di Luca Marrone

Roma. Qualcuno ha scritto che scorrere il curriculum di Nino Marazzita è come sfogliare le pagine della cronaca italiana degli ultimi decenni: uno spaccato dei crimini e dei misteri che hanno caratterizzato il nostro Paese.

Ha infatti legato il suo nome a vicende e processi di grande impatto e importanza, dall’assassino di Pierpaolo Pasolini (rivestendo il ruolo di avvocato di parte civile) ai delitti del Mostro di Firenze (come difensore di Pietro Pacciani nel processo di appello, conclusosi con l’assoluzione del contadino di Mercatale), dal rapimento di Aldo Moro (ha assistito la moglie Eleonora dopo l’assassinio dello statista), alla morte di Milena Bianchi in Tunisia (è stato l’avvocato della famiglia).

Costante il suo interesse per il giornalismo e la comunicazione: oltre che con i maggiori quotidiani nazionali, ha collaborato con numerose riviste e settimanali ed è noto per la sua partecipazione a programmi televisivi e radiofonici. Nel 2013 è entrato a far parte, nelle vesti di giudice, del cast della trasmissione televisiva Forum in onda su Canale 5 e Rete 4.

Nel libro L’avvocato dei diavoli (Rizzoli), Marazzita ripercorre le sue straordinarie esperienze professionali e il testo si rivela il suggestivo e coinvolgente memoir di un uomo che ha guardato negli occhi il male e che, interagendo e dialogando con i suoi assistiti, ha appreso segreti mai confessati ad altri.

Più di recente, l’avvocato ha pubblicato Uomini e donne. Parità virtuali (Ad Majora Edizioni), poderoso trattato giuridico nato dall’esigenza di rendere noto “quanto sia ipocrita dire che ormai si è ‘raggiunta la parità dei diritti tra uomini e donne’. Nulla di più falso. La parità ancora oggi è un’utopia, ma le utopie esistono perché noi tutti permettiamo che esistano, per egoismo, per inerzia, per incapacità di vivere in collettività.”

Incontriamo l’avvocato Marazzita a ridosso di un evento che lo ha profondamente rattristato, la perdita dell’amico Francesco Bruno, psichiatra e medico legale, uno dei più famosi criminologi italiani. E la conversazione prende avvio proprio dal ricordo dello scienziato scomparso.

In una dichiarazione rilasciata al quotidiano Vento nuovo, ha definito Francesco Bruno “l’ultimo vero garantista”. Il nostro Paese può considerarsi davvero garantista, al di là delle dichiarazioni di principio?
Francesco Bruno era profondamente e autenticamente garantista, in questo senso lo potrei definire un pioniere, un pensatore all’avanguardia, uno spirito libero capace di percepire e porre in evidenza certe criticità del processo penale. Oggi, tale libertà di pensiero, tale onestà intellettuale non è più di moda, in tanti si definiscono garantisti ma non sanno cosa significhi davvero esserlo. In Italia prevale, piuttosto, una logica da forcaioli, esasperata da certa stampa e da certi programmi televisivi, che discettano dei casi giudiziari ed emettono “sentenze” prima che si celebrino i processi, in una prospettiva tendenzialmente e aprioristicamente colpevolista, il che risulta dannoso perché crea comunque pregiudizi. Vi è, dunque, una scarsa sensibilità garantista. Bisognerebbe rifarsi all’approccio anglosassone, in cui non è consentito parlare dei casi prima della loro definizione. Altrimenti, si rischia la deriva, come nel caso Girolimoni, che io cito spesso come emblematico e che risale al ventennio fascista.

Al caso Girolimoni ho dedicato, tempo fa, un breve volume in cui cercavo di mettere in evidenza come la vicenda – un processo mediatico che, nell’Italia del ventennio ha preteso di individuare come responsabile dei delitti di un serial killer pedofilo un uomo poi risultato completamente estraneo ai fatti – non costituisca uno “specifico fascista” ma, per le dinamiche psico-sociali che l’hanno caratterizzata, potrebbe collocarsi anche in altri contesti politici e ideologici.
Potrebbe succedere anche oggi, infatti. E credo che l’attuale stato di cose, da noi, derivi dal sopravvivere proprio di una certa sensibilità risalente al ventennio fascista, una visione del mondo, una sensibilità diffusa, che non è stata sufficientemente sradicata e, temo, sia destinata a permanere a lungo. E che per esempio si percepisce anche al di fuori dell’ambito specifico del processo penale, è una precisa tipologia di rapporto tra istituzioni e cittadino.

Quali interventi potrebbero a suo parere rivelarsi utili per contrastare questo stato di cose?
Per quanto riguarda il processo penale, bisognerebbe attuare in modo pieno e coerente il sistema accusatorio. La separazione delle carriere dei magistrati continua da taluni ad essere auspicata, ma appare ancora irrealistica. Per realizzarla in modo davvero compiuto, sarebbe ad esempio necessario istituire due consigli superiori della magistratura, uno per i magistrati inquirenti e uno per quelli giudicanti. Da parte mia, mi sto attualmente dedicando a una trasmissione insieme a Francesca Bugamelli, una giovanissima e preparata conduttrice, che ripercorre significative vicende giudiziarie italiane, evidenziando episodi di malagiustizia. Sono felice dei riscontri che l’iniziativa sta ottenendo, è una trasmissione molto seguita anche negli Stati Uniti.

Cosa pensa del 41 bis?
La sua applicazione è abnorme, perché costituisce una violazione della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Il 41 bis può essere disposto dal ministro della giustizia che, in tal modo, invade il campo del potere giudiziario, per applicare una norma contraria alla dignità della persona, che mette seriamente in pericolo la salute e la vita. Una aberrazione che viola vistosamente quanto stabilito dalla Costituzione.

Parlava della trasmissione in cui è attualmente impegnato. Oggi le vicende criminose suscitano molto interesse nel pubblico, sono numerosi i programmi e le pubblicazioni in tema. Cosa pensa dei “criminologi mediatici”?
La figura del criminologo ha contorni spesso sfuggenti, manca un albo professionale e anche il percorso formativo per divenire criminologo non è sempre ben definito. Alcune delle persone che, in televisione, si definiscono criminologi non sembrano effettivamente avere un preciso ruolo. Si atteggiano ad avvocati, psichiatri, medici legali. E talvolta non sanno nulla, pur pretendendo di parlare di tutto.