Sono passati venticinque anni dalla morte di uno dei più importanti esponenti del cantautorato italiano, Fabrizio De André detto Faber – soprannome conferitogli da Paolo Villaggio per la sua passione per le matite della Faber-Castell -, scomparso l’11 gennaio 1999 a Milano.
Dopo aver iniziato a frequentare il corso universitario di Lettere e poi di Medicina, si iscrive a Giurisprudenza senza completare gli studi dal momento che, con il successo istantaneo delle sue prime produzioni e i primi contratti discografici, decide di dedicarsi completamente alla musica.
Il repertorio musicale di De Andrè è vasto ed è sempre stato ispirato dalla realtà circostante e dalle vicende di cronaca realmente accadute: “Preghiera di gennaio” fa riferimento al funerale del suo amico e cantautore Luigi Tenco; “La canzone di Marinella”, lungi dall’essere una mera storia d’amore, racconta la tragica fine di una prostituta lasciata in un fiume e ne celebra la precarietà della vita, come emerge nei versi “[..] e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose”; “Hotel Supramonte” e “Quello che non ho” sono basati sulla vicenda del rapimento di De André e Dori Ghezzi, risalente al 1979 in Sardegna; “Bocca di rosa” tratteggia i sentimenti e la passione di una donna che ama, sublimando ancora una volta l’immagine della donna e dell’amore.
La predilezione per i soggetti emarginati, ribelli, solitari, per gli umili e i poveri si realizza pienamente nella forma musicale della ballata e nei temi che trattano la povertà, l’amore in tutte le sue forme, il suicidio, la morte, la vita nella sua essenzialità. La sua voce profonda e le sue melodie pure restano intramontabili nel panorama del cantautorato italiano, impreziosendolo di reminiscenze e di immagini di vita vera, nascosta negli angoli più reconditi dell’umano.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” ( – Fabrizio De Andrè, Via del campo)