di Elena Sparacino

Ci si può presentare con o senza cocomero, ma i balli proibiti degli scantinati del Kellerman’s rimarranno sempre un cocktail di incantevole ed erotica seduzione. Debuttato in sordina al Teatro Coccia di Novara il 27 e 28 giugno, il riallestimento del Dirty Dancing – The classic history on stage italiano parte con un nuovo tour approdando in questi giorni al Barclays Teatro Nazionale di Milano, dove sarà ospitato fino al 26 luglio prima di proseguire con le date in giro per la Penisola. La trasposizione teatrale dell’omonimo successo cinematografico (curata in tutte le sue versioni dalla stessa Eleanor Bergstein, sceneggiatrice del film) riporta indietro al villaggio per famiglie Kellerman’s Resort, estate 1987: l’inaspettato incontro tra la pura e idealista cocca di papà Frances “Baby” Houseman e l’affascinante e tormentato maestro di ballo Johnny Castle sarà il principio di una storia che parla di pregiudizi, apertura, e abbandono: al ballo, e all’amore.

Si tratta di una produzione nata come italo-inglese: Wizard Productions srl, La Contrada – Teatro Stabile di Trieste, Joye Entertainment e Karl Sydow in associazione con Lionsgate e Magic Hour Productions. Dopo la conclusione del precendente allestimento a dicembre, questa seconda stagione – guidata dalla sapiente regia di Federico Bellone (A qualcuno piace caldo, Flashdance, Newsies) – non manca di nuove soluzioni sceniche coinvolgenti, col dichiarato intento di infrangere la quarta parete. La sfida non è mai stata facile: «Nessuno può mettere Baby in un angolo», e il suo pubblico è pronto ad accogliere con grande criticismo chi non rispetta i termini di questo accordo. Tuttavia, la platea sembra aver accolto più che positivamente questa versione dinamica e interattiva, che riconferma – in uno show che più che un musical è uno “spettacolo con musica” – la presenza delle canzoni originali con la band dal vivo diretta da Simone Giusti e l’adattamento del libretto in italiano curato da Alice Mistroni.

Confermati sono pure i personaggi principali, coppia scenica ormai palesemente affiatata e complice. La Baby della giovane Sara Santostasi, dal viso pulito e spaesato, è l’apoteosi dell’ingenuità: determinata e marcata nei propri ideali, Santostasi è apprezzabile soprattutto nelle controscene, dove riesce a catturare e lasciar immedesimare nelle espressioni di timidezza e inadeguatezza il singolo spettatore. Iconograficamente adatta alla parte, riesce a farsi portavoce di un sentire comune di estasi dinanzi alla bellezza estetica dei balli proibiti, dimostrandosi anche simpatica, ironica e realistica nelle scene di approccio alla danza. Del resto, la controparte di Gabrio Gentilini (classe ’88) non può che sedurre il pubblico con la sua dolcezza acerba, scontrosa sensualità e, soprattutto, l’incredibile e sciolto talento nel ballo. Un Johnny Castle meno ruvido e macho rispetto a quello del film, ma forse proprio perché meno “maturo” anche più credibile in relazione alla presenza anagrafica, con i contrasti che la sua età sanguigna comporta.

Dirty come non mai. Non passano inosservate le plasticità fisionomiche a favore di pubblico, in una messa in scena dove il corpo è protagonista. Se Woody Allen osservava che «il ballo è una manifestazione verticale di un desiderio orizzontale», le nuove coreografie di Gillian Bruce (Grease, Newsies, Ragtime, Sugar – A Qualcuno Piace Caldo, Frankenstein Junior) non lasciano nulla all’immaginazione: impregnate di grande dimostrazione di esercizio aerobico, pervadono il palco di un vibrante fluttuare di linee elastiche ed energiche, che si fondono in balli figurati sia singoli che di coppia. Dal cha cha cha alla salsa e al mambo, l’ensamble emoziona il pubblico e lo coinvolge nei ritmi latini che riscaldano l’atmosfera «come il cuore che batte» e spingono in avanti la storia – come fossero un personaggio a sé – verso una crescente atmosfera di intimità, calore, sicurezza, passione (esattamente così come muta progressivamente l’indole della protagonista, a suon di passi); è l’espressione fisica del fil rouge metafisico della fiducia, tema ricorrente nella sue varie sfaccettature durante lo sviluppo dell’intreccio. A splendere è anche Federica Capra, Penny Johnson dalle gambe chilometriche e dalla sinuosità mozzafiato, che nel ballo e nello sguardo delle scene non parlate porta con sé e avvalora il proprio personaggio con la severa autoconsapevolezza dei sacrifici di una vera ballerina professionista (Capra è insegnante di danza anche nella vita, diplomatasi alla Royal Academy of Dance di Londra).

