Non si può parlare del caso di Serena Mollicone, senza pensare al suicidio del carabiniere Santino Tuzi. Abbiamo intervistato la figlia del Brigadiere, Maria Tuzi, per avere un quadro ancora più dettagliato della possibile dinamica di quanto è accaduto.

Signora Tuzi, lei che idea si è fatta dell’omicidio Mollicone, visto che tante cose sembrano assurde o immotivate. Lei, crede che il suicidio di suo padre sia collegato a questa vicenda? In che modo?

“L’omicidio Mollicone, così come ritenuto anche dal Pubblico Ministero della Procura di Cassino, sarebbe avvenuto nella caserma dei carabinieri, nell’appartamento sfitto della stessa. Probabilmente Serena Mollicone, quella mattina, si era recata lì, per avere un chiarimento con Marco, visto che si erano incontrati prima oppure, si era dimenticata qualcosa. Serena si sarebbe quindi recata alla caserma e Marco Mottola la stava aspettando, poiché avvisa mio padre, Santino Tuzi, che era di piantone quella mattina, del fatto che sarebbe arrivata una ragazza e che avrebbe dovuto farla salire negli appartamenti. Questo particolare dell’avvisare tramite interfono della caserma è avvenuto per comodità, poiché il citofono dell’appartamento era guasto e non si poteva aprire il cancello, quindi per comodità, si avvisava il piantone, che provvedeva all’apertura del cancello dell’entrata. Mio padre, quindi, vede Serena dalle telecamere e la lascia entrare. La mia idea è che la Mollicone avesse avuto un litigio con Marco su qualcosa di molto importante e che si fosse presentata lì, per un chiarimento. A dimostrazione di questo, sono stati ritrovati, tra i capelli di Serena, i frammenti della porta nella quale Serena avrebbe violentemente sbattuto la testa, probabilmente a seguito di una spinta. Io sono convinta, che il suicidio di mio padre, sia collegato al delitto di Serena Mollicone, perché dopo 7 anni dalla morte della ragazza, mio padre in Procura, rilascia delle importanti dichiarazioni. Afferma di aver visto Serena in caserma, anzi, di avergli aperto lui stesso il portone e, finito il proprio turno, non avrebbe visto uscire la giovane. Mio padre descrive perfettamente gli abiti con cui era vestita Serena. Che corrisponderebbero perfettamente a quelli indossati, nel giorno del ritrovamento della stessa. I testimoni che incontrarono Serena quella mattina del 1giugno 2001, alla fermata dell’autobus, coincidono con quelli riferiti da mio padre. La cosa più importante è che, nella descrizione effettuata da mio padre, Serena Mollicone, aveva una borsetta (confermata anche dai testimoni), ma quando Serena è stata ritrovata cadavere, la borsa non viene rinvenuta. Quando gli inquirenti, richiedono la descrizione delle scarpe della giovane, mio padre Santino Tuzi, dice di non averle viste, poiché era presente un muretto che gli impediva la visuale. Siccome, qualcuno, ipotizzò il fatto che mio padre, vedendo le foto del ritrovamento di Serena, avesse notato i vestiti, avrebbe potuto fornire una descrizione anche di quelle, invece mio padre non lo fece. A seguito di queste dichiarazioni, a seguito di una intercettazione ambientale, vi è un dialogo tra mio padre Santino Tuzi e il maresciallo Quadrale, dove parlano del caso Mollicone, cercando di convincere mio padre, che le dinamiche di quel giorno, erano ben diverse, da quanto confermato da mio padre. Il giorno successivo a questa intercettazione ambientale, mio padre sarebbe dovuto essere stato riascoltato nuovamente alla Procura e mio padre, ritratta tutto quello che aveva precedentemente affermato. Dichiarando, inoltre, di non conoscere nemmeno Serena, ma questa cosa è impossibile, poiché il padre di Serena, Guglielmo Mollicone era insegnante di mio fratello e sia a me, che a lui, ha fatto ripetizioni private e Guglielmo, oltretutto, aveva una cartolibreria in cui numerose volte, c’era Serena, nei pressi della caserma dei Carabinieri. Arce, il paese in cui vivevamo è un posto piccolo, in cui tutti si conoscono ed era impossibile che mio padre non avesse mai conosciuto Serena Mollicone. Dopo qualche ora dalla ritrattazione, mio padre Santino Tuzi, chiede di rimanere solo, con il Pubblico Ministero ritrattando l’ultima dichiarazione e confermando la prima, ovvero di conoscere Serena, di averla vista entrare nella Caserma il primo giugno 2001, ma di non averla vista uscire. Purtroppo, dopo tali dichiarazioni, dopo 2 giorni. Mio padre viene trovato morto. Per cui, secondo me, la morte di mio padre è strettamente collegata al delitto di Serena Mollicone.

