di Luigi Giannelli

Non ci credeva nessuno. Solo io. Riconoscendo in me stesso le peculiari caratteristiche del mulo, decisi comunque di andare avanti con un progetto a dir poco ardito: costruire dal niente, in un carcere definito perfetto, un grande teatro. IMG_7071Difficile spiegare come l’idea si concretizzò nella mente, così come difficile sarebbe fornire una razionale spiegazione a ciò che fermamente mi ero prefisso di raggiungere. Tuttavia, al di là della purezza del pensiero – e poi si capirà l’uso di questo aggettivo -, i problemi da superare erano quasi insormontabili.

Si parla intanto dell’anno 1987. Ciò che volevo trasformare in teatro era un percorso di sbarre e cancelli che portavano al sotto scala della chiesa, non certo nato ma certamente usato – diciamo meglio sfruttato – come sala convegni; sostantivo anomalo e pomposo per definire un luogo dove l’allora direttore, riuniva il personale di grado e non, per dare disposizioni di servizio. Un vero spreco, un peccato che neanche il più magnanimo degli dei avrebbe potuto perdonare. Dunque non era solo il percorso di guerra l’ostacolo, ma la riluttanza se non la contrarietà proprio dell’allora direttore nonché, diciamolo, l’ostilità della vecchia guardia della polizia penitenziaria, che cominciava ad inarcare le sopracciglia ed a bisbigliare risatine al mio passaggio. Non tutti, ma tanti, troppi. E, diciamolo ancora, questa ostilità ancora esiste, di meno sì, ma esiste: è un qualcosa di più o meno sommerso da cui ho dovuto difendere il “mio” teatro quotidianamente.. nemici dell’arte? Nostalgici dei metodi degni dei “Piombi” di Venezia? Quelli per cui il detenuto deve solo soffrire la sua pena senza possibilità di ritorno? Non lo so, le ipotesi e spiegazioni sono molteplici e, per amor di pace, non voglio analizzarle ora, ma certamente ci sono a tutti i livelli. Nonostante ciò dovevo riuscire a dimostrare che un teatro, la costruzione di un teatro, l’utilità di un teatro, la psicologia di un teatro, era quanto meglio si poteva esprimere in risposta ai dettami della neonata legge 354 sul trattamento e sul recupero dei condannati. Continuavo a pensare che l’Italia, Roma in particolare era la pietra miliare dello spettacolo, del cinema e del teatro e non poteva non avere una rappresentanza, ed una grossa utilità, anche in una comunità confinata quale le carceri ed in particolare un istituto modello sperimentale come Rebibbia.

Da qui a risolvere problemi pratici, specialmente in un momento economico di depressione, il passo era abbastanza arduo, tuttavia, strappando un’autorizzazione qui, ed un consenso da un’altra parte, una ad una le cancellate che portavano alla primitiva sala convegni, furono abbattute. Avevo ormai accesso diretto a circa 2500 metri quadrati di locale. Formai un gruppo di giovani e non, che denominai “Spazio Neutro” (credo sia inutile spiegare il significato del titolo)ma era comunque una netta separazione del carcere nel carcere. Chi vi partecipava non era più dunque un detenuto ma solo il partecipante attivo e fattivo di un ambizioso progetto. E sulle intenzioni dei partecipanti, sui loro reali fini, ero particolarmente analitico, indagatorio e severo. Coinvolsi quindi la sezione falegnameria, quella dei fabbri, muratori e quanto si rese necessario per la ristrutturazione della “sala convegni”. Lavorammo sodo, usando una comune espressione “come asini”, tenendo conto che la direzione aveva fatto sì l’occhiolino al progetto “teatro”, ma rifiutava sistematicamente qualsiasi aiuto finanziario. Andammo avanti con l’aiuto di alcune associazioni culturali esterne, enti teatrali che offrirono preziosissimo materiale scenografico di vecchie rappresentazioni, materiale ormai superato ma per noi comodissimo. Ed ecco che alla fine comparve un vero palcoscenico, delle vere quinte, una sala di controllo, un piccolo ufficio ricavato nella rampa sovrastante. Insomma una gratifica ed una soddisfazione che ancora oggi mi suscita un’intensa emozione.

Mi avvalsi della mia esperienza assunta nella scuola di Parma – dove avevo organizzato spettacoli ed intrattenimenti culturali – e soprattutto di validi aiuti esterni entusiasti del progetto, per iniziare, verso la fine del 1987, un esperimento: lo chiamai “laboratorio di mimica teatrale”. Vi parteciparono 50 detenuti (molti esponenti erano della famigerata banda della magliana). Fu un successo, una gratifica che fece abbassare la voce ed il tono (forse anche per la pubblicità che suscitò all’esterno) anche ai più scettici.