(foto: www.dirtydancingitalia.it)

In questo articolato sistema corale, un connotato di indubbia forza è la solidità scenica anche – e soprattutto – dei personaggi secondari, tutti caratterizzati da vasta esperienza e/o formazione, e una ecletticità che ha l’impronta del teatro prosa: in primis i coniugi Houseman (Simone Pieroni e Natalìa Magni) che in scena spiccano per maturità drammatica. Irene Urciuoli appare invece dolcissima nei panni di Lisa Houseman: un personaggio che iconicamente molto riprende dal film, apportandovi però una scioltezza comica umile e ferma che non stride con il pathos dello spettacolo, ma anzi dà prova di brillante e naturale versatilità. Lo stesso dicasi per le figure a carattere, Max Kellerman (Mimmo Chianese, nella sua carriera un continuo ed instancabile sperimentatore) e il figlio Neil (il giovane ma indirizzato Andrea Tibaldi), il bullo Robbie di Giuseppe Verzicco (il quale conferma lo smalto delle sue interpretazioni precedenti in quest’arrogante rampollo che, complice la parrucca, sembra un po’ un misto tra Ken e un fighetto di Harvard) e la mangiatrice di uomini Vivian Pressman, che Sonia Lynn Jamieson sa rendere – anche senza troppe battute – una Mrs. Robinson di ammaliante e malinconica maturità. Allo Schumacher solitario di Renato Cortesi va inoltre ora ad affiancarsi in veste di consorte Nicoletta Ramorino, attrice di prosa del Piccolo, regalando piccoli e vezzosi siparietti di tenera simpatia.

Altri cambiamenti riguardano l’ensamble (vitalissimo e presente dall’inizio alla fine, composto da Sara Marinaccio, Paky Vicenti, Giulia Patti, José Antonio Dominguez, Elvira Zingone, Gianmarco Capogna, Matteo Tugnoli, Gaia Barlocco e Alex Botta), e alcune nuove entrate nel cast. La grintosa Daniela Pobega, reduce di numerose esperienze lavorative tra cui due recenti internazionali (Nala in El Rey León a Madrid, Stage Entertainment España, è reduce di una ricca stagione di esibizioni worldwide a bordo di una grossa nave da crociera), torna in Italia nel ruolo della cantante Elizabeth, creato da Bergstein appositamente per l’esibizione in teatro. La cantante triestina ci regalerà numerosi virtuosismi canori tra cui un potente assolo degno di nota, chiamata ad affiancare con la sua poderosa voce soul Marco Stabile, il cugino Billy, che in questa versione si ricicla anche nell’inedito ruolo di animatore di platea: tra i due si dipana in secondo piano una storia d’amore che ha la sua scena madre nel virtuosismo canoro dell’esibizione da solista di Stabile, il quale scioglie il suo personaggio istrionico e un po’ sopra le righe in una performance dai connotati delicati (In the Still of the Night), dando sfoggio di diversi range vocali. Tre i cantanti in tutto, accompagnati dalla vibrante vocalità crooner d’oltreoceano di un nuovo e sciolto Tito Suarez, Tood Hunter (formatosi presso la High School of Performing Arts di NYC, con numerose esperienze alle spalle): a comporre la colonna sonora un carillon di hit internazionali come Hungry Eyes, Do You Love Me? e Hey! Baby, mantenute (fortunatamente) in lingua originale.