Qual’è lo stato delle indagini?

“Al momento c’è stato un processo di Primo Grado, in cui gli imputati, sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 26 ottobre 2023, c’è stata la prima giornata di udienza per la riapertura del processo, dove sono state accolte tutte le nostre richieste. Attualmente siamo in Corte d’Appello e la prossima udienza è stata fissata per il 20 di novembre e speriamo, finalmente, di ottenere un buon esito”.

Ha ricevuto supporto e solidarietà dai colleghi di suo padre e dall’Arma dei carabinieri?

“Abbiamo ricevuto solidarietà, da qualche collega carabiniere di mio padre, ma non da tutti. Invece. Molti “civili” ci hanno manifestato il proprio appoggio e vicinanza. Quando avevamo chiesto, il giorno del funerale di mio padre, di avere la possibilità di vestire mio padre con la divisa, non ci è stato consentito. Abbiamo, allora, domandato di avere la possibilità di mettere almeno il cappello di mio padre sulla bara, ma nemmeno questo ci è stato permesso. Io, ai tempi della scomparsa di mio padre, ero sposata con un carabiniere, che preso da un momento di rabbia e sconforto, mise il proprio cappello, sulla bara di mio padre. Il giorno del ritrovamento di mio padre cadavere, i carabinieri suonarono alla nostra porta comunicandoci il decesso e dando come ragione il fatto che si fosse suicidato per motivi sentimentali, poiché la sua amante, non voleva tornare con lui e per tale delusione, si sarebbe suicidato. Inutile dire, che oltre al dolore per la perdita di mio padre, si aggiunge anche quello delle apparenti motivazioni di cui, ovviamente non sapevamo nulla. Quando i carabinieri, successivamente, vennero per una perquisizione a casa nostra, alla ricerca di qualche elemento per avvalorare il suicidio per motivi sentimentali, o per spiegare le motivazioni di tale gesto, non trovarono nulla. Noi sappiamo che mio padre, il giorno in cui si suicidò, vide la sua amante, probabilmente per consigliarle di andare anche lei a parlare con il PM, poiché il primo giugno del 2001, la donna andò a portare un panino in caserma a mio padre e anche essa, vide entrare Serena”

Quali sono state le cose che più l’hanno ferita e, al contrario, più l’hanno meravigliata in senso positivo?

“Sicuramente, la cosa che mi ha ferito maggiormente è stata l’indifferenza delle persone e in particolare di quelle che mio padre, riteneva “amiche”. Mi ha fatto male quando in aula, svariate volte, i miei colleghi, nonché imputati, hanno fatto passare mio padre, Santino Tuzi, per un superficiale. Addirittura è stato detto che non meritava di indossare la divisa, cosa assolutamente falsa perché era nato per fare il carabiniere ed era nato per fare quel lavoro. Aiutava gli altri come poteva, senza volere nulla in cambio. Offese che sono uscite dalla bocca, anche da persone che non lo conoscevano e che mai, si sarebbero dovute permettere, di giudicare l’operato di mio padre. La cosa che più mi ha meravigliata in positivo, in questa tragedia -in cui io e mio fratello non abbiamo avuto più un papà e mia madre un marito-, ci sono stati numerosi ed evidenti depistaggi, ma anche l’affetto di molte persone “comuni”, che conoscevano mio padre, non solo come carabiniere, ma anche come uomo per bene. Anche chi non ha avuto l’onore di entrare in contatto con lui, ci ha manifestato la propria vicinanza, tramite social soprattutto. Per me è importante far comprendere che mio padre sia stato l’unico a buttare giù un muro di omertà nel caso della morte di Serena Mollicone, al contrario di tante persone che si sono ritrovate a “non ricordarsi più degli accadimenti in questione”, cosa che Serena, non avrebbe mai fatto a loro”.