I dati della disparità emersi dal seminario “Immigrazione e Lavoro” del Consiglio Nazionale degli Attuari con Noi Rete Donne

DONNE STRANIERE: FANNO I MESTIERI PIU’ UMILIE GUADAGNANO MOLTO MENO DEGLI UOMINI

·       Retribuzione media annua 12.788 euro lordi, il 30,5% in meno dei lavoratori stranieri maschi

·       Il 50% è concentrato in sole 4 professioni: lavoratrice domestica, badante, addetta alle pulizie, cameriera

In un quadro di generale penalizzazione dei lavoratori stranieri in Italia, le donne immigrate che lavorano sono meno degli immigrati uomini, sono concentrate nelle occupazioni più umili e guadagnano nettamente di meno. I dati di questa disparità, che nei confronti di lavoratrici e lavoratori italiani è ancora maggiore, sono emersi dal seminario “Immigrate e lavoro”, quinto della serie “Le scomode cifre dell’Italia delle donne”, organizzato a Roma dal Consiglio Nazionale degli Attuari, presieduto da Tiziana Tafaro, in collaborazione con Noi Rete Donne, di cui è promotrice Daniela Carlà.

In Italia (dati 2023) il 42,5% dei cittadini stranieri presenti nelle banche dati INPS, quindi cittadini stranieri regolari, sono donne. Come ha sottolineato Valeria Vittimberga, direttore generale dell’INPS, il gender gap retributivo tra lavoratrici e lavoratori stranieri rappresenta un dato di “deflagrante disuguaglianza”: nel 2023 la retribuzione media annua di un lavoratore straniero, secondo i dati del Coordinamento attuari INPS (Giulio Mattioni, Paola Trombetti) è stata infatti di 18.411 euro lordi, mentre quella di una lavoratrice straniera soltanto di 12.788 euro, il 30,5% in meno.

Analizzando i dati INPS secondo i Paesi di provenienza, il differenziale retributivo rispetto agli uomini va dal -27,8% delle Pakistane al -43,5% delle Moldove, con una sola vistosa eccezione, la Cina: le lavoratrici Cinesi guadagnano soltanto il 5,3% in meno degli uomini, che però sono quelli che hanno la retribuzione più bassa tra tutti i lavoratori stranieri, una media di 12.167 euro lordi l’anno (la più alta è dei lavoratori della Moldova, 23.043 euro). La misura della penalizzazione dei lavoratori stranieri appare dal confronto con le medie del totale Italia: 29.409 euro annui lordi per gli uomini, 19.902 per le donne, numeri che testimoniano il divario tra uomini e donne anche mettendo nel conto i lavoratori italiani.

“In Italia le donne straniere nel mondo del lavoro – sottolinea Luca Di Sciullo, presidente del centro di ricerca IDOS, subiscono gli effetti di un doppio stigma: essere straniere ed essere anche donne”. Ma dietro i differenziali retributivi così ampi c’è per gli stranieri il peso di quello che Di Sciullo definisce “modello di segregazione occupazionale”: gli stranieri vengono convogliati in massa e relegati verso il cosiddetto mercato secondario del lavoro, quello di tutte quelle professioni che gli italiani non vogliono più svolgere. Gli anglosassoni li chiamano i lavori delle 3 “d” (dirty, dangerous, demeaning, cioè sporchi, pericolosi, degradanti), in Italia vengono definiti delle 5 “p” (precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, poco riconosciuti socialmente): braccianti, manovali, facchini, trasportatori, addetti alle faccende domestiche, addetti alle cucine, etc.

Anche nel tipo di occupazione le straniere sono penalizzate: se il 50% della manodopera straniera maschile si concentra nelle prime 19 professioni più battute, per assorbire il 50% delle straniere ne bastano 4: lavoratrice domestica, badante, addetta alle pulizie e cameriera. In più, non tutte le immigrate lavorano: il tasso di inattività è il 43,2% contro il 16,5% degli uomini. Dove sono le altre? Secondo il presidente di IDOS una parte non lavorano davvero, relegate in casa ad occuparsi dei figli e della casa per effetto di modelli culturali; altre sono, molto più degli uomini, coinvolte nel lavoro nero.

In un quadro di difficoltà a equilibrare lavoro e famiglia, perché nelle politiche di conciliazione l’Italia è in coda tra i Paesi europei, anche le lavoratrici straniere, fa osservare Alessandro Rosina, professore alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, fanno meno figli.

Riguardo agli infortuni sul lavoro, secondo i dati del coordinamento attuari INAIL (Silvia D’Amario, Antonella Altimari), nell’ultimo biennio (2022-2023) il bilancio è positivo, dopo gli anni della pandemia: si registra infatti una diminuzione del 2,9% per il totale dei lavoratori stranieri, calo che sale al 16% considerando soltanto le donne. La diminuzione è però maggiore per i lavoratori italiani: -18,9% il totale, -29,4% le donne. Sempre nel biennio, in sensibile calo gli infortuni mortali. Anche in questo caso la percentuale è maggiore per le italiane (-33,9%) rispetto alle straniere (-20%).