
Nel deserto del Negev, non molto distante dal conflitto tra Israele e Palestina, vive un popolo di beduini.
Vittime ignare e non complici, come qualcuno possa ritenere, dei razzi che partono da questa area. La guerra del Medio Oriente ha colpito anche loro, nella quasi totalità del silenzio. Nel deserto, non ci sono sirene che possano avvisare la popolazione del pericolo e dei razzi che colpiscono i loro territori eppure, sempre più spesso, secondo l’Onu, l’estensione del conflitto, ormai, sarebbe più disastroso di quanto possa essere stato pensato, fino ad oggi. Il 7 ottobre scorso, i miliziani di Hamas, sono entrati nei territori dei beduini del Negev, uccidendo oltre 20 arabi e rapendo oltre 10 persone che lavoravano nei kibbutz israeliani. I raid israeliani, ad oggi, hanno ucciso ulteriori 6 civili, morti nel silenzio di una guerra collaterale, ma non per questo da sottovalutare. Nella capitale di Rahat, rinominata la “capitale beduina del deserto”, alcuni volontari rimasti, hanno allestito con mezzi di fortuna, un centro di coordinamento per sostenere i sopravvissuti e tutti coloro che non possono abbandonare questi territori; abbandono, che per la cultura e le tradizioni di questi popoli, verrebbe visto come una vergogna. Ormai, sono poche le abitazioni rimaste e nessuna parte in cui scappare, quando in lontananza, risuona l’arrivo dei razzi; ci si affida alla provvidenza. Realtà sempre più difficili da vivere, per oltre 320mila beduini che vivono in Israele, ma che sono arabi a tutti gli effetti, privati del lavoro a causa della guerra