Nel 1988 Con la regia di Antonio Campobasso, ottimo attore oltre che regista, iniziò un nuovo laboratorio il cui scopo finale era quello di creare un lavoro teatrale particolarmente originale. Con molta dedizione e fatica riuscimmo a realizzare la messa in scena del Marat Sade “La persecuzione e l’assassinio di Jean Paul Marat”. Il lavoro durò più di sei mesi ed alla fine lo spettacolo fu rappresentato per ben tre volte consecutive di fronte ad un pubblico scelto e raffinato. Le nostre fatiche furono dunque premiate. Alla commedia furono assegnati vari premi ed assurgemmo per giorni all’onore delle cronache su molti quotidiani nazionali e riviste specializzate.

Da lì in poi fu un’escalation di avvenimenti. Artisti di tutti i generi, giornalisti, cantanti e registi facevano quasi a gara per coinvolgersi nell’attività del teatro. Gli inviti a partecipare che mandavo avevano sempre un’entusiastica risposta. Nel 1994 persino Maurizio Costanzo, incuriosito dalla nostra struttura, decise di organizzare una puntata del suo show direttamente dal nostro teatro.

Una prova concreta dell’utilità del teatro mi è sempre giunta, giorno dopo giorno dalla notizia che tanti detenuti tornati in libertà, proprio grazie alla consapevolezza del lavoro svolto, o almeno in buona parte, erano tornati a percorrere sentieri rieducativi e di reinserimento. Ed era, come è forse questo, oltre all’amore per l’arte e lo spettacolo in sé, il vero obbiettivo finale che mi prefiggevo.

Ma da questo pensiero retorico mi distacco, poiché in fondo riguarda solo me, Torno quindi a fornire cronaca degli avvenimenti svolti in tanti anni nel teatro di Rebibbia. Un brevissimo elenco di eventi:

1995 con la regia di Giacomo Piperno, con aiutante il sottoscritto, è stato portato in scena l’Esperimento, un quadro surreale di un ipotetico carcere modello dove gli ospiti dovevano rinunciare alle affettività in cambio di un trattamento finalizzato al benessere personale.

1996 Con la brava Anna Lezzi portiamo in scena “Commedianti” – storia di imprenditori televisivi da baraccone, pronti a truffare i sentimenti vivaci di riscatto di chi nel frattempo aveva scontato una pena detentiva.

Tutto ciò, nel corso degli anni, mi ha, anzi ci ha portato ad arrivare ad avvenimenti e movimenti che ne sono stati logica conseguenza. Ad esempio, oltre che sul palcoscenico, siamo entrati ed entriamo nelle scuole per sensibilizzare gli studenti sui problemi carcerari e per promuovere un’attività di educazione sulla legalità. (54 istituti nel 2009 – 24 nel 2012 (ancora in corso). L’esperienza coi ragazzi ci ha insegnato molte cose mentre noi cerchiamo di insegnare loro cos’è il carcere, la sua prevenzione e l’educazione civile, e quali sono i mezzi con i quali la vera civiltà tenta di prevenire e curare le inevitabili deviazioni sociali. Uno di questi è senz’altro ricorrere all’arte. L’arte è di tutti. Ricchi, poveri, grandi e piccoli. L’arte è divertimento, ma anche disciplina, è passione, ma anche raziocinio, è espressione, ma anche catarsi, è finzione, ma anche onestà,soprattutto onestà: quella qualità che la stessa arte, come terapia, ti fa capire chi sei, ti fa riconoscere dei pregi che non ti conoscevi e dei difetti che con presunzione volevi ignorare. Ti fa rendere positivamente consapevole di te stesso, ti soddisfa così come ti soddisfa uscire con piacere da un teatro dove hai assistito ad un opera, sia stata questa di Shakespeare o di un misconosciuto sceneggiatore.

Ma tornando al teatro di Rebibbia, voglio esternare il mio apprezzamento ai maestri Taviani, che da esso e dai suoi detenuti hanno tratto un opera cinematografica destinata a riecheggiare a lungo sugli schermi. Sapete di che parlo ovviamente: “Cesare deve morire” è una creazione, rigorosamente in bianco e nero, che si ispira al Giulio Cesare di Shakespeare e dove fratelli Taviani erano certamente consapevoli delle numerose testimonianze, in gran parte documentaristiche, che anche in Italia hanno mostrato a chi non ha mai messo piede in un carcere come il teatro rappresenti un strumento principe per il percorso di reinserimento del detenuto.

Voglio solo ricordare, però, che il Teatro di Rebibbia è il teatro, un luogo dove essi, grandi maestri, sono stati ospiti, un luogo che è rimasto onorato dalla loro presenza, ma nessuno deve mai dimenticare che nel teatro l’arte è di tutti, ripeto e fortunato e privilegiato è e sarà colui che, come me, si è avvalso per i più puri ideali.

