Sono passati ventisei anni dalla morte di Sergio Corbucci, uno dei maestri del genere
“spaghetti western” che aveva diretto Totò in ben sette film.
Considerato uno dei più grandi cineasti dello spaghetti western, accanto a Sergio Leone e Sergio Sollima, è stato un caposaldo per il western con una produzione di oltre sessanta pellicole che spaziano tra peplum, parodie, melodramma, commedia. Tra i suoi capolavori vi è sicuramente “Django” del 1966 che, distinguendosi da Leone, esprimeva un modo di concepire il mondo più disincantato e scevro di qualsiasi condizionamento non legato all’effettiva realtà.
Ne’ “Il grande silenzio”del 1968, l’estetica di Corbucci si avvaleva di una storia ambientata nell’Ottocento, raccontata con una vena alternativa in cui un giovane Jean Louis Trintignant, nelle vesti di Silenzio, assurgeva al ruolo di martire, capace di porre fine al sistema delle taglie, caro al genere western.
Durante la sua carriera, la poliedricità dei suoi interessi si inseriva nella ricerca di una visione e di un modo di pensare innovativo e attuale: è stato giornalistica, aiuto- regista, regista; il giornalismo è stato il primo step che lo ha condotto verso il mondo cinematografico, nel quale si è distinto sin da subito nella sua prima pellicola, Salvate mia figlia, che si inseriva nel filone del melodramma. Ma il suo eclettismo spaziava nei più disparati versanti, toccando con mano tutte le possibili varietà del cinema italiano: dal film musicale, alla commedia, al film mitologico, oltre al celebre e classico spaghetti-western, nel quale si distinse per l’apporto di concretezza, di cruda e amara violenza della realtà.