Se mi ami votAmi... tanto rumore per nullaIl Tempo La Storia incontra Graziano Cecchini l’artista che non ha bisogno di presentazioni. E che sabato 13 aprile alle 21 porterà in scena al Teatro Cassia (Via Santa Giovanna Elisabetta, 69) il primo talk-show futurista. Uno Spettacolo-NoN-Spettacolo fatto di improvvisazioni RED in BLACK.

Graziano la prima domanda è d’obbligo. Dopo le rivoluzionarie azioni futuriste di Fontana di Trevi, le palline colorate a Piazza di Spagna, la Fontana delle Naiadi colorata col tricolore (tanto per ricordarne solo alcune) a cosa stai lavorando adesso?
Da un punto di vista pittorico sto portando avanti, da più di un anno a questa parte, il progetto di richiudere il taglio di Fontana. Ti chiederai il perché… Da quando è stato fatto il “Manifesto Blanco” del 1946 in quel taglio ci si sono infilati tutti… Oggi basta fare quattro punti neri su una tela bianca per ritenersi un artista. Un artista che però non conosce la differenza tra un capitello dorico e una colonna toscana. Basta. I fondamentali servono. Senza di essi, senza un percorso, c’è spazio solo per il gesto di un momento. Ma da lì a mandare dei messaggi… Ce ne vuole. Per questo il progetto dà fastidio e se ne parla poco.

Non solo arte, però, a quanto pare. Sabato prossimo sarai a teatro. Come mai hai scelto proprio il teatro come forma espressiva alla quale affidare il tuo messaggio?
Beh, visto che il progetto di cui sopra ha dato e sta dando fastidio mi sono detto: «Perché non farmi qualche altro nemico anche da un punto di vista teatrale?». Mi piace suscitare lo scherno delle Accademie. Qualunque esse siano. Per “Accademie” intendo tutti coloro che sono impostati. Come quelli che intervisti dopo aver fatto due comparsate in film più o meno noti vivono costantemente impostati anche nella vita reale, al bar come al cinema e in tv, insomma.

Cosa porterai allora in scena per “farti altri nemici”?
Ho costruito questo spettacolo leggendo “Molto rumore per nulla” di Shakespeare cercando di contestualizzarlo – più che ai nostri tempi – alle nostre ore. Visto e considerato che ci stiamo calando in una nuova elezione (quella del sindaco di Roma) in un contesto nuovo: un crisi pazzesca – che secondo me non esiste –, la coesistenza di due Papi, un Presidente della Repubblica alla fine del mandato e un Presidente del Consiglio che ci stiamo attrezzando per trovare. In pochi mesi, dunque, stiamo vivendo tutta una serie importante di fatti storici. Per questo ho pensato ad uno spettacolo che nasce dall’attualità per raccontarla provocatoriamente con un metodo nuovo. Lo spettacolo si intitola Se mi ami votami… tanto rumore per nulla. Sono un artista aiutatemi ho fame. Si partirà dall’attualità attraverso delle improvvisazioni, una dinamica surreale di un talk-show futurista che vuole riportare il valore delle parole per descrivere la nostra società.

Ecco appunto. Nella locandina l’evento è descritto come una “descrizione di una società che non ci appartiene (ma di cui facciamo parte). E si propone la denuncia “del nostro masochismo ideologico che ci porta a sopportare una situazione del genere”. Quale è allora la situazione che stiamo vivendo? Quale la via d’uscita per uscire da questo stallo?
Apro e chiudo una parentesi: se avessi il potere di farlo chiuderei per 5 anni tutte le scuole di ogni ordine e grado comprese le Università e bloccherei totalmente internet. Perché? Perché stiamo vivendo oggi quello che nei primi anni ’90 accadde con la diffusione del telefonino. Un’innovazione tecnologica – pur se vecchia di trent’anni già allora – di una tale portata usata solo per mettersi d’accordo per “buttare la pasta”. Sarebbe stato bello invece usarla per parlare di cose importanti… Con internet oggi accade lo stesso. Le cazzate hanno 142 commenti, le notizie serie o drammatiche ne hanno due/tre. Siamo un Paese troglodita. Non siamo ancora popolo. Se non facciamo autocritica su noi stessi noi non saremmo mai un “popolo”. E lo dimostra la storia: non abbiamo mai fatto una rivoluzione, a differenza degli altri. Prendiamo parte alle discussioni solo come tifosi. Senza comprendere l’importanza delle tematiche. Come avviene invece nei Paesi evoluti.