Ed ora obbligatoriamente oltre agli eventi, devo citare persone che sono state parte integrante dei progetti susseguitisi negli anni come: Stefano Di Pietro e le sue straordinarie opere di video e teatro dove tutti, dico tutti, hanno potuto partecipare anche i cosiddetti diversi ( Transessuali ).– Ricordo con particolare affetto la messa in scena di “Non tutti i ladri vengono per nuocere” di Dario Fo – gioco pirotecnico tra attori e detenuti attori – esilarante e commovente connubio tra il bene e il bene, anche perché il male rimaneva chiuso più delle volte in cella e li restava imprigionato.

La Compagnia Teatrale degli Accesi – tre splenditi ragazzi che con poche risorse economiche e a volte anche senza, hanno continuato imperterriti a produrre lavori certosini di grande pregio e sostanza, dove il teatro è sicuramente il fine ma ben più profondo è l’obiettivo: “ la riedificazione dell’anima e la sua decontaminazione.

TEATRO, TERAPIE E GUARIGIONI

A quel tempo il teatro lo chiamavo “la nave”. Mi piaceva immaginare che fosse come una mitica imbarcazione destinata a raccogliere naufraghi, ad insegnar loro i principi della navigazione ed infine a sbarcarli sani e salvi in una dimensione di cui essi stessi non sospettavano neanche l’esistenza. Son passati più di vent’anni da quel tempo. Un tempo in cui il teatro di Rebibbia produsse spettacoli, mise in scena commedie, organizzò raduni musicali. Il direttore dell’epoca, Barbera, era molto contento e fiero di come l’istituto venisse presentato all’esterno e non ne faceva mistero. E’ incredibile come l’attività del teatro attirasse l’attenzione e l’ammirazione dei media. Molti artisti facevano a gara per esibirsi sul nostro palco. Nomi illustri dello spettacolo, della canzone e del cinema, ci venivano a trovare rimanendo increduli di come un gruppo di detenuti fosse riuscito a raggiungere risultati di così buon livello. E io? Be’, devo confessare che ero molto fiero del lavoro che svolgevo ed ero riuscito a svolgere. Ma attenzione, fiero del livello artistico, ma molto di più quando potevo tangibilmente constatare che tanti detenuti, sbarcati dalla “nave” erano riusciti a reinserirsi serenamente nell’ambito sociale. La terapia del teatro funzionava, aveva funzionato, e questa sì che era una soddisfazione! Persone che erano tornate finalmente al loro lavoro originario, che avevano affrontato sacrifici avendo imparato che nella vita le scorciatoie non solo sono pericolose ma profondamente ingiuste nei confronti del prossimo. Ma la domanda che viene spontanea è: che hanno a che vedere Shakespeare e Pirandello con la rieducazione del detenuto? Premesso che non sono uno psicologo (né lo pretendo) credo di poter formulare l’ipotesi che dove si forma un percorso di disciplina volontario, specialmente quando questo percorso presenta degli aspetti di divertimento e di cultura, automaticamente si vanno ad assimilare concetti e principi al percorso stesso legati, in maniera automatica, oserei dire inconscia. E’ il famoso teorema consequenziale, l’aristotelico “sillogismo”. Cos’è ve lo spiego subito: il sillogismo è una forma di argomentazione logica nella quale, a partire da due proposizioni, o premesse, si trae necessariamente una conclusione, una deduzione necessaria ed inevitabile. Due premesse e una conclusione nelle quali entrano in gioco tre termini; nelle due premesse è presente un termine medio che consente di connettere fra loro gli altri due termini. L’esempio più classico di sillogismo, fornito da Aristotele, è il seguente: “tutti gli uomini sono mortali” (premessa maggiore), “i greci sono uomini” (premessa minore), “i greci sono mortali” (conclusione). Sicché questo ragionamento si può tranquillamente applicare anche all’iter della partecipazione del detenuto al teatro. Con la differenza che l’aspetto delle due premesse è automatico quanto lo può essere la conclusione, ed avviene a livello di ragionamento razionale. Esempio: constatato che il teatro è arte e che l’arte è lavoro e disciplina, questo lascia chiaramente intendere che chi si appassiona e partecipa al teatro deve attenersi, se vuol riuscire, a questi principi (che poi sono le premesse), e in questo caso automaticamente si trasforma in giudice dei propri comportamenti in senso specifico e lato, dunque l’analisi delle differenze tra le condotte pregresse e quelle in svolgimento vanno a presentare dei conflitti talmente evidenti (la conclusione del sillogismo) che possono sfuggire al razionale, ma certamente non all’inconscio. In sostanza, partecipando seriamente ad un progetto teatrale, in modo costante, il detenuto volendo o no, si rende conto di aver trasgredito a valori sociali esistenti, perché appunto la sua condotta passata è in contrasto con ciò che sta imparando ad amare e rispettare e dunque… be’! Traetene voi stessi le conclusioni e poi ditemi se il teatro non solo è terapia ma anche possibile, probabile guarigione.

Luigi Giannelli

già S. Commissario Coordinatore

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