di F. C.
“Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo.
Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo”.
Dal “Diario degli errori”, (Milano – Rizzoli 1976).
Ennio Flaiano nacque a Pescara nel 1910; fu scrittore, sceneggiatore, giornalista. La più famosa delle sue opere letterarie è Tempo di uccidere, romanzo del tutto anticelebrativo in cui Flaiano racconta la sua esperienza nella guerra d’Etiopia, a cui prese parte per tre anni, fino al 1936, nei panni di ufficiale. E’ antifascista come lo fului dopo la guerra, anche se non propriamente fiducioso della “nuova Italia”. Nel dopoguerra la sua attività di giornalista lo porta a collaborare con realtà giornalistiche importanti come “Il corriere della Sera” e “L’Espresso”, ma anche con “Il Tempo” e con “l’Europeo”.
Collaborò con registi del calibro di Federico Fellini, Mario Monicelli, Eduardo De Filippo, Pietro Germi, solo per riferirne alcuni, con i quali raccontò il cinema dei tempi della ricostruzione. In particolare il suo rapporto con Fellini fu intenso e fruttuoso, ed ebbe come apice la nomination all’Oscar per la sceneggiatura per il film 8 e mezzo. Un’intesa artistica intensamente positiva che avrebbe fortemente influenzato i film del riminese e avrebbe contribuito a determinarne il successo.
Protagonista di spicco dei salotti letterari di Roma (città che lo accolse per molti anni, anche se a lungo abitò a Maccarese, nei pressi della Capitale, dove oggi riposa), Flaiano fu anche attento osservatore dei problemi attinenti la crescita frenetica delle periferie di Roma.
Fu sagace critico della DC e del PCI degli anni ’50 – ’60, ritenendoli partiti che “non amano il proprio paese libero, ma occupato, da loro”. Nei confronti dei comunisti italiani, poi, denunciò lo scandaloso silenzio sui morti in Ungheria nel 1956. Secondo “l’umorista” di altri tempi (spesso anche struggente) bisognava dire basta ai “trombettieri della destra e della sinistra”, ovvero a gente che “si batte per l’idea, pur non avendola”.
Dopo l’esperienza bellica Flaiano abbandono il fascismo ma mantenne una sorta di equilibrio con l’antifascismo, sino a dichiarare che in Italia vi erano due fascismi: il fascismo e l’antifascismo, tenendo in poca stima i fascisti che si erano sbrigati a scendere dal carro dei perdenti.
Uomo schivo, aristocratico ma non snob, sosteneva che la sua ironia, o se vogliamo dire, la sua satira, era in grado, a patto di dire la verità, di dargli un senso di liberazione dall’ipocrisia della realtà circostante. Una satira che era anche auto – satira, sottolineando, tra l’altro, il suo essere artista incline alla solitudine e non facente parte di gruppi conformisti.
Pochi mesi prima di morire, nel 1972, in un’intervista egli si definì “scrittore minore satirico nell’Italia del benessere”.
Ci piace terminare con una citazione contenuta in un’altra delle ultime interviste rilasciate dal pescarese, in cui egli disse di sé: “.. forse appartengo ad un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo. E’ probabileche io sia un antico romano che sta qui ancora, dimenticato dalla storia, a scrivere delle cose che altri hanno scritto molto meglio di me…”.


