di Giovanni Lucifora

3 aprile 1970. Roma, quartiere Portuense.
All’attico di via Pallavicini c’è una stanza con una porta chiusa, sigillata con del nastro adesivo. L’odore che arriva è nauseabondo. Oltre quella soglia ci deve essere qualcosa di orribile. Sembra di percepirla quella negatività, quel flusso oscuro che spinge per essere liberato. Chi c’è la dietro?

24 luglio 1946. Corte d’Assise straordinaria di Savona. Un italiano viene condannato a morte tramite fucilazione. E’ colpevole di aver ucciso, torturato e stuprato almeno 59 persone ‘con inaudita ferocia’ specifica la sentenza. L’uomo è sì un italiano (diciamo…), ma si è arruolato due anni prima nella Wehrmatch, parla fluidamente la lingua tedesca e si dichiara profondamente nazista.

A farlo arrestare è Bruno Mantero, un poliziotto arruolatosi appositamente per dargli la caccia perché a lui, a Mantero, quell’uomo condannato a morte ha seviziato e ucciso il cugino accusato di essere un partigiano. E allora cosa collega la vicenda di Mantero con l’odore nauseabondo che si sente, ventiquattro anni dopo, al Portuense, in via Pallavicini civico 52, all’attico?

Succede che la fucilazione nel 1946 non avvenne e il cadavere in avanzato stato di decomposizione che viene trovato oltre la porta sigillata nel 1970 è quello della sua compagna.
Omicidio? Suicidio? Malore? Omicidio.
A uccidere Carla Gruber (32 anni) è stato lui, lo stesso che aveva ucciso il cugino dell’agente Mantero e altre 59 persone (secondo quanto stabilito in tribunale) o forse di più: il ‘Boia di Albenga’. Ma è un male ricordarne solo il soprannome perché esseri umani del genere vanno ricordati per quello che erano, nome e cognome: Luciano Luberti nato a Roma il 25 aprile del 1912 (evitiamo facili commenti sul giorno e il mese di nascita perché la sua storia è tutt’altro che ammirevole come quella della Liberazione…).

Una vita tremenda deve essere stata la sua alla fine della seconda guerra mondiale perché scegliendo di passare con le forze armate tedesche e essendo stato poi inviato alla Feldegendarmerie di Albenga, era obbligato a far del male ai propri connazionali anche civili. E chissà quanto avrà sofferto quando si sentì in dovere di tradire un suo vecchio amico attirandolo in una trappola facendolo arrestare dalle Ss. Il suo amico si chiamava Spizzichino, forse Luberti non conosceva l’origine di quel cognome, ebraico, che sofferenza… E invece no, nessuna sofferenza e nessun rimorso: “Beh certo, la Feldegendarmerie lavorava sodo” ricordava il Boia con orgoglio durante una trasmissione televisiva molti anni dopo. Nessun rimorso e sadismo allo stato puro.

Nel 1944, e per un anno e mezzo, ad Albenga era colui che decideva la vita e la morte di chiunque fosse sospettato di avere rapporti con i partigiani. Alla Feldegendarmerie della cittadina ligure interrogava le sue vittime con metodi disumani, anche davanti ai parenti, ai figli, uccideva, torturava, per ore e ore, giorni e giorni, senza pietà, assetato di sangue, tanto che al rientro dalle fucilazioni, secondo alcuni testimoni, era solito lasciarsi andare a espressioni di ilarità e gioia. Ma le cose si sa’, non vanno sempre per il verso giusto e quando cambiano radicalmente c’è sempre qualcuno in giro gonfio di rabbia pronto a chiedere il conto. Il poliziotto Bruno Mantero, che lo arresta e lo consegna alla giustizia italiana che all’epoca prevedeva ancora la pena di morte ma, c’è un ma, un grosso ma: il Boia è molto fortunato.

Assicurato alle patrie galere inizia il processo per i suoi innumerevoli omicidi.
In primo grado la corte d’Assise di Savona lo condanna alla fucilazione per ‘essere divenuto il boia del tedesco invasore, partecipando ad arresti arbitrari, rastrellamenti, sevizie e massacri di numerosi partigiani’. Aver assassinato ‘molti cittadini solo perché antifascisti’. Furono appurate violenze inenarrabili che evitiamo di riportare tale è la loro gravità.

Per far comprendere il valore che Luciano Luberti dava alla vita altrui basta ricordare alcuni episodi di ‘minore violenza’, quella dell’uccisione di un contadino ammazzato per divertimento costringendo poi la moglie a sposarlo e il bambino di due anni tenuto per una gamba fuori dalla finestra per far parlare la madre che in seguito venne barbaramente seviziata a morte.

Ma dicevamo che il Boia è fortunato perché trascorrono pochi anni e la pena di morte viene abolita sostituita con l’ergastolo; fortunatissimo Luberti tanto che dopo tre indulti e un condono, nel 1953, riceve un gran bel regalo di Natale: il 25 dicembre infatti esce dal carcere e l’ergastolo, i morti, le sevizie, le torture, gli stupri, i nazisti, il sangue e la follia non esistono più. Quel Natale del 1953 il Boia di Albenga è di nuovo libero di respirare la fresca aria della libertà e della vita, quella che ha tolto a decine e decine di persone, bambini, donne, anziani che ovviamente non hanno mai più potuto festeggiare alcunché.

Ora il Boia però non è più boia e diventerà addirittura il dottor Luberti, Luciano Luberti laureato in giurisprudenza, questo però accadrà molti anni dopo perché nel frattempo lui ancora non lo sa’, o forse spera che accada, chi lo sa’, tre anni dopo, nel 1956 conoscerà la sua ennesima vittima. Carla Gruber, la donna trovata morta a Roma in via Pallavicini ventiquattro anni dopo, un colpo al cuore dopo aver ingerito molti barbiturici. Giace in quella stanza chiusa da tre mesi invasa dall’odore nauseabondo del cadavere, i fiori secchi sparsi in giro e i flaconi vuoti di disinfettanti. Morta.

Prima di tornare al 1970, in quella stanza da film dell’orrore, bisogna tornare agli anni cinquanta. Luberti ha trentacinque anni e conosce Carla. Lui, nonostante si professi non credente è diventato dirigente della Pubbliaci, l’agenzia pubblicitaria dell’Azione cattolica. Il Boia continua a essere fortunato sembra…
Nel ’56 conosce la Gruber. E’ la sua segretaria, una bella diciottenne profuga giugliana che tre anni dopo però decide di sposare un altro uomo, un suo connazionale, con il quale si trasferisce a Ostia e con il quale fa tre figli. Trascorrono gli anni, evidentemente il fascino ‘irresistibile’ del criminale attira l’interesse della Gruber e diventano amanti. C’è da dire che nel frattempo ‘l’irresistibile’ Boia si è anche lui sposato e ha avuto dei figli. Il rapporto tra Carla e Luciano però è tempestoso e il sesso la fa da protagonista. Sesso masochista e sadomaso. Lei sottomessa, lui dominatore. Caratteristiche naturali nella loro vita. Lei vittima, lui carnefice, per gioco, per sesso.

Poi lei inizia a tradirlo… (1/2)

(segue…)

 

 

Redazione

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