Non siamo popolo, hai ragione. Non abbiamo mai vissuto una rivoluzione nazionale come invece in altre parti d’Europa e del mondo. Siamo invece la risultante di secoli di campanilismi locali e mentali che hanno prodotto solo l’inclinazione al lamento e non all’azione…
Negli anni ’90 domandai ad un mio amico: «Ma tu sei francese o comunista?». Lui mi rispose: «Io prima di tutto sono francese poi comunista». Se fai la stessa domanda qui, oggi, trovi una fiera dei distinguo e delle sfaccettature bizantine: «Sono berlusconiano si però comunque io vedrei che….» Invece di dire: «A me interessa prima di tutto che questo paese riemerga dalla melma punto e basta».

E’ quindi questa la premessa su cui nasce il talk-show che porterai in scena al Teatro Cassia sabato 13 aprile alle 21?
Sì. Su questa premessa nasce questo talk-show che ho definito surreale ma che poi surreale non è.

Il masochismo ideologico da cui siamo partiti e il senso di impotenza a cui l’italiano è rassegnato è secondo te una risultante anche della formazione cattolica di cui in Italia volente o nolente tutti risentono?
Per scelta io non sono cattolico. Pur essendo stato battezzato. Prima di non essere cattolico ho letto cosa dicono l’Islam, il Buddismo, la Torah etc. Ed ho riscontrato questo: l’unica religione che ha la confessione dei peccati è il Cristianesimo. Ora io questo lo paragono alla democrazia. In che senso? Nel senso che nel cristianesimo “io faccio le cose più aberranti e vengo perdonato”. Nella democrazia il mio voto vale quanto quello di un pedofilo o di chi commette le cose più atroci…. Viene meno, in tal modo, tutta una scala di valori… Invece bisogna tornare ai valori, senza discriminazioni, certo, ma considerando il peso specifico delle cose.
Torniamo al problema di partenza: noi non siamo un popolo. Un popolo è un complesso di persone, un insieme di persone che quando vede che il bene comune non viene tutelato si fa sentire. A me non sembra che noi ci facciamo sentire…. E’ successo solo con lo sciopero del fumo nel 1848 a Milano. Oggi aumentano la benzina e tutti in fila. Ci armiamo solo per fare la fila nell’acquisto dell’Iphone 5… Questo identifica nel piccolo quello che è il concetto di popolo che noi non abbiamo.

Pensi che un approccio futurista rivoluzionario possa invertire questa tendenza? O ci si deve abbandonare al torpore che impera?
Da un punto di vista quotidiano non ho molte speranze. Ma da un punto di vista scientifico ho grandissime speranze. Se veramente nel nostro DNA è rimasta qualche particella dell’evoluzione della gente italiche, prima o poi uscirà fuori… Stiamo morendo di fame avendo il frigorifero pieno… Qualche piccola avvisaglia si vede. La strada è lunga ma qualcosa si muoverà…

