«Lo Stato ebraico non forzi le regole»
«Attacco iraniano gravissimo ma Israele si fermi, non forzi le regole» Crosetto: la strategia con Gaza è dannosa. Il ministro: è improbabile che Netanyahu non risponda Non ha ascoltato neanche i nostri appelli per la tregua
La speranza di Guido Crosetto, ministro della Difesa, è che tra le due strategie di risposta all’Iran che si trova davanti — perché una risposta «prevedibilmente ci sarà» — Israele scelga quella meno dura. Quella che non farebbe innalzare il livello del conflitto fino al punto di non ritorno. Al ministro degli Esteri di Tel Aviv, Israel Katz, Crosetto ha detto che «comprendiamo bene la loro convinzione che non possa esserci un futuro per Israele finché esiste Hamas. Ma ho aggiunto che la strategia che Israele sta perseguendo a Ga2a danneggia il loro Paese. Perché quando si forzano le regole del diritto internazionale, ci si mette contro le opinioni pubbliche del mondo e, proseguendo su questa strada, non si fa il bene dei propri figli, di chi verrà in futuro e della stessa sicurezza e saldezza dello Stato di Israele, principio per noi irrinunciabile. Ma, se buttiamo semi avvelenati nel terreno, crescerà odio e si aprirà una immane tragedia per il Medio Oriente, Israele in primis, anche per i prossimi decenni».
Lei come giudica quello che è successo?
«Credo di fare un’analisi obiettiva: l’Iran ha attaccato Israele come rappresaglia alla bomba del 3 aprile al suo consolato in Siria che ha ucciso un generale di grande spicco a Teheran, ma anche di collegamento con Hamas. Hanno utilizzato 250 droni, 100 missili balistici e 50 da crociera. Un attacco gravissimo e senza precedenti. Il 99% di tutti questi sistemi di attacco sono stati intercettati e abbattuti dal sistema di difesa aerea e contraerea israeliano, con l’aiuto di americani, britannici e giordani. I danni sono stati limitati, l’attacco era stato annunciato da tempo ed ha consentito di far preparare la difesa. Oggi l’Iran lo ha considerato concluso».
Quindi potrebbe finire qui, senza vinti o vincitori?
«Diciamo che da entrambe le parti si è ottenuto un risultato. L’Iran ha fatto vedere al suo mondo integralista di poter reagire e di avere una certa capacità militare, Israele ha a sua volta mostrato quanto forte sia la propria capacità di difesa e deterrenza».
Gli appelli arrivati anche ieri dal G7 convocato dalla presidenza italiana potrebbero essere accolti?
«Noi lo auspichiamo e lavoriamo per questo, ma non è così facile. Ritengo improbabile che Israele si fermi, viste le proporzioni dell’attacco iraniano, come non si è fermato di fronte alle nostre richieste di una tregua a Gaza, per salvaguardare le vite dei civili. Quindi mi aspetto un’ulteriore risposta».
Quando e quale?
«Quando lo vedremo solo nel momento in cui avverrà. Quale oscilla tra due opzioni. Israele sa di non poter accettare che Teheran diventi una potenza nucleare perché cambierebbero totalmente gli equilibri nell’area e ne nascerebbe un vulnus decisivo alla propria sicurezza. I falchi al governo considerano questa un’occasione imperdibile per colpire i reattori nucleari dell’Iran, anche perché, pur non essendo disponibili ad intervenire direttamente, gli Usa hanno appena stanziato i fondi per sostenere i loro sforzi militari ed hanno dichiarato il loro totale appoggio».
C’è un’area più moderata.
«Sì, Netanyahu sa bene che il suo stesso Paese è diviso e sa che una reazione sproporzionata — che andasse a colpire i reattori nucleari iraniani con i quali arricchiscono uranio e non obiettivi minori militari, come siti di stoccaggio o produzione — spaccherebbe anche il mondo arabo, mettendo a rischio l’intero processo di dialogo e stabilizzazione che a loro interessa, a partire dall’Arabia Saudita».
L’Italia da che parte starebbe, nel caso di una reazione forte?
«Da quella di tutta la comunità internazionale. Non vogliamo una escalation, né giustificare un tipo di attacco che portasse a un punto di non ritorno. Diversa sarebbe una reazione di deterrenza, in una logica di confronto a distanza tra nemici storici».
Militarmente l’Italia come si muoverà in quell’area?
«L’Italia è in quell’area all’interno di coalizioni internazionali che non sono in guerra ma operano per la pace. Ad oggi i rischi dei nostri contingenti in Iraq e Kuwait sono immutati, mentre aumentano quelli in Libano e in Mar Rosso, anche se le nostre truppe non sono degli obiettivi per nessuno dei contendenti che anzi le rispettano. Siamo in contatto con tutte le altre forze Unifil, monitoriamo, ma i rischi sarebbero dati da incidenti occasionali, non da atti intenzionali contro i nostri contingenti. I nostri militari lo sanno benissimo».
Sul piano geopolitico quali conseguenze si rischiano?
«Gravi come stiamo già vedendo con l’aumento di alcuni prodotti. Economicamente si potranno avere aumenti di costi, e per tutti, anche solo con i traffici commerciali rallentati o impediti».
Per il conflitto in Palestina cambia qualcosa?
«Non credo mutino i piani di Israele. Sono concentrati su quello che vogliono fare, non ci hanno ascoltati finora, non penso abbiano tentennamenti ad andare avanti. Noi continueremo a fornire aiuti umanitari e a fare pressioni in ogni modo perché la situazione non peggiori».
Si sente pessimista?
«Mi sento stanco. Sono due anni che non si parla che di guerra. Sono preoccupato, molto, sia di questo fronte, sia di quello ucraino, ma non voglio cedere al pessimismo, perché il mio dovere è lavorare per cercare di evitare le crisi, in tutti i modi. E fino all’ultimo momento utile
Paola Di Caro