Gim Cassano - Verso il votoAbbiamo assistito (in quest’ultima settimana, ormai, non può cambiare più nulla) ad una delle peggiori campagne elettorali della storia repubblicana. In buona sostanza, si è parlato solo di tasse e di IMU, che il pifferaio dichiara che restituirà, da subito, agli italiani (ovviamente, con i soldi degli stessi: se non altro, ‘o comandante, Lauro, quando prometteva pacchi di pasta in cambio di voti, attingeva a quattrini suoi).Per il resto, promesse da Paese di cuccagna da una parte, qualche timido richiamo alla realtà dall’altra parte, insulti un po’ da tutte le parti, in modo particolare tra il cavaliere ed il “professorino che non capisce nulla di economia”; e poco più di questo.
E’ un po’ poco per una tornata elettorale che si sperava potesse rappresentare la chiusura di un ciclo, e l’apertura di una nuova fase: quella della seconda ricostruzione del Paese. Sembra invece di assistere al ripetersi degli stanchi rituali della Seconda Repubblica, un po’ per inadeguatezza, ed anche perché, in fin dei conti, ciò sta bene a tutti, da Berlusconi a Grillo, senza eccezioni.
Nella vita di un Paese, i momenti che segnano la trasformazione verso nuovi assetti di potere, nuove concezioni culturali e politiche, nuovi equilibri della società e dell’economia, sono sempre accompagnati dall’elevarsi di tono del dibattito politico. A volte, anche della durezza; ma di una durezza determinata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte ad un momento cruciale.
Oggi, non stiamo assistendo a nulla di tutto ciò.
Berlusconi lavora apertamente per la paralisi: ben conscio del fatto che, se è fuori dalla sua portata la possibilità di conquistare la maggioranza (altro che sorpasso), l’ottenere un risultato tale da permettergli di paralizzare o almeno condizionare pesantemente il futuro Parlamento è invece un obbiettivo più realistico e non impossibile, che gli consentirebbe di riproporre il dejà-vu del governo Prodi.
E, soprattutto, gli consentirebbe di non dover considerare definitivamente chiusa e persa una partita che riguarda la leadership sulla destra italiana ed i connotati che questa dovrà assumere o mantenere.
Perché, in definitiva, di questo si tratta, anche se nessuno dei due contendenti, Monti e Berlusconi, lo dice apertamente. Se Berlusconi cerca di restare comunque sulla scena, altrettanto chiaramente Monti lavora con lo scopo finale di sostituirsi a Berlusconi nella guida della destra italiana, “mission” affidatagli dal mondo vaticano e da pezzi importanti dell’imprenditoria, ben consci, gli uni e gli altri, del fatto che una destra guidata da Berlusconi sarebbe inefficace e talmente screditata da precludere ogni rapporto in Europa.
A tal fine, non poteva essere accolta la proposta del Cavaliere di farsi da parte, ove Monti avesse accettato di mettersi alla testa dell’intero fronte dei moderati italiani. Ciò avrebbe comportato il lasciare comunque un ruolo al Cavaliere, alla Lega, a zombies come i La Russa, gli Storace, e via dicendo. In sostanza, sarebbe stata un’operazione condotta in piena continuità col passato, una sorta di investitura da parte del cavaliere, del tutto contradditoria con il disegno di far crescere in Italia una destra capace di avere un ruolo europeo.
Disegno, in sé, razionale, ed anche utile alla democrazia italiana: a condizione che chi lo porta avanti lo dichiari apertamente (cosa che non è affatto avvenuta), ed a condizione che una razionale e più moderna rilettura della destra non venga interpretata da chi di destra non è, magari in nome dell’antiberlusconismo, per cosa diversa da quel che è.
Che di questo si tratti, è cosa che non appare da ragionamenti espliciti ed espressi con chiarezza di fronte al Paese ma traspare, all’italiana, da segnali e messaggi, quali l’appoggio dato da Monti a Gabriele Albertini alle regionali di Lombardia. O quale la ripetuta ed oramai noiosa litania di un Centrosinistra col quale si potrebbe collaborare ove si togliesse la fastidiosa presenza di Vendola.
Monti ha imparato molto alla svelta il mestiere del politico. E sa bene che deve pur dare qualche segnale all’opinione pubblica di destra, se vorrà, un domani esser lui a rappresentarla.
In quanto al Centrosinistra, occorre ammettere come la vivacità di “Italia Bene Comune”, in termini di proposta complessiva, sia andata via-via annacquandosi, con una campagna elettorale che di fatto è stata giocata sul terreno scelto dal Cavaliere: quello del fisco e dell’IMU: se le elezioni del ’53 sono passate alla storia come “quelle della legge-truffa”, queste diverranno le “elezioni dell’IMU”.
In effetti, per quanto riguarda il Centrosinistra, il grosso del dibattito politico preelettorale si è ridotto alle schermaglie tra Bersani e Monti che, probabilmente, saranno obbligati dalle nequizie del Porcellum a cercare una difficile intesa. Cosa che non è in sé impossibile, a condizione di aver chiaro che si tratta di due visioni strategiche non coincidenti, e che la partita vera è solo rinviata.
In sostanza, quella attuale è solo la prima fase di una partita tra le forze conservatrici ed una sinistra democratica e riformista che, perché possa venir definitivamente e chiaramente giocata, come è nell’interesse del Paese e della democrazia italiana, richiede che si rendano chiari i caratteri che verrà ad assumere la destra: se quelli cui questa ci ha abituato negli ultimi 20 anni, o quelli di una forza conservatrice democratica e di stampo europeo. Se verrà a realizzarsi questa seconda ipotesi, potremo assistere ad una civilizzazione del dibattito politico, a condizione che non si facciano confusioni tra destra e sinistra. E questo sarà un bene per l’Italia.
Dalle imminenti elezioni, non arriverà, probabilmente, una risposta definitiva a questa domanda.
Il primo rischio è che, con il concorso delle 5 Stelle, il Cavaliere riesca comunque ad assicurarsi una posizione tale da paralizzare qualsiasi riforma.
Il secondo rischio è quello della mancata autosufficienza, o non adeguata sufficienza, al Senato. Se così dovesse essere, sarebbe un grave errore quello di pensare di farvi fronte con il ricorso a transfughi presi dove e come capita.
Per due ragioni: la prima è che queste cose non durano; la seconda, che ciò costerebbe poi carissimo nel momento in cui, prima o poi, si dovrà tornare a votare.
Meglio sarebbe, allora, in questa ipotesi, cercare di concordare poche cose con il senatore Monti: riforma elettorale, riforma dei partiti e del loro finanziamento, alleggerimenti fiscali mirati su lavoro e impresa, esodati, avvio di politiche per lo sviluppo, con la prospettiva di chiamare poi gli italiani a pronunciarsi, con una legge elettorale degna di questo nome, tra un dignitoso partito conservatore ed un blocco progressista e riformista.
La discesa in campo di Berlusconi, ritardando questa scelta, non sarà stata un buon servizio per il Paese.
Da queste considerazioni derivano le mie posizioni circa il prossimo voto: in linea generale, esistono due soli voti “utili” ai fini delle reali prospettive del Paese: a destra, quello dato alla lista Monti, alla Camera ed al Senato; a sinistra, quello dato alla coalizione di Centrosinistra, limitatamente alle due espressioni politiche ivi presenti: il PD e SEL.
Ovviamente, considerando sempre rilevante e significativa la differenza tra destra e sinistra, il mio voto andrà a quest’ultima; ed in particolare, al PD.

Redazione

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