Come abbiamo chiesto recentemente ad Augias noi de Il Tempo La Storia abbiamo cari tre vocaboli su cui orientiamo la nostra azione e il nostro progetto: il Tempo, la Storia e la Creatività sulla quale abbiamo mutuato, proprio da un tuo suggerimento, il termine CreAttività. Ci puoi definire questi tre concetti secondo il tuo approccio futurista?
Il Tempo è relativo. Con me sfondate una porta aperta. Io sto lottando contro il concetto di “contemporaneità”. Nel senso che per me Michelangelo, Caravaggio, Tiziano, Tintoretto sono tutti contemporanei. Per un motivo semplice: è l’opera che deve essere contemporanea e quindi inserita nel Tempo. Se ti dico “Cappella Sistina” sai subito a cosa mi riferisco. Ecco la relatività del Tempo e quindi del concetto di “contemporaneità”. La Storia: purtroppo siamo in un Paese che ha scritto la Storia del mondo occidentale ma non ricorda quasi nulla. La Creatività: secondo te la Creatività può essere condizionata da un orario?

Ovviamente no…
Ecco… Quando si parla di Creatività facciamo un distinguo: l’impiegato del disegno dell’agenzia pubblicitaria che entra alle 9 ed esce – quando va bene – alle 18… E poi per lui è tutto finito. A me non succede. Io magari passo mesi senza toccare un pennello, però, so una cosa: quando comincio a costruire le tele (che non compro quasi mai) finché il quadro non è finito non alzo la testa. La Creatività è qualcosa che non si può imparare. O ce l’hai o non ce l’hai. Puoi essere un bravo disegnatore e non essere un creativo. Il creativo è quello che magari non sa disegnare ma ti dà l’idea, il segno, la possibilità di sviluppare qualcosa. Non ci dovrebbero nemmeno essere le scuole di Creatività… Il Liceo Artistico…. L’Accademia…. A che servono?

In tempi come questi nei quali la Cultura e la Creatività sembrano così annichilite cosa bisogna cambiare? Cosa bisogna rivoluzionare?
Beh, provocatoriamente ma non troppo, ti dico: se è la quantità quello che conta – intesa come il “quanto vendi”, “quanto crei profitto” quando crei o scrivi qualcosa – allora siamo lontani dal concetto di Creatività. Se hai fatto poco ma quel poco che hai creato ha cambiato le cose allora è quello che conta. Nell’arte, nella letteratura… Oggi Coelho vende più di Aristotele… Anche Totti ha venduto 100.000 copie ma non è un letterato. Chi si avvicina alla Creatività con questa impostazione è lontano dal concetto… Oggi tutti si sono appiattiti sul mercato. Nell’Arte come nella Musica… Se si vuole monetizzare allora che non si perda tempo a studiare, andate a spacciare… Affronterai un rischio d’impresa (l’arresto…) ma tanto, alla fine, la banca non chiede mai la provenienza dei soldi se ti presenti vestito griffato…
E’ questo che bisogna cambiare. A prescindere. Devono cambiare le regole mentali alle quali facevo prima riferimento. Il valore deve avere un certo tipo di valore a prescindere. Se rimane tutto così non se ne esce fuori. Se la società non ti dà lo spazio per emergere non cambierà mai nulla.

I giovani che vogliono emergere attraverso la Creatività come possono contribuire a cambiare qualcosa? A riprendersi il proprio spazio in un “Paese per vecchi” come il nostro? A mettersi in gioco come abbiamo scritto noi nel nostro progetto???
I giovani sono figli di questa massa denominata Italia. E di questo sistema. Non hanno tutte le colpe ma una sì: non ci si può sempre e solo a lamentare. Nella vita bisogna rimboccarsi le mani. Come dicono in psicologia: alle volte un sano vaffanculo vale più di una seduta.
Bisogna avere il coraggio di troncare questo cordone ombelicare non solo e non tanto con la famiglia ma con questo clima di rassegnazione compiacente. Spesso la voglia di mettersi in gioco c’è ma solo dopo aver fatto colazione, dopo essersi visto col partner, dopo l’aperitivo… Io faccio spesso un esempio: se Steve Jobs fosse vissuto in Italia l’avrebbero rinchiuso in un manicomio bollando come cazzate tutto quello che diceva… Quello, invece, è l’esempio. Non le icone stinte e anacronistiche da indossare su una t-shirt.

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