Anche lo spettacolo nel suo complesso si ripropone di non trascurare le battute e i refrain più cari al pubblico di tutte le generazioni, risentendo nel primo atto di sequenze piuttosto rapide, che sembrano emulare un po’ forzatamente l’andamento del film. Nota di maggior spicco sono le nuove imponenti scenografie curate dal docente e scenografo Roberto Comotti, professore emerito dell’Accademia delle Belle Arti di Brera: tre girevoli che agevolano l’interazione interno/esterno dei personaggi, rendendo l’andamento dello spettacolo più scorrevole e trovando soluzioni congeniali per le messe in scena più complesse: dallo scorrere rapido delle varie giornate all’intimità delle scene d’amore, fino al temporale (molto ricorda scenograficamente l’ingegno della performance di Over at the Frankenstein Place del Rocky Horror Show) e alle prove in acqua, divertentissime ed estremamente credibili grazie a stratagemmi sonori e scenografici, alternati con genuina ed estrema intelligenza. Per il resto lo spazio si suddivide armoniosamente tra esterni, sale comuni, alloggi, e stanze del personale. Una sequenza di trovate veramente magnificenti che fanno la differenza, diventando protagoniste assolute della scena; tant’è che pare che tale allestimento diventerà pilota di un rinnovamento a livello internazionale.

Si perde lo zeitgeist anni Ottanta, ma il trasporto è tale da riattualizzare – nonostante i costumi Vintage – una storia dal paradigma romantico. Il secondo atto è un climax ascendente di emozioni. Complice l’affetto del pubblico, “the classic history on stage” pervade ogni astante della platea, in un vortice di battute e canzoni conosciute a memoria, e per questo percettibilmente partecipate. Non è infrequente udire ogni tanto dal pubblico commenti rivolti ai personaggi, che ne personalizzano il rapporto. Ma l’acmé vera e propria è la nuova soluzione del riallestimento di Bellone, ovvero il finale in sala. Mentre l’orchestra attacca le celeberrime note di (I’ve Had) The Time Of My Life, vincitrice di un Premio Oscar e di un Golden Globe, Johnny e Baby si incontrano sul palco, replicando i passi che ne hanno consacrato l’emozione. E – sorpresa! – dopo aver flirtato per un paio d’ore con la platea, al momento giusto Johnny salta giù dal palco e scalda la platea citando paro paro insieme agli altri ballerini la coreografia tanto amata, fino all’emozionante volo d’angelo finale, che avviene circa all’altezza della settima fila. Una presa tecnicamente degna di nota da parte di Gentilini e Santostasi, ornata dalla vitalità del corpo di ballo che, dove possibile, cerca di rendere il pubblico partecipe, in un tripudio di applausi (e, si poteva constatare grazie all’illuminazione diffusa dei fari, anche qualche lacrimuccia). Questa perla finale conferisce a uno spettacolo godibilissimo un picco di emozione in grado di appagare anche lo spettatore più critico, dandogli in pasto ciò che nell’intimo più si aspettava da questo spettacolo: la capacità di provare un sentimento.

A 28 anni dall’uscita al cinema, Dirty Dancing rimane un cult transgenerazionale: 40 milioni di copie della colonna sonora vendute in tutto il mondo, oltre 214 milioni di dollari di incasso per il film in tutto il mondo e, solo negli Stati Uniti, oltre 11 milioni di DVD e blu-ray. Ma anche lo show, a partire dal debutto mondiale in Australia nel 2004, ha registrato in tutto il mondo grandi aspettative e mesi di tutto esaurito per tutte le messe in scena nazionali (segnando ad Amburgo – Germania – il record assoluto di più alta prevendita di biglietti nella storia del teatro europeo, e nel 2006 quello del West End Londinese – con un incasso pari a 11 milioni di sterline). Vale la pena non perdersi le prossime rappresentazioni: 6 agosto a Forte dei Marmi (Villa Bertelli), 8 agosto a Cattolica (Arena della Regina) e si preannuncia spettacolare la data del 10 agosto nella preziosa cornice dell’Arena di Verona, che scuoterà coi balli proibiti una già ricca stagione lirica. Lo show approderà poi a Roma (Gran Teatro Saxa Rubra), dove starà stabile dal 13 novembre al 10 gennaio 2016.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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