di Valentina Agasucci

Ieri è stato il compleanno di Stefano Cucchi, il geometra trentunenne romano, arrestato per possesso di droga il 15 agosto 2009 e deceduto dall’ospedale Sandro Pertini sette giorni dopo.
Una triste e complicata vicenda giudiziaria che la sorella ha portato avanti fino alla scoperta della verità. Dopo la sera dell’arresto inizia il calvario del giovane, tra caserme, tribunale, carcere per poi finire in un ospedale; giorni intensi pieni di misteri e sospetti dove qualcuno ha visto ma nessuno parla.
Tutto incomincia la sera del 15 agosto 2009, quando Stefano viene fermato da 5 carabinieri in servizio per possesso di cocaina, hashish e alcuni farmaci usati dal giovane per curare l’epilessia.
Cucchi viene messo in stato d’arresto e poi viene accompagnato nella casa dei genitori, dove abitava, per una perquisizione generale che diede subito esito negativo. In attesa dell’udienza di convalida dell’arresto, Stefano viene recluso in una camera di sicurezza e la notte stessa riferisce di non sentirsi bene, così viene chiamato il 118, con il rifiuto del giovane di farsi visitare.
Il giorno seguente in aula Cucchi sembra provato, ha difficoltà a camminare, parla male e presenta ematomi sotto gli occhi. Riesce a scambiare poche parole con il padre, senza raccontare cosa gli sia successo.
Convalidato l’arresto Stefano viene portato nel carcere di Regina Coeli dove il suo stato di salute peggiora. Il 16 ottobre trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli gli vengono accertate lesioni ed ecchimosi in diverse parti del corpo (gambe, addome, torace e volto) con la frattura della mandibola e alla terza vertebra lombare. Gli venne consigliato immediatamente il ricovero che però il paziente rifiuta e venne riportato di nuovo in carcere.
Nei giorni successivi le sue condizioni di salute peggiorano ancora di più e venne trasferito nel reparto dell’ospedale Sandro Pertini dove morì all’alba del 22 ottobre.
Al momento del decesso Stefano pesava solamente 37 kg e i familiari vennero informati della sua morte solo quando un ufficiale si presentò nella loro abitazione per comunicare il decreto con il quale il pubblico ministero autorizzava l’autopsia.
Da qui partirono le prime indagini sulla responsabilità dei medici ed il personale giudiziario negò subito le violenze esercitate sul corpo del ragazzo, esternando varie ipotesi sulle cause del decesso: un abuso di droga, anoressia e tossicodipendenza.
I familiari per contrastare le false affermazioni pubblicarono delle foto fatte all’obitorio dove erano ben visibili i traumi sul volto e un evidente stato di denutrizione.
Così nell’aprile 2010, tredici imputati (tre agenti della polizia penitenziaria e dieci tra medici e infermieri) vengono rinviati a giudizio dalla procura di Roma. Il 13 dicembre del 2012 si apre il processo di primo grado: “la causa della morte di Cucchi furono le mancate cure mediche e le carenze di liquidi e cibo.”Questo è quello che stabilirono i periti incaricati dalla corte; ma “per quanto riguarda le lesioni individuate sul corpo potrebbero essere causate da un pestaggio o da una caduta accidentale e che non vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica.”
Il 5 giugno vengono condannati in primo grado dalla corte d’assise di Roma cinque medici dell’ospedale Sandro Pertini, mentre sei persone (tre infermieri e tre agenti giudiziari) vengono assolti.
Il 31 ottobre 2014 viene ribaltato tutto con l’assoluzione di tutti gli imputati per assenza di prove. Un duro colpo per la sorella Ilaria che richiede il ricorso in Cassazione. La Suprema corte decide la cancellazione parziale di questa sentenza e ordina un processo di appello – bis per omicidio colposo verso i medici che termina con una nuova assoluzione per gli stessi.
Nel 2017 viene annullata questa ultima assoluzione dalla Cassazione e il reato finisce in prescrizione.
La famiglia Cucchi, come già avvenuto nel 2015 torna a chiedere di indagare sulla responsabilità dei poliziotti che avevano in custodia Stefano quella notte. Qui una testimonianza chiave di uno dei tre carabinieri in servizio (Riccardo Casamassima) fa emergere che dopo la perquisizione domiciliare, Cucchi venne portato in un’altra caserma dove venne picchiato.
Nel 2017 nel nuovo processo si discute sul pestaggio come causa scatenante il decesso del giovane ragazzo.
Nell’ottobre 2018 uno dei tre carabinieri a processo per omicidio e abuso di autorità Francesco Tedesco ammette il pestaggio accusando gli altri due suoi colleghi. Si apre nel frattempo anche una nuova indagine sui tentativi di depistaggio dopo la comunicazione di Tedesco di aver presentato alla procura di Roma nel mese di giugno una denuncia contro ignoti per la scomparsa di un annotazione ai suoi superiori dove riportava dei fatti accaduti proprio la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009.
La condanna per i due carabinieri viene confermata in via definitiva dalla corte suprema di Cassazione il 4 aprile 2022 con la pena di 12 anni di reclusione per entrambi; Tedesco viene assolto per il reato di omicidio e condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso; si conclude anche il processo per depistaggio il 7 aprile 2022 con 8 carabinieri condannati a scontare complessivamente 22 anni di reclusione.
“Quello che mi interessa è che Stefano non è caduto dalle scale, questo è quello per cui ci siamo battuti.” Questo è l’inizio di una frase in un intervista rilasciata dalla sorella Ilaria all’ultima sentenza: giustizia è stata fatta.

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