratifica (sì o no) e poi sottoposto ad un referendum popolare. Ma questa possibilità si potrebbe avverare se tutte e tre le minoranze che compongono il Parlamento fossero concordi sul metodo, ma Grillo non sarà mai d’accordo. Vuole la distruzione del sistema e non la riforma.
La parola torna a Bressa. Bressa non è un sostenitore del presidenzialismo, tuttavia vuole realmente una riforma efficace per la governabilità. E dice che la centro del problema c’è la riforma del Titolo V della Costituzione: “La grande decisione necessaria è quella di decidere la fine del bicameralismo per sempre. Ci deve essere una Camera politica ed una Camera territoriale eletta in secondo grado dalle Regioni, come era nella bozza Violante. Siamo l’unico Paese che detiene il primato di avere un bicameralismo perfetto e siamo legati al tabù che il Senato sia per forza una Camera elettiva”. Anche Bressa è d’accordo sull’idea di affidare ad una convenzione la riforma che il parlamento ratificherà ed il referendum riconfermerà: “Senza questa decisione si fanno solo chiacchiere!”.
Torna la parola a Calderisi, che non è affatto contrario alle proposte di Bressa. Comincia col dire che bisogna rivedere le competenze del regionalismo. Trova assurdo che le Regioni si occupino della sanità, che è un diritto eguale per tutti i cittadini italiani, dovunque si trovino e non si occupi dello sviluppo economico territoriale che invece può essere differenziato e può avere esigenze diverse da territorio a territorio.
E quindi sarebbe auspicabile che queste esigenze territoriale fossero rappresentate non da un Senato politico, ma da un Senato rappresentativo di realtà territoriali.
“Ma – si domanda Calderisi – potrà mai il Senato esistente rinunciare a se stesso? Esistono forze politiche così autorevoli da imporre il cambiamento ai senatori? Sui sistemi politici ormai sappiamo tutto, ma il problema è quello della volontà politica”.
Sangiorgi dà la parola all’autore del libro, Pierluigi Mantini, che ha fatto l’ottimo lavoro di raccogliere tutto il materiale delle riforme sognate, preannunciate, desiderate e mai attuate.
Dice addirittura che il suo libro raccoglie il materiale delle riforme non fatte. Siamo un ingorgo logico. La debolezza è l’essenza della politica, ma per cambiare ci vuole il potere.
Un organismo è come una famiglia che deve stare insieme per generare qualcosa. Invece in Italia ha assunto valore la parola “inciucio”, che è una sorta di scomunica contro lo stare insieme. Se le forze politiche non si parlano in Parlamento ma continuano soltanto ad insultarsi in televisione, non si farà mai una riforma. Allora può succedere che il pensiero politico si diverta a giocare alla proporzionale, mentre viene colpito duramente, ogni giorno, da una legge crudamente maggioritaria. La nota più impressionante dell’Istituto Sturzo, che resta tuttavia la sede del pensare politico italiano, è quella di un lucido pessimismo. Ma vorrei chiamarla di un disperato ottimismo.
Bartolo Ciccardini
P.S.1: Ma che succede nel PD? Viene rifiutata a Renzi, sindaco di Firenze, che nel mondo non è una città qualunque, l’incarico di rappresentare la Toscana alle votazioni del Presidente della Repubblica. Cui prodest? Stiamo giocando ai dispettucci?
P.S.2: Grillo chiede che si facciano le commissioni del Parlamento. Il PD si oppone, perchè senza maggioranza e minoranza, è difficile stabilire la composizione del comitato direttivo delle commissioni. Il Pd ha ragione, per esperienza e per razionalità. Ma in questo caso, la ragione è dei coglioni. Viene offerta al PD la grande occasione di concedere una risposta affermativa ad una richiesta di Grillo e, non essendoci stata trattativa, prendersi tutte le presidenze, lasciando sportivamente a Berlusconi ed a Grillo l’occasione di dividersi le vicepresidenze, il tutto in attesa che venga stabilito quali sono le maggioranze e quali sono le minoranze. Sarebbe stata una lezione sonante per Grillo, un avvertimento spaventoso per Berlusconi, una dimostrazione della inutilità di queste proposte teatrali, destinate solo ad impressionare l’opinione pubblica. Quale occasione mancata! Alla obiezione giusta che sarebbe sembrata una prepotenza, si risponde con magnanimità che i presidenti erano pronti a dimettersi appena si fosse raggiunto un accordo di maggioranza sul governo, senza il quale la maggioranza parlamentare alla Camera è purtroppo del PD. Ahimé, quanto è poco malizioso questo PD!
P.S.3: Tutta l’opinione pubblica, orientata da Vespa e dal Corriere, mette sotto accusa Bersani per la perdita di tempo nella nascita di un governo, a causa della sua testardaggine. È la più grande mistificazione politica a cui abbia mai assistito. Si dimentica che è stato Berlusconi a volare delle elezioni durante il semestre bianco. Si ignora che Grillo con la sua mentalità dissipatrice ha dato a Berlusconi la possibilità di porre condizioni. E tutti sanno che Berlusconi, ottenuto quello che a lui interessa personalmente farà di nuovo saltare il tavolo per avere le elezioni. Bersani resiste giustamente perché il nuovo Presidente della Repubblica sia libero da condizionamenti e possa graduare il potere di scioglimento con la necessità di fare subito un Governo (lo si chiami come lo si voglia chiamare) destinato a fare la legge elettorale, a trattare con l’Europa ed a prendere i più provvedimenti economici.
Sparare su Bersani non è un errore è solo stupidità.



